30/07/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il giurista Danilo Zolo spiega perchè l'acqua non dev'essere considerata un diritto dell'uomo ma un diritto sociale e perchè, in certe condizioni, vietarne l'accesso può costituire un crimine

L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione in cui si riconosce l'accesso all'acqua e ai servizi igienici un diritto umano. Fra i 122 voti favorevoli sono mancati quelli di paesi industrializzati come Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Australia. Oggi nel mondo circa 884 milioni di persone vivono senza acqua potabile e la comunità internazionale è sempre più in ritardo nel raggiungimento dei Millennium Development Goals (i 15 obiettivi del millennio). PeacerReporter ha intervistato il giurista Danilo Zolo, docente di filosofia del diritto all'Università di Firenze e fondatore del Centro per la filosofia del diritto Internazionale e delle politiche globali Jura Gentium, che tutt'ora dirige. A lui abbiamo chiesto cosa cambierà con l'adozione di questo documento.

La rappresentanza del Regno Unito ha sostenuto che nella risoluzione "non ci sono sufficienti basi legali per dichiarare o riconoscere l'acqua o servizi igienici come diritti umani indipendenti, né vi è prova che essi esistano nel diritto consuetudinario". È un'affermazione corretta?
Mi rendo conto del dubbio espresso dal Regno Unito perché sicuramente quel testo non ha un vigore propriamente giuridico. In linea di massima l'Assemblea Generale non ha dei poteri normativi in senso proprio, può soltanto fare delle raccomandazioni. Da questo punto di vista si tratta di un aspetto del diritto internazionale molto debole che non dà risultati positivi. Io non sono molto favorevole all'idea dell'acqua come un bene umano universale e generale. Mi sembra pura retorica perché l'acqua di cui l'homo sapiens dispone è quella del mare sostanzialmente. Ma noi abbiamo bisogno di un'acqua molto elaborata, di quella che è il frutto del lavoro e di varie invenzioni tecnologiche. Quindi non ha senso farne un argomento umanistico, filosofico, teorico generale.

La risoluzione non ha ricevuto voti contrari ma tante astensioni da parte di Paesi ricchi come Stati Uniti, Canada e Regno Unito. Come se lo spiega?
Semplicemente pensando che l'acqua è un bene prodotto essenzialmente dalle grandi corporation che ricavano dall'acqua introiti colossali e che spesso riescono a condizionare l'operato dei governi. L'acqua è sicuramente uno strumento di sfruttamento a livello globale. Su questo non ci sono dubbi. Ma chi può reagire non sono istituzioni internazionali. C'è chi ha parlato addirittura di tribunali penali internazionali per la tutela dell'acqua: sono, secondo me, sciocchezze sia pure motivate da ottime intenzioni. Quello che si può chiedere è che all'interno degli Stati il diritto all'acqua sia concepito, praticato e difeso come diritto sociale che ci consente di vivere civilmente. Fare dell'acqua un bene collettivo, come l'informazione e la salute, è importantissimo. D'altra parte credo che sia corretto, penso alla Palestina, concepire il diritto all'acqua come diritto collettivo di un popolo ad attinger dalle sue fonti. La Palestina è in condizioni disperate perché c'è un Paese (Israele ndr) che ha sostanzialmente frodato un buon 70-80 percento dell'acqua di cui i palestinesi dovrebbero servirsi.

Seppur non vincolante per gli Stati la risoluzione stabilisce, di fatto, che l'acqua è un diritto umano. Privatizzare l'acqua è quindi una violazione dei diritti umani?
Lo è nella misura in cui, e faccio ancora riferimento alla Palestina, lo sfruttamento dell'acqua per ragioni economiche, potestative ed egemoniche, costringe popolazioni intere, guardi ad esempio i palestinesi nella Striscia di Gaza, a non usare l'acqua o a usarla in quantità ridottissime e a spendere somme molto alte, in particolare durante l'estate, per avere qualche bidone d'acqua che consenta a queste popolazioni di sopravvivere. In questo caso è sicuramente un crimine gravissimo sul piano nazionale e internazionale.

L'Italia ha votato si alla risoluzione in Assemblea ma continua a tenere duro sul decreto Ronchi che, fra l'altro, obbligherà i comuni a lasciare la gestione dell'acqua in mano ai privati. C'è contraddizione in questo comportamento?
Direi nessuna contraddizione. Il nostro governo sta operando per la privatizzazione di tutti i beni fondamentali e quindi sarebbe incoerente se non agisse nello stesso modo anche per quanto riguarda l'acqua. Ovviamente io sono un critico severissimo delle logiche politiche, economiche e culturali di questo governo.

Oltre i movimenti popolari, che in Italia hanno raccolto 1milione e mezzo di firme, c'è un altro strumento legale per obbligare gli Stati a far sì che l'acqua resti cosa pubblica?
Il diritto internazionale è da molti punti di vista carta straccia e anche, spesso, carta straccia insanguinata. Il diritto nazionale ormai è decadente. All'interno delle democrazie quello che conta oggi sono le minoranze partitiche che si attribuiscono un potere esecutivo incontrollabile. Credo che le vicende italiane di queste ultime settimane siano la prova che il Parlamento conta assai poco e che i partiti, ciò che rimane di essi, hanno un potere rappresentativo ridottissimo.

Antonio Marafioti

Categoria: Diritti, Risorse, Politica, Storia