Oltre mille giudici minacciano di boicottare le elezioni se non avranno indipendenza
A
fine aprile, circa 1200 tra giudici e magistrati del Club dei Giuristi di
Alessandria hanno minacciato di rifiutarsi di certificare la legalità delle prossime
elezioni per la presidenza egiziana, che si terranno il prossimo autunno. Chiedono
di esercitare una supervisione completa sulla consultazione, dalla compliazione
delle liste elettorali fino alla comunicazione dei risultati, e si oppongono
all’istituzione di un comitato elettorale composto da personalità pubbliche
anziché da garanti legali.
Potere giudiziario. Questa, che per ora è
soltanto una minaccia, assume un significato di rilievo se si considera che nel
Paese, il più vasto tra i Paesi arabi, si sta giocando una
delicatissima partita per il futuro ruolo della democrazia egiziana nell’area.
Mentre
Israele e gli stati arabi stanno a guardare gli sviluppi del progetto
“democrazia in Medio Oriente” in Iraq e in Libano, gli Stati Uniti sembrano più
risoluti che in passato nell’osteggiare le dittature arabe, e non risparmiano
critiche nemmeno al fedele alleato Mubarak. Tutto questo, oltre ad aver
soffiato nelle vele del candidato concorrente Ayman Nur, ha evidentemente dato
coraggio alla corrente della magistratura più liberale: “Fin dal principio, il
nostro scopo principale -spiega Hisham al Bastawisi, giudice d’appello al
Cairo- è stato quello di scegliere il momento in cui il mondo esterno fosse
disposto ad ascoltarci. L’occidente non lo aveva mai fatto, fino ad ora.”

Anche
in passato i giuristi egiziani hanno certificato la validità delle elezioni, ma
questa volta pretendono di avere il completo controllo sopra il proprio operato
e chiedono una serie di riforme che permettano loro di sottrarsi all’influenza
del presidente. La scorsa elezione, denunciano i giudici, è stata segnata da
frodi e irregolarità di cui le autorità hanno approfittato per controllare
l’esito del voto: intimidendo i votanti scomodi, bloccando le strade verso i
seggi e votando più volte o a nome di cittadini espatriati o defunti. “Questa
non è certo indipendenza” ha commentato il giudice Yahia Rifaii. Mubarak ha
tentato di mediare, si è dichiarato favorevole allo sganciamento delle carriere
dei magistrati dalla volontà del ministro della Giustizia ma non da quello
degli Interni. Ma al di là delle resistenze, il presidente è certamente
consapevole del fatto che il braccio di ferro con i legali di Alessandria rischia
di diventare
una crisi istituzionale. Infatti lunedì 13 è previsto al Cairo un incontro tra
gli estensori della minaccia di boicottaggio e il sindacato giudiziario
egiziano, occasione in cui gli 8000 iscritti dovranno decidere se aderire alla
protesta dei loro colleghi di Alessandria.

Kifaya. La protesta dei giudici è
un salto di livello rispetto alle numerose manifestazioni contro il
presidente che, nelle scorse settimane, hanno impegnato le forze di sicurezza
affollando le strade delle città di tutto il Paese. In quest’ultimo caso si è
trattato di una mobilitazione popolare, scatenata, in qualche modo, proprio dalle
aperture di Moubarak il quale, dopo
24 anni di governo, a gennaio ha annunciato che le prossime saranno le prime
elezioni dirette e multipartitiche nella storia dell’Egitto. Un emendamento,
introdotto nel 2000 a seguito delle irregolarità contestate nelle precedenti
elezioni, stabilisce che senza la supervisione di un giudice la consultazione
è
da considerarsi non valida, dunque se i giudici tenessero duro con la loro
protesta potrebbero quantomeno ritardare il voto.
Occorre
però distinguere tra la provocazione dei giudici e le marce di protesta: queste
ultime sono state organizzate da gruppi di diverse estrazioni che si
riconoscono sotto la sigla di Movimento Popolare per il Cambiamento e nel loro
motto:
“kifaya”, che sta a significare “ne abbiamo abbastanza”. Abbastanza della corruzione, del predominio
militare e sporattutto di Mubarak. Uno slogan che unisce persone dalle
estrazioni ideologiche più diverse: musulmani moderati, socialisti,
cristiani e liberali, uniti dalla comune esperienza della marginalità politica.
La loro ultima manifestazione ha coinvolto cinquemila persone in quindici città,
ma il
governo ha reagito alla minaccia arrestando oltre cento attivisti e disperdendo
con la forza alcune delle manifestazioni.
Abdel
Halim Qandil, uno dei dirigenti del movimento, ha preso le distanze dalla
simpatia interessata con cui il mondo occidentale osserva i movimenti della
società egiziana affermando che “La gran parte dgli egiziani vedono Bush come
un criminale e l’influenza americana causerà un esplosione delle libertà nella
regione. Ma certamente non avverrà nel modo in cui gli Usa si aspettano”.