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Mentre il mondo riflette sui massacri che dieci anni fa ridussero il
Ruanda a un lago di sangue tra l’indifferenza delle Nazioni Unite e dei
media internazionali, lo spettro dello sterminio torna minaccioso in
una regione situata qualche centinaio di chilometri più a nord: il
Darfur.
Da oltre vent’anni una spirale di odio e violenza avvolge il Sudan.
Prima, nel 1983, il sud cristiano-animista si era ribellato ai
tentativi di Khartoum di imporre il proprio dominio politico, religioso
e culturale nella zona. La reazione governativa fu feroce e ne nacque
un conflitto in cui si stima siano morte almeno due milioni di persone.
Da diverse settimane decine di migliaia di profughi (si parla di oltre
centomila) stanno tentando di entrare in Ciad per sfuggire alle
persecuzioni e ai saccheggi ad opera di queste milizie, che si muovono
a cavallo o sul dorso di cammelli. I loro attacchi sono rapidi e
letali. Sono tante le persone, prese e poi rilasciate, che tornano a
casa segnate nel corpo e nella psiche da torture di ogni tipo. E tutto
questo con la partecipazione o il tacito consenso delle autorità.