06/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Distrutta dalle fiamme il simbolo delle speranze di pace di un popolo spossato da 15 anni di guerra
Islamia High School“Era appena sorto il sole quando le fiamme sono divampate. In pochi minuti si è sviluppato un grande rogo che ha avvolto tutto l’edificio e una nuvola di fumo nero si è alzata verso il cielo. Sono scioccato. Non ci posso credere”. Così Mohammed Hussain, un testimone oculare, ha descritto ai giornalisti accorsi sul luogo l’incendio, doloso, che ha ieri mattina ha devastato la vecchia Islamia High School, nel cuore del centro storico di Srinagar, la capitale estiva del Kashmir sotto controllo indiano.

Con questo storico edificio di mattoni e di legno di cedro è andato in fumo uno dei più importanti simboli della cultura islamica kashmira moderna, tollerante e pacifista. Un simbolo da sempre odiato dai sostenitori della guerra dell’uno e dell’altro campo, sia dalle forze di occupazione indiane che dagli indipendentisti integralisti kashmiri. Un simbolo amato invece dalla popolazione di Srinagar che ieri mattina, dopo l’incendio, ha dimostrato la disperazione e la rabbia di chi, sfinito da quindici anni di guerra costati decine di migliaia di morti (le cifre vanno da 65 mila a 100 mila), ha visto sparire un simbolo di speranza. Migliaia di persone sono scese e protestare per le strade, mentre tutti i negozi del centro chiudevano le serrande e i giovani più turbolenti si sfogavano lanciando pietre contro i soldati indiani, unico simbolo visibile del ‘nemico’.

Questa scuola privata era stata fondata nel 1899 dalla ricca famiglia locale dei Mirwaiz che ancora oggi la amministrava nella persona di Omar Faruq, massimo esponente religioso kashmiro, leader del partito indipendentista moderato All Parties Hurriet Conference, e personaggio moto amato dalla gente. Da qui sono usciti i più grandi intellettuali kashmiri, tutti educati in uno spirito islamico moderno e democratico. Era famosa per i suo corsi di inglese, per la sua grande biblioteca internazionale, per i suoi avanzati laboratori scientifici. Era apprezzata perché accoglieva gratuitamente moltissimi giovani poveri. Ma soprattutto perché, pur senza tradire la causa nazionalista kashmira, propugnava una cultura di pace e di dialogo, come dimostrato dal tentativo di avere un corpo docente formato anche da inseganti provenienti dalla comunità indiana del Kashmir. Tentativo fallito per i continui attacchi contro i coraggiosi professori che accettavano questa sfida, ma che alla fine, per salvarsi la vita, hanno gettato la spugna. “Questa scuola era il primo passo del Kashmir verso la modernità, la madre spirituale di chiunque sia stato qualcuno in Kashmir”, spiega con le lacrime agli occhi Asraf Andrai, un ex studente accorso come tanti altri attorno alle rovine annerite del glorioso istituto.

Il rogo della scuola non fa che surriscaldare gli animi in una regione in cui la tensione, sempre altissima nonostante nessuno ne parli mai, sta tornando a salire a livelli preoccupanti. Come d’altronde accade ogni volta che i governi di India e Pakistan tornano a parlare di accordi di pace e di una risoluzione definitiva della questiona kashmira. I colloqui e le dichiarazioni distensive delle ultime settimane sono stati infatti accompagnati di una drammatica escalation di attentati dei guerriglieri separatisti, di sparatorie per le strade, di scontri armati e di violenza repressiva delle forze d’occupazione indiane. Non va dimenticato infatti, come spesso fanno gli organi d’informazione internazionali, che se da un parte c’è la cieca violenza terroristica degli indipendentisti kashmiri appartenenti ai gruppi più intergaristi (Hizb-Ul-Mujahedin, Al-Badr, Harakat-ul-Momneem, Harakat-Ul-Jihad-i-Islami, Harakat-Ul-Ansar) sostenuti dai servizi segreti pakistani e non a caso fautori dell’annessione del Kashmir al Pakistan, dall’altra c’è la violenza militare, paramilitare e poliziesca degli occupanti indiani. A farne le spese, in entrambi i casi, è la popolazione civile kashmira.

Attacchi militari contro i villaggi sospettati di essere nascondiglio dei guerriglieri, arresti di massa di civili, violenze sessuali sulle donne, torture dei detenuti ed esecuzioni extragiudiziali ad opera delle forze indiane sono purtroppo la norma, come denunciano le locali associazioni di tutela dei diritti umani. L’ultimo caso, segnalato ieri dai portavoce del Fronte di Liberazione del Jammu-Kashmir (Jklf) – principale formazione indipendentista, di stampo laico e nazionalista, che combatte per la creazione di uno stato indipendente sia dall’India che dal Pakistan –, riguarda il villaggio di Turunwali, nel distretto di Poonch. Qui l’altro ieri le forze speciali indiane del Sog (Special Operation Group) hanno compiuto una vera e propria azione terroristica, raggruppando nove civili accusati di attivismo indipendentista (tra cui anche un minore) e picchiandoli e torturandoli senza sosta per delle ore. Centinaia e centinaia di denunce di pestaggi, torture, molestie sessuali, sparizioni e uccisioni in carcere sono al vaglio di una commissione governativa che dal 1995 vigila sul rispetto dei diritti umani. Ma sono migliaia i casi non denunciati per timore di ritorsioni.

Enrico Piovesana
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: India