17/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Con una famiglia di un villaggio dell’India meridionale alla scoperta di usi e costumi locali
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

Mamma con bambino Un piccolo limone, delle dimensioni di una noce, sul palmo delle mani sovrapposte del padrone di casa e degli ospiti. Con questo gesto di benvenuto comincia l’invito a pranzo in una casa indiana. Kanaan ha trentasette anni. Vive nel villaggio di Rameswaram, sulla costa meridionale dell’India, proprio di fronte allo Sri Lanka. Fa il cameriere in un ristorante. Alto, magro, sguardo sincero e arguto, elegante nella sua lunga vesti, usata dagli uomini al posto dei pantaloni. Sulla fronte i segni sacri della sua religione. Abita in una casetta di mattoni con il tetto di foglie di palma intrecciate. Una casupola condivisa da due famiglie: in pratica una stanza ciascuna, con l’ingresso sui due lati opposti della costruzione.

Ad attendere Kanaan sulla soglia di casa c’è Shandraleka, sua moglie. Ha solo ventisei anni, gli occhi di un’adolescente ma il portamento e la gestualità di una matura padrona di casa. Ricorda un po’ una bambina che indossa gli abiti della madre per giocare a fare la grande. Kanaan la conobbe a Madras quando lei bambina lo era davvero: aveva solo tredici anni. Lui ventiquattro. Si sono sposati subito. “No, no, il nostro non è stato un matrimonio combinato dalle famiglie. Lei l’ho scelta io, ci siamo innamorati e ci siamo sposati”, dice Kanaan fiero della sua modernità. Attaccata alla gonna di Shandraleka ballonzola con aria un po’ intimidita e un po’ spavalda la piccola e dolce Venishri, di sei anni. Seduto sotto la tettoia c’è suo fratello Rajkumar, di otto anni, silenzioso e attento. Il figlio maggiore, Kumar, di dieci anni, è dalla nonna. Forse i genitori ce l’hanno mandato pensando che per lui non ci sarebbe stato posto in casa con degli ospiti.

La casa: un’unica stanza, un monolocale diremmo noi, con l’angolo cucina, un letto e un armadio di latta pieno di vestiti, soprattutto dei coloratissimi sari di Shandraleka, e di tutti gli altri poveri averi famigliari. Il tutto, ovviamente senza bagno, stipato in non più di otto metri quadri. Per l’esattezza, l’angolo cucina è solo un piano di cemento con sopra accatastate le pentole e barattoli. I cibi vengono cotti sul fuoco, fuori di casa. Unici ornamenti alle pareti: uno specchio ovale con una cornice di conchiglie e una sbiadita immagine di Rama e Sita, divina coppia simbolo della perfetta unione coniugale che si ritrova in tutte le case, in quelle dei ricchi come in quelle dei poveri.

Si mangia per terra, seduti su una stuoia di paglia. Sul pavimento di cemento vengono spiegate grandi foglie di banano a mo’ di piatto, su cui viene servito un thali di pesce: riso basmati in bianco da mescolare con squisiti frutti di mare che qui sulla costa sostituiscono i canonici bocconcini di pollo al curry. Si beve acqua del pozzo in bicchieri di ferro. Un pozzo che ormai, si lamenta Kanaan, è quasi a secco. Colpa della grave siccità che affligge questa terra, il Tamil Nadu, causata della scarsità di piogge ma soprattutto da indecenti e cinici motivi politici. Il governo locale, controllato dalla destra religiosa del Bharatiya Janata Party (Bjp), è infatti in pessimi rapporti con i governi laico-progressisti dell’Indian National Congress (Inc) che controllano gli stati confinanti ricchi di acqua, oltre che il governo centrale di Nuova Delhi. Tutto questo mentre il nord dell’India è alluvionato dai monsoni.

Shandraleka continua a servire da mangiare senza toccare cibo. Lei, come vuole la tradizione indiana, mangerà dopo, quello che è rimasto. Rajkumar fa i capricci: non vuole mangiare perché il padre gli dice che la maschera subacquea che lui tanto desidera, dopo averla vista usare dai bambini stranieri, non si può comperare; costa troppo. La piccola Venishri invece mangia in fretta perché è ansiosa di correre tra le braccia del papà e dimostrargli che lei al mattino, a scuola, durante la lezione d’inglese ha imparato i nomi delle parti del corpo umano. Il pranzo è finito. Mentre sua moglie spazza il pavimento su cui a sera stenderà le coperte per dormire, Kanaan esce sotto la tettoia sulla soglia di casa per fumarsi una sigaretta e bersi una tazza di chai, il buonissimo thè nero indiano. Oggi è il suo giorno libero: si può riposare e dormire. Anche perché poco altro si riesce a fare con il caldo asfissiante e umido che toglie il respiro e appiccica i vestiti alla pelle.

Il pomeriggio passa in fretta. Alle sei il sole tramonta, e nel giro di dieci minuti è già buio pesto. In cielo non ci sono stelle: solo una grande luna piena velata dall’aria umida. Shandraleka, dopo aver disegnato sulla terra di fronte alla soglia di casa un coloratissimo calligramma, ornamento tipico di tutte le abitazioni tamil, fatto con polvere di riso e ricreato ogni giorno, rientra in casa e accende una piccola lampada a olio. Il canto dei grilli viene improvvisamente coperto da una litania e da un suono di tamburi diffusi da gracchianti altoparlanti poco lontani. E’ ora di muoversi, di rispondere a un altro invito: quello del villaggio e delle sue tradizioni. E’ iniziata la prima serata della ‘settimana santa’ dedicata alla dea Kali, la dea-madre, divinità benigna e maligna, dispensatrice di vita e di morte, venerata fin dalla notte dei tempi e ancora oggi popolarissima divinità del pantheon induista. Per sette notti, tutti i tempietti ‘rionali’ del villaggio di Rameswaram, che si tratti di alberi sacri o di altarini per la strada, si trasformano in luoghi di festa.

Kanaan, con moglie e figli, si incammina per le strade del villaggio, nella direzione ove risuonano, sempre più forti e vicini, gli allegri rumori della festa. Camminano per vicoli deserti e bui, illuminati solo dal fioco bagliore della luna. Incrociano due vacche che passeggiano in direzione opposta, forse disturbate dal chiasso. Arrivano a una piazzetta piena di gente. Al centro c’è un albero di serpenti adornato con il tridente e gli altri simboli di Shiva, al cui culto è collegato quello della dea Kali, cosparsi di polvere gialla di sandalo e inghirlandati di fiori. Sul muro l’effige dei Kali dipinta di fresco, in stile un po’ naïf. Per terra la sabbia portata dalla spiaggia per poter stare a piedi nudi, come in un tempio.

Shandraleka si unisce al gruppo delle donne che se ne stanno in disparte a chiacchierare tra di loro e a guardare lo spettacolo, che consiste nel canto solitario di una donna che intona versi sacri in onore di Shiva, accompagnata da un tamburo al ritmo del quale gli uomini, e i bambini, danzano in cerchio attorno all’albero. Una danza rituale propiziatoria del tipo che uno si aspetterebbe di vedere più in Africa che in India. Una danza sacra dedicata a Kali e a Shiva, che è Nata-raja (signore della danza). Una danza profana che, seguendo il ritmo sempre più veloce del tamburo, si trasforma in un forsennato e gioioso girotondo. Kanaan e suo figlio ballano, mentre la piccola Venishri gioca sulla sabbia con le sue amichette. Terminati i balli e le preghiere, Kanaan e la sua famiglia si incamminano, come tutti, verso casa. Ormai è tardi: la mezzanotte è passata da tempo e la luna è bassa. Anche le altre feste, negli altri quartieri, sono finite. Su Rameswaram e sulla casa di Kanaan cala il silenzio della notte.


 
Categoria: Popoli, Costume
Luogo: India