04/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Oltre mille giudici minacciano di boicottare le elezioni se non avranno indipendenza
  Mubarak e Bush
A fine aprile, circa 1200 tra giudici e magistrati del Club dei Giuristi di Alessandria hanno minacciato di rifiutarsi di certificare la legalità delle prossime elezioni per la presidenza egiziana, che si terranno il prossimo autunno. Chiedono di esercitare una supervisione completa sulla consultazione, dalla compliazione delle liste elettorali fino alla comunicazione dei risultati, e si oppongono all’istituzione di un comitato elettorale composto da personalità pubbliche anziché da garanti legali.
 
Potere giudiziario. Questa, che per ora è soltanto una minaccia, assume un significato di rilievo se si considera che nel Paese, il più vasto tra i Paesi arabi, si sta  giocando una delicatissima partita per il futuro ruolo della democrazia egiziana nell’area. Mentre Israele e gli stati arabi stanno a guardare gli sviluppi del progetto “democrazia in Medio Oriente” in Iraq e in Libano, gli Stati Uniti sembrano più risoluti che in passato nell’osteggiare le dittature arabe, e non risparmiano critiche nemmeno al fedele alleato Mubarak. Tutto questo, oltre ad aver soffiato nelle vele del candidato concorrente Ayman Nur, ha evidentemente dato coraggio alla corrente della magistratura più liberale: “Fin dal principio, il nostro scopo principale -spiega Hisham al Bastawisi, giudice d’appello al Cairo- è stato quello di scegliere il momento in cui il mondo esterno fosse disposto ad ascoltarci. L’occidente non lo aveva mai fatto, fino ad ora.”
Ayman NurAnche in passato i giuristi egiziani hanno certificato la validità delle elezioni, ma questa volta pretendono di avere il completo controllo sopra il proprio operato e chiedono una serie di riforme che permettano loro di sottrarsi all’influenza del presidente. La scorsa elezione, denunciano i giudici, è stata segnata da frodi e irregolarità di cui le autorità hanno approfittato per controllare l’esito del voto: intimidendo i votanti scomodi, bloccando le strade verso i seggi e votando più volte o a nome di cittadini espatriati o defunti. “Questa non è certo indipendenza” ha commentato il giudice Yahia Rifaii. Mubarak ha tentato di mediare, si è dichiarato favorevole allo sganciamento delle carriere dei magistrati dalla volontà del ministro della Giustizia ma non da quello degli Interni. Ma al di là delle resistenze, il presidente è certamente consapevole del fatto che il braccio di ferro con i legali di Alessandria rischia di diventare una crisi istituzionale. Infatti lunedì 13 è previsto al Cairo un incontro tra gli estensori della minaccia di boicottaggio e il sindacato giudiziario egiziano, occasione in cui gli 8000 iscritti dovranno decidere se aderire alla protesta dei loro colleghi di Alessandria.
  Manifestazione di Kifaya
Kifaya. La protesta dei giudici è un salto di livello rispetto alle numerose manifestazioni contro il presidente che, nelle scorse settimane, hanno impegnato le forze di sicurezza affollando le strade delle città di tutto il Paese. In quest’ultimo caso si è trattato di una mobilitazione popolare, scatenata, in qualche modo, proprio dalle aperture di Moubarak il quale, dopo 24 anni di governo, a gennaio ha annunciato che le prossime saranno le prime elezioni dirette e multipartitiche nella storia dell’Egitto. Un emendamento, introdotto nel 2000 a seguito delle irregolarità contestate nelle precedenti elezioni, stabilisce che senza la supervisione di un giudice la consultazione è da considerarsi non valida, dunque se i giudici tenessero duro con la loro protesta potrebbero quantomeno ritardare il voto.
Occorre però distinguere tra la provocazione dei giudici e le marce di protesta: queste ultime sono state organizzate da gruppi di diverse estrazioni che si riconoscono sotto la sigla di Movimento Popolare per il Cambiamento e nel loro motto: “kifaya”, che sta a significare “ne abbiamo abbastanza”.  Abbastanza della corruzione, del predominio militare e sporattutto di Mubarak. Uno slogan che unisce persone dalle estrazioni ideologiche più diverse: musulmani moderati, socialisti, cristiani e liberali, uniti dalla comune esperienza della marginalità politica. La loro ultima manifestazione ha coinvolto cinquemila persone in quindici città, ma il governo ha reagito alla minaccia arrestando oltre cento attivisti e disperdendo con la forza alcune delle manifestazioni.
 
Abdel Halim Qandil, uno dei dirigenti del movimento, ha preso le distanze dalla simpatia interessata con cui il mondo occidentale osserva i movimenti della società egiziana affermando che “La gran parte dgli egiziani vedono Bush come un criminale e l’influenza americana causerà un esplosione delle libertà nella regione. Ma certamente non avverrà nel modo in cui gli Usa si aspettano”.
 

Naoki Tomasini

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