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E' un paradosso per il Paese che nell'immaginario collettivo è rappresentato (anche) da un fiume ma l'Egitto ha sete e fa i conti con una crisi idrica che da annosa questione sta diventando una pesante incognita sul suo futuro.
Le cifre dell'emergenza. Spulciando tra i numeri contenuti in numerosi studi e proiezioni, si capisce dove nasce il cortocircuito. Il fabbisogno egiziano di acqua va aumentando ma le risorse idriche a disposizione diminuiscono velocemente. Anche a causa del riscaldamento globale e delle estati sempre più torride, negli ultimi cinque anni il consumo è aumentato del 17 per cento, mentre un dossier firmato dall'Agenzia centrale di statistica stima che dal 2017 il fabbisogno d'acqua aumenterà fino ad arrivare a 86 miliardi di metri cubi l'anno, a fronte di una disponibilità che a stento supererà i 70 miliardi. Un cortocircuito innestato da una serie di fattori contestuali. Li riassume brevemente un rapporto di Business Monitor International, intitolato "Egypt Water Report Q3 2010": la popolazione continua a crescere, al pari dell'economia. L'aumento della domanda provoca l'espansione di attività produttive che assorbono molta acqua. Senza nemmeno contare un'altra questione delicata e direttamente collegata al problema, quella della ridistribuzione della quota d'acqua tra i Paesi che fanno parte del bacino del Nilo che verosimilmente romperà il quasi monopolio egiziano, blindato da un trattato di epoca coloniale risalente al 1929. Anche nei Paesi che s'incontrano risalendo lungo il corso del fiume, la domanda d'acqua è cresciuta, in Tanzania, come in Uganda e Ruanda, in Etiopia come in Kenya e non sorprende che questi ultimi abbiano annunciato la loro intenzione di prelevare una quota maggiore delle acque del Nilo. Questo ridurrà ulteriormente le risorse disponibili per Il Cairo. Che sono già poche. L'Egitto, infatti, figura tra quei 15 Paesi arabi in cui il consumo pro-capite si colloca sotto la soglia dei mille metri cubi l'anno. All'ombra delle piramidi, i cittadini non arrivano nemmeno a 700, quando la media globale è 6750 metri cubi. Diverse le cause di questa emergenza.
Un problema di ordine interno. Innanzitutto l'agricoltura: quella praticata in Egitto, dominata dalla coltura del riso, assorbe da sola il 70 per cento delle risorse idriche del Paese.A questo bisogna aggiungere lo stato delle condutture e le tecniche di irrigazione, alle quali viene imputata una perdita quantificata tra gli otto e i 17 miliardi di metri cubi l'anno. Fosse solo l'agricoltura la causa, la crisi sarebbe ancora risolvibile con pochi patemi. Contano anche la mancanza di una pianificazione coerente, la sovrapposizione di troppe autorità e troppe politiche. Incidono inoltre gli avveniristici progetti di sviluppo che spuntano come funghi nella capitale e nella sua enorme area urbana, piani faraonici che drenano acqua e lasciano la popolazione delle zone agricole senza una goccia. Ed è proprio qui che nascono manifestazioni antigovernative, sempre più frequenti, la spia di un problema che si è fatto ineludibile. L'ultima è del 26 luglio. Si è tenuta davanti al ministero dell'Irrigazione al Cairo. Seicento persone provenienti dalla regione di Minya hanno organizzato un sit in, una delle tante proteste che hanno scandito un 2010 in cui il problema è diventato quasi emergenza. Sono almeno le aree del Paese in cui la questione va asssumendo toni drammatici. Nel villaggio di al Tarzy, governatorato di Kafr al-Sheikh, tre settimane le fattorie sono rimaste senz'acqua per 10 giorni. Il raccolto è andato perso. Nel governatorato di Dakahlia i contadini denunciano la perdita quasi 11 mila ettari, non più coltivabili ormai. Nella cittadina di Beni Suef sono più o meno duemila gli ettari persi. Ma proteste si registrano con sempremaggiore frequenza anche a Ismailia, Damietta, Fayoum.
La minaccia viene dal mare. Ma il quadro non è ancora abbastanza fosco. C'è un'altra grave minaccia che incombe sull'Egitto, il riscaldamento globale e il conseguente innalzamento del livello del mare Mediterraneo. Studi definitivi e inoppugnabili non ce ne sono, è bene precisarlo. Però alcune proiezioni sono bastate a gettare nello sconforto gli specialisti che le hanno elaborato e i politici che se le sono viste presentare: a partire dal 2010, almeno un 15 per cento dell'area del delta del Nilo, dove vivono metà degli ottanta milioni di egiziani, rischia di finire sommersa dal mare. Basterebbe un aumento di mezzo metro per fare quattro milioni di sfollati e veder scomparire quasi duemila ettari di terreni. Il governo sta correndo ai ripari ma non ha potuto far altro che buttarsi tra le braccia degli investitori privati. Sono private le società che costruiranno e gestiranno centrali per il trattamento delle acque reflue, che riammoderneranno le pipeline alle quali è affidata la distribuzione. Progetti da miliardi di dollari, come quel New Cairo Waste Water Treatment Plant, frutto di una joint venture egiziano-spagnola, già in corso d'opera. Lo stato però rischierà di perdere il controllo su una risorsa vitale. Una punizione eccessiva anche per un potere che si è dimostrato dilettantesco, incapace e corrotto all'inverosimile. In Egitto l'acqua è sempre meno e quella che c'è spesso è pesantemente inquinata. Ne pagano il conto soprattutto gli abitanti delle aree più povere, delle periferie, quelli delle casette nate una sopra l'altra nei pressi delle fonderie e delle fabbriche che, non avendo impianti di depurazione, scaricano gli scarti della produzione in corsi d'acqua che poi contaminano la rete idrica. Lo hanno accertato studi condotti dal progetto Life, finanziato da Usaid, che ha riscontrato un'alta incidenza di avvelenamenti e malattie del sangue nella popolazione che vi risiede. Con gravi ricadute sulla produttività e sull'economia più in generale.
Se non fosse di cattivo gusto, si potrebbe dire che piove sempre sul bagnato.
Alberto Tundo