10/04/2004
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Da un documento diffuso dai "Rabbini per i Diritti Umani"
“Abbiamo promesso di non diventare a nostra volta degli oppressori. Ma
allo stesso tempo sappiamo quanto sia facile che i nostri cuori
s’induriscano nei confronti di coloro che hanno pagato (e stanno
tuttora pagando) un prezzo eccessivo per la nostra prosperità e
sicurezza”. I Rabbini per i Diritti Umani – organizzazione fondata nel
1988, in risposta alle gravi violazioni dei diritti umani da parte
dell’Esercito israeliano durante la repressione dell’Intifada –
prendono nuovamente la parola. Lo fanno diffondendo un testo dal titolo
“Chi siederà al nostro tavolo?” per la Pasqua ebraica, quest’anno
caduta nella notte fra il 5 e il 6 aprile.
È la voce rabbinica della coscienza, in Israele, e quindi dovrà essere
ascoltata. Una voce che ricorda come gli abusi di diritti umani siano
incompatibili con i valori dell’antica tradizione ebraica, con il senso
di responsabilità morale o la preoccupazione biblica dello “straniero
fra noi”. Il dito è puntato contro la politica delle demolizioni delle
case palestinesi, voluta dal primo ministro Sharon. Ma si criticano
aspramente anche i tagli ai fondi sociali che consentirebbero di
sfamare i “nuovi poveri” israeliani. Due altri temi bollenti sono
quelli della prostituzione e dello sfruttamento della manodopera
straniera. Pubblichiamo ampi stralci del loro documento.
Case demolite, famiglie palestinesi sul lastrico La famiglia
Maswadeh. Dopo una notte di guardia e di promesse mancate, i bulldozer
hanno demolito la casa dove abitavano Sufian, sua moglie Sama, i loro
cinque bambini, la madre malata, il fratello di Sufian e la famiglia di
lui. Essendo in possesso di una lettera del Comune di Gerusalemme nella
quale si afferma che la casa sorge su una zona edificabile, la
necessità di “suddividere nuovamente” l’area rendeva in pratica
impossibile procurarsi un permesso di costruzione. Assediata dai debiti
contratti per erigerla e pressata dal Comune che chiedeva di pagare per
la demolizione, la famiglia ora è costretta a vendere il terreno. I
bambini soffrono tuttora di stress post-traumatico. Stasera celebriamo
la pasqua ebraica (seder) nella sicurezza delle nostre case; crediamo
di poter anticipare il giorno in cui avremo tutti un tetto sopra le
nostre teste.
La fame in Israele Mentre dichiariamo Kol Dikhfeen – ovvero “lasciate
che tutti gli affamati vengano e mangino” – dobbiamo confrontarci con
una realtà nella quale il 20 per cento degli israeliani soffre
sistematicamente la fame. La preoccupazione per il nostro benessere
economico, forse ha indurito i nostri cuori divenuti insensibili alla
condizione dei più deboli sulla scala sociale. Anziché invitarli alla
nostra tavola, abbiamo fatto passare una serie di tagli ai fondi
necessari ad affrontare questi bisogni crescenti. Innalzando il lekhem
oni (“il pane dei poveri”), sappiamo di poter adempiere l’ordine
dell’haggadah (il testo che si legge durante la Pasqua ebraica, ndr):
quello di dividere il pane con i più miserabili. Ci auguriamo che il
prossimo anno tutti possano essere liberi dalla “schiavitù degli
stomaci vuoti”.
Lavoratori stranieri Portati in Israele con la promessa di condizioni
d’occupazione eccellenti, molti lavoratori stranieri scoprono
velocemente che la realtà è molto diversa. Stipati in case fuori norma,
vivono senza i servizi più fondamentali. Una volta che sono stati loro
confiscati i passaporti, sono in balia dei datori di lavoro. Privi di
un’assicurazione sanitaria, quando s’ammalano o incorrono in incidenti
sul lavoro, restano chiusi nei loro quartieri-ghetto, oppure vengono
caricati a forza sugli aerei e rispediti nei Paesi d’origine, dove non
possono chiedere alcuna forma di compensazione. Talvolta vengono
picchiati da sicari, se osano contrastare i padroni. Stanotte la loro
lotta, diventa la nostra lotta.
Schiave di oggi Negli ultimi dieci anni, circa 10mila donne sono state
immesse sul mercato della prostituzione israeliano. Subito dopo essere
entrate nel Paese, vengono recluse in appartamenti privati o bordelli,
dove subiscono ogni genere di intimidazioni e vengono ripetutamente
stuprate. I loro passaporti sono confiscati e le ragazze vengono
vendute all’asta. Le costringono a prostituirsi senza alcun compenso,
fino a quando non hanno interamente saldato il loro “debito” per il
trasporto. L’argomento utilizzato per terrorizzarle è questo: sono in
Israele illegalmente, e dunque se si dovessero rivolgere alla polizia,
verrebbero incarcerate a vita. Alcune donne arrivano con l’idea di un
lavoro che le aspetta. Altre hanno subito un lavaggio del cervello, per
cui pensano realmente che alla fine otterranno un’occupazione regolare
come ragazze alla pari o come cameriere. Nessuna s’aspetta il
trattamento duro, in pratica da schiave, che poi viene riservato loro
qui. La loro speranza è il nostro impegno a liberarle dall’attuale
condizione.
© Rabbis For Human Rights