06/08/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Riapre i battenti, dopo 30 anni, il cinema della città della Cisgiordania grazie a un consorzio internazionale

scritto per noi da
Barbara Antonelli

C'era una volta il Cinema Jenin, 500 poltroncine rosse, il più grande dei territori palestinesi, tre proiezioni al giorno: i migliori film del mondo arabo, film di azione, B-movies (a basso costo) americani, ma anche pornografici. Fino al 1987, quando chiuse i battenti, con lo scoppio della Prima Intifada. Da allora il vecchio cinema di Jenin è stato per oltre venti anni una discarica e il ricovero per i piccioni della città.

Solo qualche mese fa, aggirandosi nel cantiere, tra polvere e lavori, ma anche tra i cimeli di un mondo in dissolvenza, vecchi proiettori da 35 mm e consumate pellicole in bianco e nero, sbiaditi biglietti di ingresso, era difficile immaginare che il cinema avrebbe aperto i suoi battenti proprio a inizio agosto, come volevano i suoi ideatori.

Dietro alla riapertura del cinema, avvenuta il 5 agosto alla presenza di oltre 300 ospiti stranieri e 100 giornalisti, c'è la mente del regista tedesco Markus Vetter e il suo film Il Cuore di Jenin, una pellicola che ha ricevuto riconoscimenti internazionali e il Premio del cinema tedesco. La storia narrata da Vetter nasce proprio a Jenin ed è la vera storia di Ismail Khatib, profugo del vicino campo: nel 2005 suo figlio di 11 anni, Ahmed, viene ucciso dai proiettili di un soldato israeliano, che scambia la sua arma giocattolo per una vera. Ismail decide di donare gli organi di Ahmed, per salvare la vita ad altri bambini, israeliani.

Vetter si appassiona alla storia, che ha commosso quasi tutti i media israeliani e segue la visita di Ismail presso le famiglie israeliane i cui figli vivono oggi grazie al cuore, ai polmoni, al fegato di Ahmed. Tra Markus e Ismail nasce un legame e dal loro impegno, volontario, un centro ricreativo per i bambini di Jenin. "Non volevo che la storia finisse con il mio film", dice Markus, "soprattutto quando ti avvicini tanto ai protagonisti." Markus Vetter, Ismail Khatib e Fakhri Hamad, quello che è poi divenuto il manager (da parte palestinese) del "consorzio" Cinema Jenin, hanno davvero intravisto l'enorme valore che si nascondeva dietro alle macerie di un mondo in dissolvenza.

Affascinato dalle potenzialità immaginative del cinema, Ma'moun Kanan, giovanissimo assistente manager di Fakhri, è l'alter ego palestinese del piccolo Totò, protagonista del capolavoro di Giuseppe Tornatore Nuovo Cinema Paradiso. E' stato lui ad accompagnarmi tra i febbrili cantieri degli ultimi mesi diretti dal teutonico architetto Johannes Hucke e a illustrarmi la struttura: 200 posti al piano inferiore e altri 200 nella balconata, comprese piccole logge per i VIP; poltroncine in rovina originali degli anni '50 e '60 sono state oggi restaurate, anche attraverso la campagna "adotta una sedia". All'esterno un enorme spazio che ospiterà proiezioni all'aperto e una caffetteria. E accanto una guest-house già funzionante da mesi, in cui al primo piano c'è il primo distributore di birra a gettoni che si sia mai visto a Jenin.

L'idea è portare il cinema, la cultura a Jenin, farne la sede del primo festival internazionale di cinema della Palestina. Il cinema Jenin è per molti la realizzazione di un sogno. Soprattutto per il 40 percento dei profughi del vicino campo, che sono sotto i 15 anni. "Questo cinema è per Ahmed'', dice Khatib, ''e per i sui amici. Vogliamo che il progetto viva da solo, sia autosufficiente entro due anni". "Un progetto delle persone, per le persone", dice Dagmar Quentin, manager delle Pubbliche Relazioni e degli sponsor. Perché Cinema Jenin è un progetto faraonico, da un milione di dollari di investimenti e donazioni. "E' stato duro"- dice Kanan - per i primi tre mesi abbiamo lavorato senza finanziamenti, senza sapere dove il progetto ci avrebbe portato". Poi è arrivato il Ministero della Cultura tedesco, donatori privati, anche di eccezione, come il bassista culto dei Pink Floyd, Roger Waters, che ha sovvenzionato l'impianto audio. Anche l'Autorità Palestinese ha fatto la sua parte.

Un luogo che potrà essere utilizzato per i festival, per le attività teatrali, ma anche dato in affitto per matrimoni privati. Un luogo che oltre a ospitare uno schermo in 3D, prevede la realizzazione di studi per la sottotitolazione, il doppiaggio, la sincronizzazione, una scuola di cinema. "La tecnologia più avanzata sarà installata qui", dicono gli organizzatori. "Perché la distribuzione in digitale, anche se più costosa, è più semplice." Un grande business, per una serie di compagnie private del mondo cinematografico tedesco, che hanno investito o investiranno, in un mercato ancora vergine in Cisgiordania.

Di certo l'apertura del cinema riflette i cambiamenti di Jenin, come di altre città della Cisgiordania, con comunità più conservatrici, come Nablus; città che si alleggeriscono dal pesante fardello della chiusura verso l'esterno, dove la gente torna a frequentare la strada, dove riaprono caffetterie, ristoranti, centri commerciali.

Gli interrogativi e le problematiche che un progetto di tale portata solleva in una città come Jenin, non sono però da sottovalutare. Primo tra tutti la scelta dei film da proiettare. Il team del cinema ha condotto studi preliminari sulle aspettative dei residenti, intervistando a tappeto abitanti del centro città, del campo profughi ma anche dei villaggi vicini. Sono stati organizzati, nel corso dei mesi passati, gruppi di proiezione e selezione dei film collettivi; sera dopo sera, è stata visionata, anche alla presenza del muftì, una vasta gamma di film per costituire la futura programmazione del cinema. Proiezioni campione alle quali - secondo quanto dichiarato da molti volontari e curiosi che vi hanno preso parte - la partecipazione da parte palestinese non può certo essere definita di massa.

La richiesta del mercato locale tende ai film di azione made in USA, alle commedie egiziane, con qualche concessione al mondo di Bollywood, gli stessi film che andando in giro per la Cisgiordania si trovano in qualsiasi video-noleggio o che vengono inclusi nella normale programmazione dei due cinema già presenti nei territori, a Nablus e Ramallah. Molti dei film proiettati in questi mesi, tra cui Il meraviglioso mondo di Amelie o The Monastery, sono stati ritenuti, dalla popolazione locale, lenti e noiosi. E' andata meglio per Persepolis di Mariane Satrapj. Un board composto sia da esperti palestinesi che internazionali, selezionerà, dopo una attenta supervisione, i film per le proiezioni, il cui ingresso è per ora fissato a 5 shekel (un euro circa).

Gli organizzatori dicono che l'iniziale riluttanza della popolazione locale, soprattutto in un ambiente conservatore come Jenin, dove anche una realtà così integrata nella vita e nella storia del campo, il Freedom Theater è stato incendiato due volte da gruppi radicali, è stata sconfitta. Ma l'altra sera all'affissione della sfavillante scritta rossa Cinema Jenin, c'erano soltanto i volontari europei e gli organizzatori. Nonostante il cinema si trovi su una delle strade più affollate di Jenin.

Un progetto, che come altri, non è visto di buon occhio da una parte di intellettuali e attivisti palestinesi che criticano il processo di cosiddetta "pace economica", cioè lo sviluppo dell'economia palestinese e la creazione di migliori standard qualitativi di vita e opportunità occupazionali, a fronte però di un immobilismo totale sul fronte politico, senza cioè minimamente intaccare il nocciolo della frammentazione territoriale e geografica prodotto dall'occupazione israeliana.

Markus Vetter ha dichiarato, "In genere sono io a scrivere le storie. Il cinema Jenin, dà a ognuno dei partecipanti la possibilità di scrivere il copione della propria vita." Peccato che sia un copione in cui - sebbene non se ne faccia aperta menzione - l'attore principale è ancora l'occupazione israeliana".

Inoltre sul sito del consorzio, sotto le informazioni relative alla città di Jenin, la distruzione del campo e l'invasione da parte dell'esercito israeliano del 2002 (che certamente ha incontrato la resistenza armata delle fazioni palestinesi presenti nel campo e nel quale ci sono state anche morti di soldati israeliani) è semplicemente definita "La battaglia di Jenin", e fino a qualche mese fa (ora è stato modificato) il campo era chiamato "il cosiddetto" campo profughi.
Viene in mente l'invito del protagonista di Into The Wild, il meraviglioso film di Sean Penn, che con commovente convinzione dichiara: "Chiama le cose con il loro nome".