03/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Donne e bambini uccisi in una raid aereo Usa nell’Uruzgan e dell'esercito afgano a Herat
Soldato Usa e civili afganiDonne e bambini, civili afgani inermi, uccisi e mutilati dalle bombe sganciate dagli aerei americani, ‘effetti collaterali’ della nuova offensiva militare statunitense contro la resistenza armata talebana.
Oppure ammazzati a fucilate dai soldati del nuovo esercito afgano addestrato dagli Usa, che hanno aperto il fuoco sulla folla per disperdere una manifestazione di protesta antiamericana.
La cronaca di questi ultimi giorni dimostra che in Afghanistan la guerra non è finita. Perché non è finita l’occupazione statunitense del Paese, che anzi si espande e si radica sempre più, militarmente e politicamente, nel territorio. Un’occupazione che continua a incontrare una forte resistenza, non solo quella armata dei talebani, ma anche quella pacifica della gente, ugualmente repressa con le armi. Altro che Afghanistan pacificato e democratico. Dai propri ‘liberatori’ gli afgani continuano a ricevere sempre solo le stesse cose: bombe e pallottole.

Caccia Usa in Afghanistan Raid punitivi. Martedì scorso il sergente Allen Johnson, trentun anni originario della California, è stato ucciso in un agguato teso dai guerriglieri talebani alla sua pattuglia mentre era in perlustrazione nella desolata provincia centrale di Uruzgan. L’imboscata è avvenuta nella zona di Deh Rawood, la stessa della strage del matrimonio del luglio 2002, quando l’aviazione Usa bombardò una festa nuziale uccidendo 48 civili e ferendone altri 117. Johnson è il primo soldato americano ucciso da ‘fuoco ostile’ (non da una mina) negli ultimi quattro mesi. Una sfida cui il generale David Barno, che comanda le forze Usa in Afganistan, ha voluto dare una risposta esemplare, scatenando una dura rappresaglia militare contro la provincia ribelle. I caccia dell’aviazione Usa hanno iniziato a bombardare tutti i sospetti covi dei ribelli talebani. Venerdì, in uno di questi bombardamenti, assieme a quattro ‘militanti’ sono stati uccisi anche tre civili, tra cui un bambino e una donna. Altri due bambini sono rimasti gravemente feriti. “Non è colpa nostra – si sono giustificati i comandi Usa – se i talebani si nascondono tra i civili”.

Soldato Usa durante un rastrellamento La punta di un iceberg. L’incidente di venerdì non è un caso isolato. Ma solo uno dei pochi che vengono alla luce. Capita spesso, infatti, che civili afgani vengano uccisi ‘per sbaglio’ nei raid aerei Usa contro i talebani. Ma una volta che vengono conteggiati come ‘combattenti’, raramente i comandi Usa si preoccupano di rettificare il bilancio quando si scopre che erano civili inermi. E così la loro morte, semplicemente, rimane ignota. L’ultimo caso noto risale a oltre un mese fa, il 22 marzo, quando una donna e due bambini sono stati uccisi assieme a tre talebani dai soldati Usa nel corso di un blitz contro un covo della guerriglia. Un altro bambino e un’altra donna erano rimasti gravemente feriti.
Le organizzazioni umanitarie afgane hanno ripetutamente protestato contro questi ‘incidenti’, sostenendo che così non si fa altro che aumentare l’ostilità della popolazione verso le forze d’occupazione statunitensi e verso il governo di Hamid Karzai da essi sostenuto (e confermato al potere con ‘elezioni democratiche’ alquanto discutibili). Un’ostilità che cresce man mano che la presenza militare Usa si estende sul territorio afgano con la costruzione di nuove basi nel sud e nell’ovest del Paese. Un’ostilità alimentata dal malcontento sociale di una popolazione a cui è stato promesso tanto (sicurezza, lavoro, sviluppo, democrazia, diritti) ma che fino ad ora non ha visto cambiare niente.

Le manifestazioni di Herat Gli incidenti di Herat. Venerdì scorso nel parco pubblico della città afgana orientale di Herat una manifestazione celebrativa del tredicesimo anniversario della vittoria dei mujaheddin sul regime comunista di Najibullah si è trasformata in una protesta antiamericana e antigovernativa in sostegno del potente leader storico di questa regione, Ismail Khan, il ‘leone di Herat’, che nel 1992 contribuì alla riconquista di Kabul ma che lo scorso settembre è stato rimosso dal suo incarico di governatore per volere di Karzai degli Stati Uniti. Sembra che a un certo punto siano stati lanciati dei sassi contro i soldati del nuovo esercito afgano (creato e addestrato dagli americani) che presidiavano in forze la zona della manifestazione: i militari hanno reagito aprendo il fuco sulla folla e uccidendo una donna e sua figlia. A quel punto è intervenuta la polizia locale arrestando un soldato, ma i suoi commilitoni lo hanno difeso con le armi scatenando una violenta battaglia tra polizia ed esercito. Per un ora si sono fronteggiati a colpi di mitra e granate, e alla fine si sono contati altri sei morti, di cui tre civili.
Il mattino dopo una folla inferocita è scesa  in piazza urlando “Abbasso l’America!” e lanciando pietre contro i palazzi governativi: l’esercito ha nuovamente reagito con le armi, sparando sul corteo, uccidendo un anziano e ferendo undici persone.
 

Enrico Piovesana

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