27/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una storia di coraggio e di speranza
Mamma con bambinoScrosci d’acqua dal cielo. I monsoni, quest’anno, si fanno sentire. E in un paio d’ore riescono a trasformare una strada in un pantano. Traballanti rickshaw, i tricicli a motore (ma molti sono ancora azionati dalle gambe di un uomo), sgusciano pericolosamente tra i fumi di scappamento di vecchie auto Ambassador strombazzanti. Pare che i clacson parlino una lingua loro: s’arrabbiano, ma poi aspettano pazientemente e ripartono, nel caos generale. Si respirano odori fortissimi tra i sacchi di spezie, montagne di rifiuti, smog e pentole che friggono a tutte le ore. Mentre la gola brucia e i vestiti si appiccicano addosso a causa dell’umidità prossima al 98%, si procede. Solo che tutti vogliono andare avanti contemporaneamente: i bambini scalzi, magri e vivacissimi; le vacche sacre piantate in mezzo alla strada; le donne a piedi nei loro sari colorati. E tutti, prima o poi, ci riescono.

Benvenuti a Pailan, il villaggio all’estrema periferia sud di Calcutta, dove nel lontano 1975 Samir Chaudhuri – pediatra e nutrizionista – fondò Cini, acronimo che sta per Child in need institute (Istituto per il bambino bisognoso). Quello che ieri era un pollaio, oggi è un ospedale. Da qui si coordina un’operazione di assistenza umanitaria e sanitaria che suscita la curiosità e l’attenzione di delegazioni internazionali. Il flusso di medici e di politici che vengono a visitarla, in una sorta di pellegrinaggio, è infatti continuo. Vorrebbero carpire il segreto di quello che assomiglia ad un miracolo. Ma è soltanto frutto di un’intuizione, molta perseveranza e un po’ di buona sorte. Senza un innato ottimismo di fondo e un particolarissimo rapporto con la vita e con la morte – cosa che agli indiani e, in particolare, a questo pediatra non manca – tutto ciò non sarebbe comunque mai stato possibile.

Samir Chaudhuri Capelli neri, malgrado i suoi 63 anni (ne dimostra però almeno dieci di meno); un viso disteso e sorridente, nonostante l’intenso ritmo di lavoro e le condizioni di vita spartane. Quest’uomo vive in due stanze dentro l’ospedale, un appartamentino all’ultimo piano, il materasso per terra. E lavora dall’alba a molto dopo il tramonto. Ormai non visita quasi più, si limita alla formazione e ai casi più gravi. Quando non è qui, o in giro per il mondo a parlare dei suoi progetti, è a Verona, dove lo aspetta la moglie, Eliana Riggio, un’italiana che lavora per l’Unicef, e le sue due figlie piccole, alle quali è legatissimo.

Una carriera, la sua, che avrebbe dovuto seguire binari prestabiliti: il padre era un noto pediatra; e lui, uscito da una delle migliori scuole di specialità dell’India, quella di Delhi, aveva tutte le carte in mano per fare lo stesso. Il cattedratico. E invece… “All’inizio volevo far soldi”, ammette, “ed è comprensibile per chi nasce e cresce qui. Ma dopo 2-3 anni mi resi conto che i soldi non mi davano alcuna soddisfazione. Così cominciai a dividere il mio tempo fra i clienti ricchi (il pomeriggio) e quelli poveri (il mattino). Facevo il volontario in tre posti: la casa per i morenti e i bambini orfani di Madre Teresa di Calcutta, un ospedale musulmano e un altro tenuto da indù”. In quest’India, dove troppo spesso si soffia sulle diverse fedi fino a scatenare veri e propri conflitti, lui ha sempre voluto – pur essendo indù – dare lo stesso spazio a ciascuna. Questa stessa aria, di convivenza tra diversità, s’avverte subito venendo qui oggi.

“Se c’è una cosa che odio, è che una situazione d’indigenza possa essere utilizzata in modo strumentale per convertire”, dice fuori dai denti. “Cosa sulla quale mi trovai subito d’accordo con Pauline Prince, la suora cattolica australiana che stese assieme a me il progetto nel ’75 e che procurò la donazione iniziale, 40mila dollari in una sola tranche, da parte della chiesa cattolica americana”. Quel mucchio di denaro durò circa due anni, durante i quali vennero a visitarci in molti. Erano colpiti dall’idea di poter prevenire la malnutrizione nella comunità, di introdurre cure per la salute a basso costo. Di lì a poco, cominciarono ad arrivare altri soldi. Iniziarono dunque così il dottor Samir, suor Pauline e altre 2-3 persone. Oggi, a Cini, lavorano circa in 250 – fra medici, infermieri e operatori sanitari – e, dai 5-6 villaggi iniziali, si è passati ad un’utenza di 300mila persone. A queste se ne aggiungono altre 100mila – soprattutto bambini lavoratori e bambini di strada, ragazzini/e adolescenti – negli slum (baraccopoli), cioè nell’area urbana di Calcutta, ai quali si offre assistenza sociosanitaria, oltre che l’opportunità di reinserirsi a scuola, dopo i “corsi ponte”.

Per avere una percezione di come è cresciuta l’attività in questi 27 anni, forse la cosa migliore è vedere la “clinica del giovedì”. Un locale di 150 metri al pianterreno, in cemento, con un paio di tavolacci per arredamento (le porte non esistono), comincia a riempirsi già alle prime luci dell’alba, anche se gli ambulatori aprono solo alle 8.30. Le donne, in sari coloratissimi, con il pancione o bambini – da zero a cinque anni – per mano, arrivano e si mettono fila.Il caos, di neonati che strillano, uomini che aspettano, infermiere che preparano metodicamente le iniezioni, mamme che allattano, galline che starnazzano, cani neri che gironzolano, corvi che gracchiano sopra il laghetto d’acqua stagnante, è apparente. Fra le file, esiste infatti un ordine preciso. È circolare. Prima si acquista un biglietto d’ingresso, per cinque rupie (0,16-0,20 euro), quindi si procede attraverso il controllo del peso, un check-up generale, le vaccinazioni, la distribuzione dei farmaci. E si esce in cortile. Certi giovedì sono anche in mille, una fetta considerevole dei circa settemila nuclei familiari assistiti da Cini.

Ovviamente quelle misere 5 rupie non bastano a coprire il costo di una visita. Ci vuole circa un euro a persona. I restanti 0,76-0,80 centesimi si recuperano dunque tramite donazioni, sia dall’estero (soprattutto Gran Bretagna, Irlanda e Italia) che dagli altri Stati dell’India. “Anche il più povero dei poveri ha la capacità di pagare un minimo”, sentenzia il pediatra. Forse, un giorno, Cini non avrà più bisogno di aiuti esterni. Quel giorno però non è ancora arrivato. Così in questo paese, dove il 50% dei bambini nasce già malnutrito, il dottor Samir ha inventato una serie di progetti ad hoc. Fra questi, merita un discorso a parte “Adotta una mamma, salva il suo bambino”.

Si tratta di convincere gli occidentali benestanti ad adottare una mamma indiana incinta e, con lei, il suo bambino fino a quando questo avrà due anni. L’impegno economico è bassissimo: 6mila rupie, pari a 160 euro. Come dire: 10mila lire al mese, che da queste parti sono una fortuna. “La possibilità di intervenire sulla denutrizione è una finestra che si apre una volta”, spiega il pediatra, “poi si chiude. Per sempre”. È noto infatti che il cervello di un bambino si sviluppa all’80% nei primi due anni e mezzo di vita, compresi quelli della gestazione. Se egli nasce già malnutrito, perché la madre è malnutrita, c’è pochissimo tempo per curarlo: tramite farmaci, ma soprattutto tramite un’appropriata alimentazione. E i risultati sono davvero incoraggianti: prima dell’avvio del programma solo il 30% dei bambini nasceva con un peso superiore ai 2,5 kg; ora la percentuale è salita al 70%. Hasina Bibi è una di queste madri. Sposata alla tenera età di 16 anni, come si usa soprattutto nei villaggi, ha avuto il primo figlio a soli 19 anni: una gravidanza difficile, seguita saltuariamente da un medico tradizionale (quack), un parto in casa sotto la guida di una dai (levatrice) poco esperta; le complicanze sono state tantissime. Registrata nel programma “Adotta una mamma”, è stata invece seguita passo passo durante la sua seconda gravidanza dai medici di Cini: un adeguato controllo prenatale, un parto in ospedale, una formazione specifica su come nutrire e far crescere in modo sano il suo bambino. Alla nascita pesava 2.5 kg, la soglia minima sotto la quale la malnutrizione inizia; oggi, un anno dopo, pesa 9.2 kg. E ha tutta la vita davanti.

Alessandra Garusi
 
Categoria: Bambini, Salute
Luogo: India