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Scrosci d’acqua dal cielo. I monsoni,
quest’anno, si fanno sentire. E in un paio d’ore riescono a trasformare
una strada in un pantano. Traballanti rickshaw, i tricicli a motore (ma
molti sono ancora azionati dalle gambe di un uomo), sgusciano
pericolosamente tra i fumi di scappamento di vecchie auto Ambassador
strombazzanti. Pare che i clacson parlino una lingua loro:
s’arrabbiano, ma poi aspettano pazientemente e ripartono, nel caos
generale. Si respirano odori fortissimi tra i sacchi di spezie,
montagne di rifiuti, smog e pentole che friggono a tutte le ore. Mentre
la gola brucia e i vestiti si appiccicano addosso a causa dell’umidità
prossima al 98%, si procede. Solo che tutti vogliono andare avanti
contemporaneamente: i bambini scalzi, magri e vivacissimi; le vacche
sacre piantate in mezzo alla strada; le donne a piedi nei loro sari
colorati. E tutti, prima o poi, ci riescono.
Capelli neri, malgrado i suoi 63 anni (ne dimostra però almeno dieci di
meno); un viso disteso e sorridente, nonostante l’intenso ritmo di
lavoro e le condizioni di vita spartane. Quest’uomo vive in due stanze
dentro l’ospedale, un appartamentino all’ultimo piano, il materasso per
terra. E lavora dall’alba a molto dopo il tramonto. Ormai non visita
quasi più, si limita alla formazione e ai casi più gravi. Quando non è
qui, o in giro per il mondo a parlare dei suoi progetti, è a Verona,
dove lo aspetta la moglie, Eliana Riggio, un’italiana che lavora per
l’Unicef, e le sue due figlie piccole, alle quali è legatissimo.