Oggi, 30 aprile 2005, a Ho Chi Minh City (ex Saigon) si festeggiano i
trent'anni dalla fine della guerra del Vietnam, una delle guerre più
sanguinose e lunghe del secolo.
Il 30 aprile del 1975, Vietcong e truppe Nord-vietnamite riuscirono ad
entrare nella capitale, ponendo così fine a quattordici anni di guerra
e a dieci anni di bombardamenti americani.
La guerra del Vietnam ha visto contrapposti da una parte guerriglieri
Vietcong, Vietnam del Nord, Urss e Cina (queste ultime due nazioni
fornirono aiuti militari ma non presero parte alle guerra con proprie
truppe). Dall'altra Vietnam del Sud, Stati Uniti, Corea del Sud,
Thailandia, Australia, Nuova Zelanda e Filippine.
Alla fine il bilancio sarà tragico: due milioni di morti e altrettanti
feriti, mutilati, invalidi e orfani dalla parte dei vietnamiti, mentre
furono sessantamila i soldati statunitensi che persero la vita e
centomila quelli che tornarono in patria mutilati.
Ancora oggi in Vietnam la gente muore a causa degli ordigni inesplosi,
soprattutto bombe a grappolo, e per le conseguenze sull'ambiente
prodotti dagli agenti chimici utilizzati: sono quattro milioni le
persone che devono lottare contro gli effetti dell'agente arancio, il
defoliante alla diossina che gli aerei americani hanno riversato sul
Paese.
“Come una immagine fotografica congelata nell’immobilità
dell’istantanea, [il libro] Giai Phong! in particolare
riflette ancora l’entusiasmo di quei giorni, è pieno delle speranze che
la rivoluzione aveva sucitato. Io invece, avendo vissuto il resto di
quella ed altre storie, sono diventato, com’è naturale e giusto,
un’altra persona: scettica di tutte le promesse politiche e sospettosa
di ogni tipo di rivoluzione. ‘Allora ti eri sbagliato?’ mi si chiede
spesso. Al fondo di questa domanda c’è una provocazione che merita una
risposta, e la risposta è sostanzialmente: ‘No’. I fatti di poi non
possono mutare i fatti di prima e quel che è successo in guerra non può
cambiare il giudizio sul significato del conflitto in sé. Per la mia
generazione fu soprattutto una questione di moralità. Da una parte
c’erano i vietnamiti che combattevano una guerra di indipendenza, la
stessa che avevano combattuto da quando, un secolo prima, i francesi
erano sbarcati sulle loro coste ed avevano fatto dell’Indocina una
colonia; dall’altra c’erano gli americani che avevano rimpiazzato i
francesi nel loro tentativo neocolonialista, che non avevano alcuna
ragione di immischiarsi negli affari di un paese così lontano dal loro
e che non avevano perciò alcun diritto ‘di distruggerlo per poterlo
salvare’. Ogni generazione cerca gli eroi con cui identificarsi, degli
eroi a cui ispirarsi. Per la mia furono i vietcong. Fra gli americani
con la loro sofisticata, tecnologicissima macchina da guerra e i
contadini guerriglieri, la scelta era fin troppo facile. I principi nei
quali credevamo erano semplici: ogni popolo doveva scegliere il proprio
destino, ogni società doveva essere soprattutto umana e giusta. La
rivoluzione vietnamita proponeva esattamente questo. Tutte le
rivoluzioni lo fanno: perché le rivoluzioni sono sul futuro, ed il
futuro, dal momento che può essere riempito di sogni, ha l’aria
regolarmente più attraente del presente, di solito così afflitto da
miserie e ingiustizie.
(...) Dinanzi alla realtà di ciò che è successo in Vietnam dopo il
1975, mi sono sentito spesso un gran peso sulla coscienza all’idea che
Giai Phong! venisse utilizzato per propagare un mito che s’era
sgonfiato e che continuasse ad alimentare speranze che s’erano rivelate
penose illusioni. La sola cosa che potevo fare era continuare a
scrivere: scrivere su ciò che succedeva in Vietnam, scrivere su come i
rivoluzionari si comportano quando sono al potere. L’ho fatto ogni
volta che mi si è presentata l’occasione: in Vietnam e altrove.
(...) E’ così che l’essere stato l’autore di Giai Phong! non mi impedì
di descrivere come la gente, che avevo pensato avesse una sorta di
superiorità morale, l’aveva perduta e come i ‘liberatori’ si erano
trasformati in oppressori.
(...) Ora che il mondo cerca un suo nuovo ordine, ora che il pianeta
sembra sempre più ridotto ad un villaggio globale dominato da un
singolo pacchetto di idee ‘politicamente corrette’, sta diventando
sempre più difficile capire che cosa potesse significare una
rivoluzione, capire perché ad un certo momento questa apparisse così
attraente, perché così tanta gente potesse crederci e fosse pronta a
sacrificare la propria vita in suo nome”.
Tiziano Terzani. Pelle di leopardo (Premessa-venticinque anni dopo). TEA 2000.
“Nel corso degli otto anni successivi al 1965, con due milioni di
soldati passati attraverso l’esperienza bellica del Vietnam, quelle
medesime forze avrebbero finito per l’usare pressoché tutti i sistemi
d’armi disponibili nell’arsenale degli Stati Uniti. Il solo sistema
d’armi che non usarono furono le testate nucleari. Gli americani fecero
esplodere centoventi chilogrammi di alto esplosivo per ogni singolo
uomo, donna o bambino vivente nel Sud-Est Asiatico. E sganciarono
bombe d’aereo in un numero superiore al numero complessivo di ‘tutte’
le bombe d’aereo usate da ‘tutti’ i contendenti durante ‘tutto’ il
corso della Seconda guerra mondiale.
(...) L’esercito degli Stati Uniti d’America scavò la terra del Vietnam
di crateri sparando milioni e milioni di obici di artiglieria pesante e
di proiettili di mortaio. Le forze aeree degli Stati Uniti d’America
sganciarono sul suolo del Vietnam oltre tre milioni di tonnellate di
bombe convenzionali. Lanciarono sui villaggi del Vietnam bombe al
napalm a base di fosforo incendiario e gelatina esplosiva comburente
che inceneriva strutture e abitanti nella medesima, ruggente vampata.
Sparsero sulle giungle, sulle risaie, sui campi del Vietnam
trentacinquemila tonnellate fluide di defolianti chimici, che
annientarono una superficie di copertura vegetale pari a oltre un
milione di acri. Sganciarono centinaia di migliaia di bombe a
frantumazione, che a loro volta proiettarono milioni di frastagliate
schegge d’acciaio dentro qualsiasi tessuto vivente si trovasse nel loro
raggio d’azione. Disseminarono centinaia di migliaia di mine antiuomo,
gettarono decine di migliaia di bombe a mano, spararono un numero
complessivo ignoto di proiettili di pistola, di fucile d’assalto, di
mitragliatrice. Secondo stime dello stesso governo degli Stati Uniti,
vennero sparati centomila proiettili di arma leggera per ciascun
combattente nordvietnamita abbattuto in combattimento.
Complessivamente, le forze armate degli Stati Uniti inflissero al
Vietnam danni materiali nella misura di oltre trecento milioni di
dollari per ogni anno di guerra. A un costo per il contribuente degli
Stati Uniti pari ad almeno novecento milioni di dollari per ogni anno
di guerra”.
(...) “Oltre il magazzino dai vetri opachi, alla fine di un lungo
corridodio, c’è un altro reparto: grandi finestre a tutta altezza e
personale amichevole. ‘Il giardino d’infanzia’, spiega il dottor Tuong.
‘E’ qui che ci prendiamo cura dei bambini malformati, bambini
abbandonati perfino dalle madri del Vietnam’. Ci avviciniamo. Al di là
delle finestre del reparto, vedo più di cinquanta bambini. Tutti quanti
sotto i tre anni di età, tutti quanti affetti da gravissime
malformazioni congenite, tutti quanti intenti a giocare con cubi di
legno, con giocattoli di plastica multicolori. Gridano e ridono,
proprio come farebbero i bambini di qualsiasi altro asilo, in qualsiasi
altra parte del mondo.
(...) Sono così tanti. Bambini senza gambe, bambini con le mani prive
di dita, bambini minorati mentalmente, bambini con arti incompleti,
bambini completamente senza arti, i cui petti si contorcono
all’avvicinarsi a me.
(...) ’Dobbiamo considerare che la guerra è stata un evento di
dimensioni limitate’, mi ha detto il dottor Tuong. ‘E’ stato sganciato
un numero limitato di bombe. E’ stata sparsa una quantità limitata di
Agente Arancione. Alla fine tutte le bombe verranno dissepolte, oppure,
tragicamente verranno fatte esplodere in modo accidentale. Alla fine,
tutto l’accumulo di diossina nei tessuti viventi si dissiperà. Nessuno
di noi può sapere con certezza quando gli ultimi residui della guerra
svaniranno, ma alla fine dovranno svanire’”.
Donovan Webster. Le terre di Caino. Quel che resta della guerra. Corbaccio, 1999.