28/07/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel giorno dell'abolizione della corrida in Catalogna la cronaca di un'esecuzione avvenuta in Andalucia nel 2005.

Ho assistito per la prima, e l'ultima volta, ad una corrida nel 2005. Mi trovavo a Cordoba, Andalucia, sud della Spagna. Terra di tradizioni immutate dove, flamenco e "matador" sono parole comuni sulla bocca della gente. Degli anziani. Di un programma lungo due ore sono bastati i primi quindici minuti per capire quanto la corrida sia uno spettacolo destinato all'estinzione. In quindici minuti appena ho percepito che quello che si svolgeva sotto i miei occhi era uno spettacolo fuori dal tempo, senza freschezza, senza novità e con una sufficiente dose di brutalità da farmi decidere di alzarmi e abbandonare la Plaza de Toros anzitempo.

"Morte, morte". La curiosità, la morbosità, iniziale di un italiano che per la prima volta assisteva a un momento cantato dai più famosi poeti e musicisti spagnoli lasciava spazio alla rabbia per una gara impari dove il tifo era uno e tutto ad appannaggio di chi in mano aveva le armi, di chi non era stato drogato prima del confronto, di chi era conscio che il premio della gara sarebbe stata la vita stessa: del più forte insomma. Gente esagitata, età media 60 anni, con ventagli in mano e sguardi bramosi di sangue e morte. Il sole andaluso che si rifletteva sulla terra gialla rendeva ancora più difficile seguire i movimenti di toro e torero, della vittima e del suo carnefice. I commenti dei vecchi che mi sedevano di fianco erano distaccati, freddi. Erano glaciali in un'arena che arrivava a sfiorare, in quel caldissimo giugno, i 40 gradi. "Dovrebbe ucciderlo con tre banderillas" diceva uno al suo compare che intanto ingurgitava birra e fumava un sigaro dal puzzo nauseabondo. "No lui è famoso per fare spettacolo, vedrai che lo farà soffrire e ci farà divertire prima di farlo cadere a terra". Non sembravano i commenti di una mattanza ma quelli di una partita di calcio dove si discorreva se fosse più giusto il gioco a zona o la marcatura a uomo. E le donne. Vestite a festa col costume tradizionale della domenica, truccate di tutto punto e quasi eccitate per la morte di un animale che accompagnavano sulla via del tramonto con urla stridule e carnali: "Muerte, matalo". E poi ancora gli "olè", immaginario e sarcastico prolungamento del drappo rosso sventolato a 'mo di sbeffeggio, in faccia ad una bestia sanguinante da tutti i lati.

Noia. Dopo la prima esecuzione, dopo cinquemila pollici all'ingiù, neanche fosse stata l'antica Roma, l'unico istinto è stato quello di abbandonare il mio posto e, con esso, anche il ricordo di quella giornata. La corrida per chi non ha il mito della corrida è semplice rabbia mischiata a noia. Di quel giorno e quella competizione non ricordo nulla di appassionante, nulla per cui sarebbe valsa la pena di restare e guardare. L'accostamento più naturale che posso fare a un lustro di distanza da quell'esperienza è quello con una macelleria a cielo aperto e piena zeppa di spettatori paganti e desiderosi di violenza. Roba già vista, ripetuta negli anni e non degna di rappresentare la Spagna nel mondo. L'Andalucia, dove ho vissuto per quasi 10 mesi, ha lasciato in me un ricordo diverso. L'allegria dei costumi locali, l'architettura araba che impreziosisce Cordoba, Siviglia, Granada, il flamenco, l'ottima "cerveza" locale e la gente ospitale, sorridente, che difende la Spagna ma che guarda alla modernità e ripudia la corrida che, oggi, è quella nota troppo stonata in una composizione così sublime.

Antonio Marafioti

Parole chiave: Spagna
Categoria: Politica, Costume
Luogo: Spagna