15/04/2004
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I signori della guerra si rivoltano in armi contro il governo centrale
Prima Ismahil Khan a Herat, ora Rashid
Dostum nel nord del paese. Mentre un terzo del territorio nazionale,
quello al confine col Pakistan, è sostanzialmente controllato dalla
resistenza talebana e dai miliziani di Hekmatyar, che ha lanciato un
appello all’insurrezione generale ‘all’irachena’ contro le forze
d’occupazione Usa. Queste intanto, in risposta ai crescenti attacchi,
dopo la disfatta dell’offensiva pachistana in Waziristan (costata la
vita a centinaia di soldati) si preparano a dare l’assalto alle
roccaforti talebane nella provincia di Khost
Lontano dai riflettori, puntati tutti sull’Iraq, la
situazione in Afghanistan sta rapidamente peggiorando. Come ogni anno,
all’arrivo della bella stagione, quando la neve si scioglie e, come dei
bucaneve, rispuntano i kalashnikov.
Nell’ovest e nel nord del paese i signori della guerra fanno campagna
elettorale ‘federalista’ a colpi di rivolte armate contro le autorità
del governo centrale di Hamid Karzai e contro la sua politica
‘centralista’. Mentre nel sud, al confine col Pakistan, la resistenza
talebana alza il tiro emulando i mujaheddin iracheni e le forze Usa,
dopo il fallimento totale dell'offensiva pachistana contro le retrovie
talebane nelle Aree Tribali, ritirano fuori dal cassetto l’opzione di
un intervento diretto, ammassando le truppe fresche arrivate in
rinforzo dagli Usa (almeno duemila uomini) e iniziando a ‘saggiare il
terreno’.
Ma andiamo per ordine. Dopo i feroci combattimenti che hanno
interessato la provincia occidentale di Herat controllata da Ismail
Khan, costati oltre cento morti e cessati solo dopo l’intervento di
millecinquecento soldati dell’esercito governativo afgano, da alcuni
giorni si stanno registrando violenti scontri armati nelle province
settentrionali di Faryab, Jowzan e Balkh, controllate dal generale
uzbeco Rashid Dostum. Le sue milizie si fronteggiano con le forze
tagiche filo-governative comandate da Mohammed Ustad Atta, fedelissimo
del potente ministro della Difesa, Mohammed Fahim, che ha inviato in
zona centinaia di uomini come rinforzo.
La situazione più preoccupante è però sempre quella al confine col
Pakistan, dove si moltiplicano gli attacchi della resistenza talebana e
dei loro alleati: i miliziani del partito integralista Hezb i-Islami e
i combattenti di al-Qaeda. A causa della crescete attività di
guerriglia di queste forze ‘anti-Coalizione’, come vengono definite dai
comandi Usa, ormai un terzo del territorio nazionale afgano è
off-limits per le autorità del governo centrale di Kabul. Mentre ieri,
nella provincia meridionale di Kandahar dieci poliziotti afgani sono
stati uccisi in un'imboscata talebana e altri tre sono rimasti feriti
nell'ennessimo attentato dinamitardo contro una base Usa, dalla
provincia di Paktika arrivava la notizia di un grave agguato avvenuto
lunedì e costato la vita a sette civili afgani. Una donna, un bambino e
cinque funzionari governativi che viaggiavano su un’auto nel distretto
di Bermal sono stati fermati e trucidati da un commando di uomini
armati, talebani secondo la popolazione locale.
Solo domenica, Gulbuddin Hekmatyar, il ricercatissimo leader dell’Hezb
i-Islami, aveva diffuso un comunicato in cui chiedeva al popolo afgano
di prendere esempio dagli iracheni e di prepararsi all’insurrezione
generale contro le forze statunitensi. “Come i mujaheddin iracheni –
recitava il suo messaggio – anche noi afgani dobbiamo insorgere contro
le forze d’occupazione”. La risposta all’appello di Hekmatyar l’hanno
data i militari del contingente internazionale dell’Isaf, che ieri
mattina hanno arrestato nei pressi di Kabul uno dei suoi più stretti
collaboratori, un comandante dell’Hezb i-Islami di cui non è stato
ancora diffuso il nome.
Ma è sul fronte della strategia militare del Pentagono che si
registrano le novità più rilevanti. La tattica ‘incudine e martello’,
che prevedeva una divisione dei compiti tra esercito pachistano e forze
Usa per stringere i talebani in una morsa dai due versanti del confine
afgano-pachistano, si è rivelata fallimentare dopo la tragica disfatta
subita nelle scorse settimane dell’esercito di Islamabad sulle montagne
del Waziristan. Una sconfitta che si è tentato di minimizzare, ma che
sta emergendo in tutta la sua tragica dimensione: i comandi pachistani
hanno ammesso la perdita di alcune decine di uomini, ma sta venendo
fuori che, tra militari e paramilitari, il bilancio delle vittime
sfiora gli ottocento morti.
Stando così le cose, gli Usa hanno deciso di andare loro stessi a
stanare i talebani nelle loro roccaforti più inaccessibili, senza
troppi riguardi alle linee di confine. Secondo indiscrezioni apparse
sulla stampa pachistana, il primo obiettivo dei marines e degli
‘alpini’ americani sarebbe la valle del fiume Shawal, una fortezza
naturale cinta da alte montagne e ricoperta da boschi fittissimi che
sta a cavallo tra la provincia afgana di Khost e quella pachistana del
Nord Waziristan. Secondo fonti di intelligence qui si sarebbe nascosto
il grosso dei guerriglieri sfuggiti dall’offensiva pachistana condotta
nella valle di Wana, nel Sud Waziristan. Un’ipotesi confermata
dall’annuncio di una nuova operazione lanciata nei giorni scorsi da
settecento soldati americani e afgani proprio da queste parti.
Enrico Piovesana