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I campi della morte. Se fosse un set, probabilmente sarebbe quello claustrofobico e disturbante di Saw (l'Enigmista) ma non è un film, purtroppo. Al Jazeera ha titolato un servizio sulle carceri dello Zimbabwe "Campi della morte" e non si tratta di un'iperbole. Era la recensione di un documentario sudafricano intitolato, altrettanto realisticamente, "Hell Hole", il buco dell'inferno. I nomi non dicono molto. Sono il carcere di massima sicurezza di Chikurubi, e poi Harare Central, Bunduru e Gwera, solo per citarne alcuni. Celle di nove metri per quattro che spesso arrivano a contenere 25, 30 reclusi, costretti a dormire per terra, tra topi e pidocchi, in mezzo a persone malate di Aids e tubercolosi, disabili mentali, a detenuti che non hanno controllo sulle proprie funzioni corporali, che imbrattano quelle poche lenzuola che devono servire per più prigionieri. Nelle prigioni dello Zimbabwe il cosiddetto braccio della morte è un luogo che non serve, perché spesso il condannato non ci arriva nemmeno: muore prima. Di stenti o di malattie. Non ci sono saponi, il dentifricio è razionato (25 millilitri ogni tre mesi) come la carta igienica, non c'è cibo e quel poco che viene distribuito non ha valore nutrizionale; le posate con cui arrivano a mangiare anche 140 persone vengono "lavate" con una quantità irrisoria di polvere abrasiva, manca l'acqua calda, anche d'inverno quando le temperature scendono sotto lo zero e non ci sono nemmeno coperte e lenzuola. Dalle tre del pomeriggio alle sette del mattino, più un'altra ora e mezzo mentre le guardie pranzano, si sta chiusi nelle gabbie. La situazione delle prigioni del Paese, cinquantacinque in tutto (senza contare quelle segrete), è disumana. Donne e bambini abusati regolarmente, periodi di isolamento che possono durare anche cinque anni, detenuti costretti a stare un anno intero nudi, senza nemmeno una coperta, anche d'inverno. Sono luoghi dove la disperazione è una coltre che soffoca anche chi vi lavora. Non è un caso che in un Paese dove la disoccupazione è arrivata al 94 per cento, da cinque anni non si riesca a trovare un boia per il carcere di Chikurubi. Chi cerca un lavoro legge l'annuncio, ci riflette, si fa tentare da uno stipendio magro ma certo ma poi ragiona: meglio disoccupato al sole che occupato all'inferno.
Il regno di Paradzai. Qui il tempo si è fermato. Si trovano in una prigione dello Zimbabwe gli ultimi tre prigionieri politici sudafricani dell'era dell'Apartheid: Philip Conjwajo, Kevin Woods e Mike Smith. Si può finire in questi gironi per qualsiasi motivo, per reati gravi come l'omicidio o lo stupro o anche solo se si viene considerati nemici del governo. Poi ci sono gli ultimi tra gli ultimi, i disperati che allo Zimbabwe hanno chiesto asilo: profughi della guerra in Congo, cittadini di Somalia, Etiopia, Ruanda e Zambia, derelitti che hanno provato ad abbandonare campi profughi-lagher come quello Tongogara e che sono stati sbattuti in una delle prigioni che compongono l'arcipelago del terrore. Sul quale comanda una delle anime nere del regime, Paradzai Zimondi, una delle figure chiave della guerra intestina che si combatte alle spalle di Mugabe. Su Zimondi e il modo con cui gestisce questo regno si raccontano tante storie, molte delle quali documentate. Lo scorso aprile, ad esempio, ha fatto silurare una guardia carceraria, un ufficiale di nome Toverengwa Marega, reo di aver rifiutato un calendario di Parazdai e di altri ufficiali di rango colpevoli, secondo Marega, di aver fatto tagliare le mani di persone innocenti nel 2008. Pochi giorni fa, nel carcere di Chikurubi è partita un'operazione che ha portato ad un trasferimento di massa di oltre 70 guardiani, colpevoli di aver chiamato Presidente uno dei prigionieri, tale Albert Matapo, ovvero un capitano dell'esercito ritenuto esser parte di una congiura che avrebbe dovuto portare al potere Emmerson Mnangagwa, attuale ministro della Difesa, opposto all'altro uomo forte del regime, Solomon Mujuru, membro di spicco del politburo del partito del presidente Robert Mugabe (Zanu) e dell'organo di vertice dell'esercito. Lo scorso maggio, Matapo aveva tentato un'evasione. Ce l'aveva quasi fatta, si era aperto un varco ma senza riuscire a fuggire: era troppo ubriaco. E adesso è ancora là, che coltiva sogni di riscatto e vendetta e vive all'inferno da condannato, non da carnefice.
Alberto Tundo