05/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La disperata condizione dei lavoratori stranieri in Kuwait
un agente kuwaitiano di guardia all'ambasciata del bangladesh a kuwait cityLa rabbia dei disperati. “Questa gente non viene pagata da mesi. Non sanno come andare avanti. Hanno chiesto aiuto alla loro ambasciata, ma nessuno si è mosso per dargli una mano e alla fine hanno perso la pazienza”.
Shahin Rahman, un operaio del Bangladesh che vive e lavora in Kuwait, racconta ad al-Jazeera l’assalto del 24 aprile scorso di 800 lavoratori bangladesi all’ambasciata del loro Paese a Kuwait City. I dimostranti hanno fatto irruzione all’interno della sede diplomatica incendiando alcune automobili e danneggiando la struttura. Due impiegati dell’ambasciata sono rimasti feriti e la polizia del Kuwait, dopo aver calmato i lavoratori inferociti, ne ha arrestati nove ritenuti gli organizzatori della manifestazione. “Dovete capire la nostra disperazione”, ha dichiarato Shahin, “guadagnamo meno di 100 dollari al mese e, considerato che mandiamo una gran parte di quei soldi a casa, non riusciamo a mangiare. Se poi non ci pagano lo stipendio diventa una tragedia”. Tutti gli 800 operai lavorano per una compagnia del Kuwait, la Nibraj Cleaning Company, che secondo loro non paga gli stipendi da 5 mesi. La direzione dell’azienda si è difesa sostenendo che gli arretrati ammontano solo a due mesi e che è già pronto un piano di rientro finanziario. Ma gli 800 operai del Bangladesh, dai quali dipendono 800 famiglie in patria, non sanno come fare e si sono rivolti all’ambasciata del loro Paese per chiedere aiuto. La mancanza di un intervento tempestivo ha scatenato la reazione dei lavoratori e l’assalto alla sede diplomatica. Nazrul Islam Khan, l’ambasciatore del Bangladesh in Kuwait, ha dichiarato che “la manifestazione non era spontanea, era organizzata da agitatori politici che vogliono gettare discredito sul nostro Paese”. Il governo di Dahka ha inviato tre ispettori del ministero degli Esteri del Bangladesh per ricostruire la dinamica dell’incidente, ma la condizione dei lavoratori stranieri in Kuwait lascia poco spazio ai dubbi sul movente dell’assalto: disperazione.
 
una delle auto dei diplomatici danneggiate dai manifestantiIl lavoro rende liberi. “Qui il vero dramma è quello del meccanismo dello sponsor”, spiega Maha Barges al-Barges della Kuwaiti Human Rights Association, “ci sono dei mediatori per le aziende che raccolgono i passaporti dei migranti che arrivano in Kuwait dall’Asia meridionale. Loro si occupano di parlare con il ministero del Lavoro del Kuwait e dichiarano di pagare al singolo lavoratore uno stipendio di almeno 500 dollari al mese. In realtà ne pagano massimo 100 e il resto, sul quale non pagano tasse, entra nelle loro tasche. I lavoratori non possono ribellarsi perché i loro documenti sono nelle mani dei datori di lavoro. Questa è una forma di schiavitù moderna”. L’episodio del 24 aprile scorso ha riportato il dibattito sulle condizioni di vita dei migranti in Kuwait sulle prime pagine dei giornali. Molti le ritengono inaccettabili, soprattutto per un Paese al quale il rialzo del prezzo del petrolio ha regalato nel 2004 un aumento della ricchezza nazionale pari a 10 miliardi di dollari. “I lavoratori stranieri vengono da Indonesia, Sri Lanka, Bangladesh, Pakistan e India. Rappresentano la metà della forza lavoro del Paese”, spiega Maha, “ma vivono tutti allo stesso modo: come animali. In quartieri dormitorio che sono sorti ai margini delle città e degli impianti petroliferi. Dividono tra loro, a volte anche in 10, degli alloggi larghi come una cella e non hanno alcun tipo di assistenza sanitaria. Vivono tra l’immondizia e i parassiti. La Croce Rossa ha denunciato questa situazione, ma nessuno ha fatto nulla. Uno di questi ghetti si chiama Bneid al-Qar. Qui, per strada, ci sono tutti quelli che al momento non hanno un lavoro che si radunano agli angoli delle strade in attesa di una chiamata. Ovviamente accettano qualsiasi cosa, tutti i lavori più umili. Probabilmente queste persone non erano ricche nei loro paesi, ma almeno erano trattate da esseri umani. Il governo deve spezzare il meccanismo dello sponsor, altrimenti non se ne verrà a capo”.
 
le finestre dell'ambasciata del bangladesh distrutte dai sassiIl Golfo della fatica. “Il ministero si attiverà immediatamente per indagare sulla vicenda e, se emergeranno delle responsabilità dell’azienda, provvederà con sanzioni durissime”, ha dichiarato ad al-Jazeera Ahmad al-Fahad al-Sabah, ministro kuwaitiano della Salute, “indagheremo sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri nel nostro Paese e, in collaborazione con le associazioni per la tutela dei diritti umani, cercheremo di migliorarle”. La speranza quindi di avere delle condizioni umane di lavoro è tutta nelle mani del governo del Kuwait, ma la situazione è grave non solo per i lavoratori dell’emirato in questione. La stessa situazione si ritrova in tutti i paesi del Golfo Persico: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e così via. In Arabia Saudita si è parlato proprio in questi giorni di una legge che permetterà ai lavoratori stranieri residenti nel Paese da più di 10 anni di ottenere la residenza saudita. La corsa al documento è già in atto, ma al momento le autorità sembrano orientate a rendere inaccessibili determinate occupazioni a persone non di origine saudita. Come dire, un passo avanti e due indietro. Sulla pelle dei lavoratori.  

Christian Elia

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