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In Libano gli alberi sono importanti. Non a caso la nazione è nota in tutto il mondo come il Paese dei Cedri, pianta millenaria, che fa bella mostra di sé anche nella bandiera nazionale libanese. Qui, però, si esagera.
Pare ormai assodato che il motivo dello scontro a fuoco avvenuto ieri tra l'esercito libanese e quello israeliano, costato la vita a cinque persone (un giornalista, tre soldati libanesi e un militare israeliano) è stato scatenato dall'abbattimento di un frondoso albero che impediva la visuale alle sentinelle dell'esercito d'Israele. I militari di Tel Aviv, a loro dire dopo aver opportunamente informato i militari di Unifil (il contingente Onu stanziato nel Libano meridionale dalla fine del conflitto del 2006), hanno passato la frontiera per eliminare l'albero. A quel punto i militari libanesi hanno aperto il fuoco. Gli israeliani hanno risposto. Scattata in men che non si dica la diplomazia Onu, al di là delle accuse reciproche, l'incidente sembra rientrato. Solo in apparenza, però, perché che il problema sia un albero - in fondo - non ci crede nessuno.
La tensione al confine tra Israele e Libano è alle stelle. La differenza, rispetto al 2006 - quando Israele attaccò Beirut e il Libano meridionale con l'obiettivo di cancellare dalla faccia della terra Hezbollah - è che adesso il problema non è più solo il partito sciita guidato da Hassan Nasrallah, ma anche il governo del premier Saad Hariri.
Il primo problema è la situazione interna del Libano. Dopo le elezioni del 7 giugno scorso, il governo di Hariri si è detto pronto a inserire a pieno Hezbollah, il partito armato sciita filo iraniano, nel novero delle realtà politiche del Paese. Questo per Israele è un problema. Il fronte settentrionale, per Israele, resta scoperto. Nessuna fiducia nell'Unifil che, ai sensi della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza Onu che pose fine al conflitto il 4 agosto 2006 dovrebbe vigilare sul confine e disarmare Hezbollah, o perlomeno impedire che giungano armi dall'Iran. I militari israeliani non si fidano, ancor più adesso che c'è il comando spagnolo (secondo Tel Aviv intimidito dagli estremisti con l'attentato del 24 giugno 2007, costato la vita a due militari spagnoli e tre colombiani) e caschi blu indonesiani (ritenuti troppo musulmani per quel teatro), e temono un nuovo attacco di Hezbollah.
Hezbollah, rispetto ai fatti di ieri, non c'entra nulla. Almeno sulla carta. Nasrallah si è affrettato a garantire l'intervento immediato dei suoi uomini se si dovesse ripetere un attacco come quello di ieri. Non è così, a ben vedere. La divisione che ha ingaggiato lo scontro a fuoco con le truppe israeliane è la Nona, composta in massima parte di sciiti. Una delle clausole che Hezbollah ha sempre preteso rispetto al dispiegamento dell'esercito libanese nel sud del Paese è che ci siano unità sciite. Non solo questo, visto e considerato che il giornalista che ha perso la vita è Assaf Abu Rahhal, di al-Akbar, quotidiano libanese nato proprio l'ultimo giorno della guerra del 2006 per raccontarne l'orrore. Walid Jumblatt, leader druso libanese, ha sempre detto che il giornale è una voce iraniana, ma non è questo il punto. La presenza di Rahhal e il fatto che le prime immagini siano state trasmesse da al-Manar, la televisione di Hezbollah, danno l'idea che gli ambienti vicini al partito armato sciita sapessero che qualcosa stava per succedere. Ma a chi giova una nuova guerra nell'area? Israele vorrebbe chiudere il conto lasciato aperto nel 2006, ma non si sente più alle spalle un'Amministrazione Usa pronta a dire sempre si. Però un problema, sul fronte settentrionale, resta.
Il filo rosso che lega Hezbollah all'Iran, passando dalla Siria, gode di ottima salute. L'intenso lavoro diplomatico degli Stati Uniti d'America, della Francia e dell'Arabia Saudita per spezzare l'asse sciita (la Siria è un Paese a maggioranza sunnita, ma il presidente siriano Bashar al-Assad è legato alla setta alauita, d'ispirazione sciita) portando Damasco nell'orbita occidentale non hanno dato i frutti sperati. Secondo l'intelligence d'Israele, nonostante i colloqui che da anni (mediati dalla Turchia) vedono impegnati Damasco e Tel Aviv, la Siria continua a consentire il passaggio sul suo territorio dei missili iraniani destinati a Hezbollah. Gli Usa, mesi fa, erano pronti ad annunciare, come grande successo diplomatico, la riapertura della loro ambasciata a Damasco. Ma qualcosa è andato storto e la visita del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad a Damasco è stata un successo. Gli Usa e la Francia hanno provato a recuperare ancora, mandando il fidato re saudita Abdulaziz a trattare con Assad, ma l'orientamento del leader siriano è chiaro: si gioca su più tavoli, prendendo tutto quello che si può. Senza certezze per nessuno, tanto meno per Israele.
Hezbollah stesso, però, non è del tutto tranquillo, pur dopo il coinvolgimento a pieno titolo nella politica libanese. Sul movimento incombe il Tribunale Speciale voluto dall'Onu per l'omicidio di Rafik Hariri, ex premier (padre dell'attuale primo ministro) assassinato a Beirut il 14 febbraio 2005 da un'autobomba. Hariri era noto per le sue posizioni anti siriane e la rabbia popolare suscitata dalla sua morte costrinse i militari siriani ad abbandonare il Libano in tutta fretta. Il movimento anti-siriano, con Hariri a capo, ha abbandonato la logica di contrapposizione contro Hezbollah e la Siria, ma se il Tribunale dimostrasse - come si vocifera - il coinvolgimento nella morte di Hariri di Siria e di Hezbollah sarebbe un problema. In particolare per il coinvolgimento di Badr el-Din, personaggio importante del partito islamico. Wissam Eid, capitano dell'esercito libanese, è l'uomo dell'intelligence di Beirut che ha individuato in el-Din l'anello chiave della catena di comando dell'eliminazione di Hariri. Il figlio dell'ex premier non potrebbe restare indifferente di fronte a prove certe e continuare a governare con Hezbollah. Per la cronaca Eid è stato ucciso da un'autobomba a Beirut nel 2008. Nasrallah si dice sicuro che ci sia Israele dietro la morte di Hariri, per destabilizzare il Libano. Ha promesso, per il 9 agosto prossimo, di rivelare le prove del complotto. Inaugurando una nuova estate calda in Medio Oriente.
Christian Elia
Parole chiave: hezbollah, rafik hariri, mahmoud ahmadinejad, bashar al assad