stampa
invia
La rabbia dei
disperati. “Questa gente non viene pagata da mesi. Non sanno come andare avanti.
Hanno chiesto aiuto alla loro ambasciata, ma nessuno si è mosso per dargli una
mano e alla fine hanno perso la pazienza”.
Il lavoro rende
liberi. “Qui il vero dramma è quello del meccanismo dello sponsor”, spiega
Maha Barges al-Barges della Kuwaiti Human
Rights Association,
“ci sono dei mediatori per le aziende che raccolgono i
passaporti dei migranti che arrivano in Kuwait dall’Asia meridionale.
Loro si
occupano di parlare con il ministero del Lavoro del Kuwait e dichiarano
di
pagare al singolo lavoratore uno stipendio di almeno 500 dollari al
mese. In
realtà ne pagano massimo 100 e il resto, sul quale non pagano tasse,
entra
nelle loro tasche. I lavoratori non possono ribellarsi perché i loro
documenti
sono nelle mani dei datori di lavoro. Questa è una forma di schiavitù
moderna”. L’episodio del 24 aprile scorso ha riportato il dibattito
sulle condizioni di vita dei migranti in Kuwait sulle prime pagine dei
giornali. Molti le ritengono inaccettabili, soprattutto per un Paese al
quale
il rialzo del prezzo del petrolio ha regalato nel 2004 un aumento della
ricchezza nazionale pari a 10 miliardi di dollari. “I lavoratori
stranieri
vengono da Indonesia, Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan e India.
Rappresentano la
metà della forza lavoro del Paese”, spiega Maha, “ma vivono tutti allo
stesso
modo: come animali. In quartieri dormitorio che sono sorti ai margini
delle
città e degli impianti petroliferi. Dividono tra loro, a volte anche in
10,
degli alloggi larghi come una cella e non hanno alcun tipo di
assistenza
sanitaria. Vivono tra l’immondizia e i parassiti. La Croce Rossa ha
denunciato
questa situazione, ma nessuno ha fatto nulla. Uno di questi ghetti si
chiama Bneid
al-Qar. Qui, per strada, ci sono tutti quelli che al momento non hanno
un
lavoro che si radunano agli angoli delle strade in attesa di una
chiamata.
Ovviamente accettano qualsiasi cosa, tutti i lavori più umili.
Probabilmente
queste persone non erano ricche nei loro paesi, ma almeno erano
trattate da
esseri umani. Il governo deve spezzare il meccanismo dello sponsor,
altrimenti
non
se ne verrà a capo”.
Il Golfo della
fatica. “Il ministero si attiverà
immediatamente per indagare sulla vicenda e, se emergeranno delle
responsabilità dell’azienda, provvederà con sanzioni durissime”, ha dichiarato
ad al-Jazeera Ahmad al-Fahad al-Sabah, ministro kuwaitiano della Salute,
“indagheremo sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri nel nostro Paese
e, in collaborazione con le associazioni per la tutela dei diritti umani,
cercheremo di migliorarle”. La speranza quindi di avere delle condizioni umane
di lavoro è tutta nelle mani del governo del Kuwait, ma la situazione è grave
non solo per i lavoratori dell’emirato in questione. La stessa situazione si
ritrova in tutti i paesi del Golfo Persico: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati
Arabi Uniti e così via. In Arabia Saudita si è parlato proprio in questi giorni
di una legge che permetterà ai lavoratori stranieri residenti nel Paese da più
di 10 anni di ottenere la residenza saudita. La corsa al documento è già in
atto, ma al momento le autorità sembrano orientate a rendere inaccessibili
determinate occupazioni a persone non di origine saudita. Come dire, un passo
avanti e due indietro. Sulla pelle dei lavoratori. Christian Elia