stampa
invia
Il Ruanda lunedì va alle urne per eleggere il successore del presidente Paul Kagame, il padre della patria trasformatosi in patrigno, in un clima di incertezza e paura. Non che l'esito sia aperto, tutt'altro. A voler semplificare, per Kagame, i suoi concittadini saranno liberi di rieleggerlo nuovamente e chi dovesse rinunciare a questa libertà, è meglio che si rassegni a fare una brutta fine.
Un candidato senza avversari. Come quella che hanno fatto coloro che hanno tentato di sbarrargli la strada. Non con agguati o intrighi ma semplicemente candidandosi contro di lui. Cosa impensabile, nella democrazia ruandese. Come novelli dieci piccoli indiani, i leader dell'opposizione sono usciti di scena uno dopo l'altro. A due partiti, il Democratic Green Party (Dgp) e lo Unified Democratic Forces (Udf) non è stato permesso nemmeno di iscriversi presso la commissione elettorale e pertanto non hanno potuto presentare candidati. Perché il messaggio fosse ancora più chiaro, a luglio è stato assassinato il numero due del Dgp, Andre Kagwa Rwisereka, scomparso dalla sua casa di Butare e ritrovato decapitato il giorno dopo. "E' scappato in Burundi", aveva detto la polizia mentre la notizia della scomparsa si diffondeva. Avrebbe fatto meglio. Un altro avversario, forse il più temuto da Kagame, Bernard Ntaganda, è stato arrestato per aver tenuto un comizio non autoriazzato e adesso il suo Partito socialista ruandese è rimasto senza leadership, visto che anche il segretario generale Theobald Mutarambirwa è finito in manette. Il potere centrale ha cerchiato in rosso la data del 9 agosto già molti mesi fa. A gennaio, quando era tornata in patria la leader dell'opposizione, Victoria Ingabire Unuhoza, vero punto di forza dell'Udf: da allora i comizi e i raduni sono stati puntualmente assaltati dalla polizia. Ad aprile il regime l'aveva anche arrestata con l'accusa di negare il genocidio del 1994 ed è stata liberata solo dopo forti pressioni della comunità internazionale.
L'ombra del genocidio. Il genocidio di sedici anni fa spiega molte cose, è alla radice della fragilità di un Paese che Kagame, con l'aiuto di ingentissime donazioni dall'estero, ha saputo rimettere in piedi dopo che era passato per l'inferno di una violenza etnica che aveva fatto 800 mila morti nei primi cento giorni. Oggi, nonostante il Paese cresca, nonostante l'economia corra (nel 2010 crescerà di un sette/otto per cento), nonostante il reddito medio sia aumentato, le basi sono ancora fragili. Le ferite non si sono rimarginate e il risentimento misto all'odio corre sotto traccia. Al potere ci sono quelli che furono le vittime del genocidio, i Tutsi, anche se sono minoranza nel Paese. E questo spiega perché il negazionismo sia allo stesso tempo un accendino acceso vicino ad una polveriera ma anche un qualcosa che toglie legittimità al regime. Che da mesi si è blindato e ha cominciato ad usare il pugno di ferro, quanto più il giorno del voto si avvicinava. I giornalisti sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto. Due di loro, Patrick Kambale e Daidati Mukabibi, sono stati arrestati il 12 luglio, sempre con l'accusa di aver sostenuto teorie negazioniste. La stessa che ha portato in carcere Agnes Uwimana Nkusi, che ora rischia 30 anni di galera. Il suo giornale, Umurabayo, è stato chiuso come le altre due testate più autorevoli del Paese, Umaseso e Umuvugizi, il cui direttore, Jean Bosco Gasasira, vive in esilio; da qui ha pianto la morte del suo vice, Jean Leonard Rugambage, assassinato a giugno da due sicari. Stava indagando sul tentato omicidio di Faustin Kayumba Nyamwasa, un generale fuggito in Sudafrica, al cui governo aveva chiesto protezione, dopo essere entrato in rotta di collisione con Kagame, da lui accusato di corruzione. E Pretoria il 6 agosto ha richiamato il suo ambasciatore a Kigali, segno che la metamorfosi del presidente rischia di danneggiare il Paese sulla scena intenazionale. Mentre sul fronte interno, Kagame sembrerebbe aver perso, almeno in parte, l'appoggio incondizionato degli apparati di sucurezza, come dimostra il pronunciamento di Patrick Karegeya, ex capo dell'intelligence, consigliere ombra del presidente che adesso gli si è rivoltato contro e ha invitato i ruandesi a rovesciarlo. Da parte sua, proprio a ridosso del voto, Kagame ha sospeso per sei mesi 31 testate e ha risposto che "schiaccerà la mosca col martello", che userà la forza contro chiunque "provi a destabilizzare il regime".
Il Ruanda va alle urne in questo clima, mentre Stati Uniti, Inghilterra, Olanda e Unione Europea, i cui trasferimenti tengono in piedi il Paese, guardano da un'altra parte.
Alberto Tundo