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La vita di un bracconiere vale comunque più di quella di un animale, benché appartenente ad una specie a rischio? Per Rosaleen Duffy, docente universitaria di Manchester, la risposta è si. Il suo ultimo libro sta facendo discutere per la puntigliosità con cui fa le pulci ad un certo ambientalismo.
Nessuno tocchi il bracconiere. Si intitola Nature Crime: How We're Getting Conservation Wrong ed è il frutto di una ricerca lunga 15 anni, meticolosa e puntuale. La tesi di fondo è che, in alcuni casi, per proteggere flora e fauna si finisca per provocare danni peggiori: ecoturismo o progetti troppo tarati su canoni occidentali hanno portato all'edificazione su spiagge, alla sparizione di foreste, alla spoliazione delle mangrovie e alla criminalizzazione della popolazione locale. Ma un punto forse è più controverso, quello in cui l'autrice denuncia la politica dello "sparare a vista" contro i bracconieri.La protezione della flora e della fauna è diventata una priorità in molti Paesi africani, non per scrupoli etici ma perché attrazioni turistiche e quindi importanti fonti di reddito. Così si sono fatte largo ad agenzie private che hanno portato a una "progressiva militarizzazione" della protezione ambientale, soprattutto in Paesi come Malawi e Congo. "Dobbiamo ricordarci - spiega Duffy - che le persone alle quali si spara a vista non sono mai passate per un tribunale, né sono mai state condannate". E' vero, ma forse la docente ha un'immagine un po' stereotipata o comunque datata della bracconeria, che negli ultimi anni è cambiata. Glielo ricorda Mark Wright di Worldwide Fund for Nature: "Gli stessi cacciatori di frodo tendono ad essere più organizzati, meglio equipaggiati e armati fino ai denti e quindi, per rispondere a questa trasfomazione, penso sia inevitabile che cambi anche il modo in cui i parchi nazionali e le riserve vengono protette". Si tratta di una guerra, nella quale, solo in Congo, sono già morti centinaia di guardiaparco.
Una guerra silenziosa. Qui, si registrano attacchi con una frequenza impressionante. Nel Virunga National Park i Mai Mai e le milizie Interhamwe sono i responsabili di un massacro di ippopotami, che uccidono per ricavarne cibo e soldi. Intere zone del Garamba National Park sono invece in mano al Lord Resistance Army, la formazione fondamentalista cristiana che fa proseliti in diversi Paesi africani. Nel gennaio 2009, una unità dell'Lra sferrò un attacco ad una postazione di ranger. Ne seguì un conflitto a fuoco che durò diverse ore tra questi ultimi, appoggiati da elementi dell'esercito congolese, e i miliziani. Al termine della battaglia, si contavano otto morti. Ma non esistono fronti definiti e non c'è nessuna legge da rispettare. Lo scorso giugno, infatti, i ranger si sono trovati ad affrontare uomini della 18esima Brigata dell'Esercito del Congo, uccidendone due. I militari avevano appena abbattuto dieci gorilla. Nell'ex colonia belga le formazioni militari o paramilitari uccidono animali per fame e per finanziarsi ma è cosa diversa dalla bracconeria che si nasconde dietro il commercio dell'avorio, ad esempio, che presenta un tasso di professionalizzazione molto alto. I bracconieri impiegano elicotteri, visori notturni e addirittura fucili col silenziatore. Zimbabwe e Sud Africa sono in prima fila in questa guerra. Secondo i dati diffusi da Traffic e da International Unione for conservation of Nature (Iucn), il 95 per cento degli episodi di bracconaggio in Africa sono stati compiuti in questi due Paesi, dove è al lavoro una vera e propria organizzazione paramafiosa, nota nell'ambiente come Musina Mafia che ha seminato morte nell'immenso Kruger National Park, parte del cui perimetro coincide con la porosa frontiera tra i due stati. Hanno cominciato uccidendo zebre, il cui manto è particolarmente prezioso, ma sono passati ai rinoceronti, per il semplice fatto che rimuovere un loro corno porta via non più di cinque minuti. Nulla in confronto ai 20 richiesti per scuoiare una zebra, anche lavorandoci in cinque/sei persone, troppo per gruppi che colpiscono con la tattica del mordi e fuggi. I dati diffusi dal Wwf rivelano un trend allarmante: se i rinoceronti uccisi nel 2007 erano 13, nel 2008 la cifra era salita a 83 e addirittura a 122 l'anno successivo. Quest'anno, a metà luglio, erano già 136 le carcasse ritrovate senza corno. Colpa del mercato illegale dell'avorio, certo, ma anche di credenze popolari che attribuiscono alle zanne di rinoceronti ed elefanti misteriosi poteri curativi, tanto che non sono in pochi a collegare l'impennata nella caccia di frodo a importanti stanziamenti da parte del governo cinese, a partire dal 2007, a favore dell'industria della medicina tradizionale. I rinoceronti africani erano circa 65 mila negli anni Settanta. Oggi ne rimangono meno di 20 mila. Sono stati decimati in un massacro silenzioso.
Alberto Tundo