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"E' un codardo atto terrorista. Vogliono solo spaventare, ma non ci riusciranno". Così il neo presidente Juan Manuel Santos ha commentato l'esplosione dell'autobomba avvenuta questa mattina, 5.30 ora locale (12.30 ora italiana), a Bogotà, di fronte a Caracol Radio, sulla settima strada. Nove i feriti. "Non possiamo abbassare la guardia sulla sicurezza democratica - ha aggiunto appento arrivato sul luogo dell'attentato - Ma non riusciranno a intimidirci. Non cadremo nella trappola. Continueremo con la nostra vita normale".
A risvegliare bruscamente la capitale colombiana, che dalla primavera del 2006 non era teatro di episodi tanto gravi, è stata la deflagrazione di una Swift 1.0 cupé, targata BOO 483, modello 1984 di colore grigio. Secondo la polizia era imbottita di almeno 50 chili di esplosivo. Nessuna traccia degli autori, né l'ombra di una rivendicazione, anche se come di norma il dito viene immediatamente puntato sulle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, che da oltre 50 anni hanno ingaggiato una guerra interna contro il potere costituito e non intendono mollare proprio ora.
Ma sono in molti gli analisti che la vedono diversamente.
Questa bomba arriva il giorno dopo il plateale incontro a Santa Marta fra Santos e il suo omologo venezuelano Chavez, in cui sono state ristabilite le normali relazioni diplomatiche fra i due paesi confinanti, dopo l'ennesimo tentativo destabilizzante dell'ex presidente colombiano Alvaro Uribe. Che così ne è uscito sbugiardato in toto. Un incontro, questo, che ha segnato il primissimo passo della presidenza Santos e indicato, dunque, a chiare lettere, quali sono le priorità del suo governo. I rapporti con i vicini, a discapito della sicurezza democratica, ovvero quella politica interna basata sulla militarizzazione del paese che ha fatto la fortuna e la gloria di Uribe e in nome della quale ha sacrificato molti rapporti diplomatici. Quasi in maniera ossessiva. E che subito è rimbalzata fra le prime parole post-attentato pronunciate da Santos.
La bomba di stamane, in piena capitale, in un centro economico e frequentato, pieno di telecamere e molto vigilato, suona molto come un ammonimento al nuovo arrivato affinché non si distanzi troppo dall'uribismo. Affinché non lo sottovaluti. Attenzione a distrarsi troppo pavoneggiandosi in incontri internazionali, perché tenere le redini della Colombia significa avere il controllo sulle tante forze occulte che la governano. Sembra facile.
E non si parla di sole Farc. Che dire dei gruppi paramilitari di destra legati al narcotraffico che da decenni spargono terrore inseguendo denaro e potere? E chi c'è sempre stato dietro a queste orde barbare e senza scrupoli braccio del terrorismo di Stato? Chi se ne è servito in ogni momento per pilotare la politica colombiana?
Di certo c'è che è ancora troppo presto per risalire alla matrice dell'attentato, ma i dubbi che non siano le solite Farc sono molti e insistenti. E questo nonostante la polizia, appena giunta sul posto, si sia già precipitata a dire che il modus operandi è tipico della guerriglia e che l'esplosivo è il medesimo usato nell'attacco a El Nogal del febbraio 2003 attribuito alle Farc. Che efficienza.
Stella Spinelli