12/08/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La sparatoria di confine dei giorni scorsi muove le pedine del sostengo militare internazionale a Beirut

La tensione in Libano, come accade da decenni, non si contiene nei confini nazionali. Dopo l'incidente di confine del 3 agosto scorso, quando quattro persone hanno perso la vita per uno scontro a fuoco tra esercito israeliano ed esercito libanese, si sono innescate alcune dinamiche particolari.

Il fuoco alle polveri l'hanno acceso due deputati democratici statunitensi, Nita Lowey e Howard Berman, il 10 agosto scorso, quando hanno chiesto un supplemento d'indagine da parte della commissione Usa per gli Affari Esteri prima di erogare la rata di 100 milioni di dollari che l'amministrazione Obama sta per versare al governo di Beirut. Fin dal 2006, dopo l'attacco militare israeliano, il governo Usa si è impegnato a consolidare il governo libanese, nel quadro del progressivo smantellamento delle milizie di parte (Hezbollah su tutti) e nel ripristino della sovranità politica del governo centrale nel Libano meridionale, in mano al partito sciita Hezbollah fin dal ritiro dell'esercito israeliano nel 2000. Dal 2006 a oggi, il governo di Washington ha versato nelle casse dell'esecutivo libanese - per rafforzare l'esercito ufficiale - almeno 720 milioni di dollari.

Il flusso di denaro, sostenuto con cifre meno ingenti anche dalla Francia, era pensato nello spirito della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza Onu, che poneva fine ai 34 giorni di guerra tra i miliziani di Hezbollah e i militari israeliani (che hanno causato la morte di almeno 1300 persone) nel 2006. La situazione politica interna, allora, era molto differente da quella attuale. Tra Hezbollah e lo schieramento che si raccoglie attorno a Saad Hariri - figlio dell'ex premier Rafiq Hariri, assassinato il 14 febbraio 2005 - non pareva esserci volontà di dialogo. Gli Usa, Israele e l'Unione Europea si aspettavano che il giovane Hariri avrebbe vinto le elezioni e, gestendo un esercito armato e addestrato dagli alleati occidentali, poteva chiudere i conti con Hezbollah.

Ma non è andata così e il giovane Hariri, preoccupato da una nuova guerra civile, come quella che ha insanguinato il Libano dal 1975 al 1990, ha scelto la via del dialogo, incontrandosi addirittura con il presidente siriano Bashar al-Assad, ritenuto da Israele e Usa il trade d'union tra l'Iran e Hezbollah e potenziale mandante dell'omicidio di suo padre. Adesso la fornitura d'armi Usa all'esercito libanese rientra in discussione, anche per le pressioni israeliane. Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barack ha dichiarato (secondo il quotidiano londinese in lingua araba al-Sharq al-Awsat) l'11 agosto che allo scontro a fuoco al confine lui avrebbe voluto rispondere attaccando il Libano, dissuaso solo dal presidente francese Nicholas Sarkozy e dal Segretario di Stato Usa Hillary Clinton.

La posizione del Libano, come quella della Siria (invano blandita diplomaticamente da Sarkozy e dagli Usa), è chiave per il grande gioco degli assetti mediorientali. L'Iran non nasconde più di ambire a un posto di potenza regionale, sospinta dalla visione internazionalista della sua anima sciita. Un incubo per Usa, Israele e Unione europea, ma ancor più per le monarchie sunnite, prima tra tutte l'Arabia Saudita. Il re saudita Abdelaziz si è recato in visita ufficiale a Damasco - cosa che non accadeva da decenni - proprio per tentare un approccio con Assad (membro di una setta sciita, pur essendo a capo di un Paese sunnita).

Teheran, colta la minaccia del governo Usa di sospendere il sostegno militare al governo di Beirut, ha subito fatto sapere (tramite un'intervista dell'ambasciatore iraniano a Beirut, Ghazanfar Abadi) di essere pronta a prendere il posto degli statunitensi nel supporto all'esercito, non più percepito come un nemico di Hezbollah. Il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Philip Crowley, si è affrettato a dichiarare. ''Abbiamo lavorato tanto per implementare le nostre relazioni con il governo libanese e la capacità di quest'ultimo di gestire tutto il territorio, non cesseremo di farlo adesso. Ma l'Iran, con i suoi comportamenti, destabilizza la regione''. Dall'Iraq, paese a maggioranza sciita, gli fa eco il leader filo occidentale Iyad Allawi - vincitore delle ultime elezioni ma senza maggioranza - che ha denunciato l'11 agosto le continue ingerenze degli iraniani negli affari interni iracheni.
La battaglia per il dominio regionale è solo all'inizio.

Christian Elia

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