02/05/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Inizia oggi a New York la conferenza per il rinnovo del Trattato di non-proliferazione nucleare
Mohamed el Baradei, direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) delle Nazioni UniteChi le ha già vorrebbe impedire agli altri di averle, chi non le ha ancora pensa che chi le ha stia facendo troppo poco per disfarsene. Per i diplomatici dei 180 Paesi che da oggi al 27 maggio discuteranno a New York il rinnovo del Trattato di Non Proliferazione nucleare (Tnp), il compito si presenta difficile. Il patto, firmato nel 1968, prevede che gli Stati sprovvisti di bomba atomica non costruiscano ordigni di questo tipo, mentre impegna le cinque potenze nucleari riconosciute – Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina, ovvero i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu – a smantellare progressivamente i loro arsenali. Ma la revisione del trattato, un appuntamento quinquennale fisso, stavolta arriva in un momento di grande tensione internazionale.
 
Il "caro leader" nordcoreano, Kim Jong-IlI casi Iran e Corea del Nord. Nel corso degli anni tutti gli Stati tranne Israele, India e Pakistan (ormai dotati anch’essi dall’atomica) hanno firmato il Tnp. Ma le tensioni sono aumentate recentemente intorno alle ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord, entrambi inseriti dall’amministrazione Bush nell’ “asse del male”. Mentre il regime di Pyongyang nei mesi scorsi ha abbandonato il tavolo delle trattative annunciando di possedere armi atomiche e di non sentirsi più vincolato dal Tnp, l’Iran è da anni impegnato in un tira e molla diplomatico con le potenze europee e gli Usa. Dagli anni Ottanta Teheran ha sviluppato (con l’aiuto di Mosca) tecnologie di arricchimento dell’uranio e di riprocessamento del plutonio. Attività che darebbero la possibilità di costruire bombe atomiche, ma che l’Iran insiste di voler usare solo per produrre energia a usi civili. Europei e americani ci credono poco. L’Iran ha costantemente cercato di impedire le visite degli ispettori internazionali e mentito sui propri progressi, come se avesse qualcosa da nascondere. La via diplomatica scelta da Francia, Germania e Gran Bretagna – sostenuta ora anche dagli Usa – sta cominciando a dare frutti: incentivi economici in cambio della promessa di non dotarsi della bomba atomica. Ma fino a qualche mese fa l’irrigidimento di Washington verso il regime teocratico di Teheran non prometteva niente di buono. E la questione promette di essere un argomento caldo nei colloqui di New York.
 
Una veduta dall'alto del sito di Bushehr, dove l'Iran ha costruito un impianto nucleare che Usa e Europa credono destinato alla creazione della bomba atomicaLe critiche a Usa e Russia. Nonostante le possibili infrazioni al Tnp da parte dei Paesi ufficialmente non-atomici, alla conferenza si parlerà molto anche del comportamento delle potenze nucleari riconosciute. Usa e Russia, in particolare, hanno eliminato buona parte dei loro arsenali negli ultimi trent’anni e si sono impegnate a ridurre fino a 1.700-2.200 le testate in loro possesso entro il 2012. Ma le nuove minacce strategiche all’orizzonte (leggi: Cina) fanno da ostacolo a un ulteriore disarmo. E a New York, si prevede, in molti faranno notare che il loro rifiuto di smantellare a fondo gli arsenali indebolisce il Tnp più dell’ambizione di altri Paesi di far parte dell’élite atomica. In particolare, è la linea degli Usa a essere criticata. Nei suoi cinque anni al potere, l’amministrazione Bush ha mostrato un rinato interesse verso la produzione di nuove armi nucleari. Durante il suo primo mandato, il presidente ha cercato di far approvare dal Congresso – senza successo – i fondi per gli studi di fattibilità di nuovi ordigni atomici, tra cui uno soprannominato “cacciabunker” perché capace di distruggere arsenali chimici e biologici nascosti nel sottosuolo. Inoltre, Bush ha già fatto infuriare molti alleati quando annunciò che Washington rifiutava di promuovere un accordo mondiale sulla messa al bando dei test nucleari. Ma l’amministrazione statunitense non accetta le critiche: nei giorni scorsi il vice-segretario di Stato Stephen Rademaker ha definito “eccellente” la politica usa sul disarmo e ha aggiunto che Washington non è disposta a fare concessioni per convincere gli altri Paesi a rafforzare il Tnp.
 
Cosa può succedere. “L’obiettivo della conferenza di New York è di raggiungere una dichiarazione finale all’unanimità sul rinnovo del trattato, ma sono molto pessimista sulle sue possibilità di successo. Sarà una bella gatta da pelare – spiega Terence Taylor dell’International Institute of Strategic Studies di Washington –. Negli ultimi tempi il clima si è fatto pesante”. La sua opinione trova d’accordo anche Joseph Cirincione del Carnegie Endowment for International Peace: “Se la conferenza sul Tnp terminerà con un disaccordo tra i partecipanti, se non riuscirà a produrre un documento accettato da tutti, molte nazioni lo vedranno come un segno che il regime di non-proliferazione si sta disfacendo”. Una conclusione che non sarebbe vista male dalle migliaia di dimostranti scesi ieri in piazza a New York, ma per il fine opposto: l’abolizione delle armi nucleari tout court. Del loro sogno, però, alla conferenza non si parlerà proprio. 

Alessandro Ursic

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