10/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I recenti attentati suicidi hanno visto la partecipazione di molte donne kamikaze
Donne uzbeche che piangonoLatifa Nabieva non ce la fa più. Una notte di gennaio la polizia ha fatto irruzione in casa sua. Gli agenti hanno picchiato a sangue suo marito e se lo sono portato via. Non ne ha saputo più nulla. Come non ha saputo più nulla dei suoi due figli e di suo nipote, tutti arrestati nei mesi precedenti con l’accusa di essere terroristi islamici. “Erano solo dei devoti musulmani, non dei terroristi. Ora però io provo un dolore, una rabbia, un odio smisurato verso la polizia, verso questo governo. Ho pensato più volte di suicidarmi come azione di protesta estrema, ma l’Islam vieta il suicidio. Mi sarei data fuoco, senza uccidere nessuno. Ci sono migliaia di donne nella mia stessa situazione”.

Ce ne sono molte che, contrariamente a Latifa, non si fermano dove si è fermata lei. Che vanno oltre, almeno con le parole. Una donna, anche lei con il marito e i figli spariti dal giorno dell’arresto, non fa mistero della tentazione che più volte l’ha sfiorata, e per questo non dice il proprio nome. “Ho pensato spesso di suicidarmi. E se un giorno lo farò, sicuramente mi porterò all’inferno qualcuno di quei poliziotti”.

mercato di Tashkent Poi ci sono quelle che dalle parole sono passate ai fatti. Dei trentatré kamikaze morti nelle tre giornate di attentati e combattimenti che a fine marzo hanno insanguinato l’Uzbekistan, molte erano donne: madri, mogli o sorelle di qualcuno di quei settemila uzbechi arrestati dalla polizia, torturati e spesso spariti e uccisi. E poliziotti erano l’obiettivo degli attentati suicidi al mercato di Tashkent. “Quei poliziotti che per la gente – spiega Yuri Konoplyov, responsabile di un locale gruppo di difesa dei diritti umani – sono il simbolo del regime, lo strumento della repressione: i poliziotti sono a diretto contatto con la popolazione, che per mano loro patisce le violenze e gli abusi del portere”.

Il fenomeno delle cosiddette ‘vedove nere’, che per vendicare i propri mariti uccisi si trasformano in kamikaze, è un fenomeno diffuso in Israele, da parte delle donne palestinesi, e soprattutto in Russia, da parte delle donne cecene. In Uzbekistan è una novità, ma rischia di diffondersi rapidamente a causa della persecuzione cui il regime del dittatore uzbeco Islam Karimov sottopone i musulmani del suo paese. “Penso che le ‘vedove nere’ potrebbero moltiplicarsi – afferma Iskandar Khundaybeganov, attivista di un locale movimento per la democrazia – perché la repressione e la povertà hanno raggiunto un livello tale che molte persone, anche molte donne, pur di non vivere una vita così, preferiscono morire”.

Il livello di brutalità e di violenza con cui la polizia e le autorità uzbeche perseguitano i musulmani è provato da innumerevoli testimonianze, alcune delle quali raccolte in un recente rapporto della prestigiosa organizzazione americana di difesa dei diritti umani Human Rigths Watch. Una persecuzione che colpisce le donne uzbeche non solo indirettamente, con la sofferenza di chi si vede arrestare con false accuse il figlio o il marito, per poi non rivederlo più se non come cadavere segnato da orrende torture. Esse vengono coinvolte anche direttamente nel sistema repressivo uzbeco, finendo anche loro in carcere se si rifiutano di collaborare o se protestano per avere notizie dei familiari imprigionati.

Ricordiamo il drammatico caso di Fatima Mukhadirova. Suo figlio è stato ucciso in carcere, torturato immerso vivo nell’acqua bollente. Lei ha sollevato il caso a livello sia nazionale che internazionale e per questo, nonostante i suoi 63 anni, è stata arrestata nell’ottobre 2003 e condannata ai lavori forzati con l’accusa di essere anche lei una sovversiva islamica. Solo la notorietà e lo scalpore internazionale suscitato dal suo caso, troppo imbarazzante per gli Stati Uniti (che dell’Uzbekistan hanno fatto il loro principale alleato regionale), ha fatto sì che il dittatore Karimov graziasse Fatima.

Altri casi simili, meno noti, non hanno avuto un analogo lieto fine. Rakhima Akhmedalieva, anziana moglie di un imam, è stata arrestata nel marzo 2001, presa in ostaggio fino a quando non avesse rivelato dove si trovava suo marito. L’hanno rinchiusa nei sotterranei di una prigione, senza cibo e senza le medicine indispensabili per il suo mal di cuore. Quando, pochi giorno dopo, sua figlia Odina Maksudova, 19 anni, è andata a chiedere notizie della madre, è stata arrestata anche lei. Minacciandola di stupro e di rinchiudere in un orfanotrofio la sua bambina di tre anni, l’hanno costretta con la forza a firmare una dichiarazione in cui accusava la madre di essere una militante islamica. Odina è stata rilasciata, ma ora la polizia la perseguita e la minaccia continuamente al fine di farsi consegnare il padre. Sua madre è ancora in carcere.

Darmon Sultanova è stata arrestata nel dicembre 1998 con suo marito e i suoi due fratelli, Uigun e Oibek Ruzmetov. Loro sono stati costretti con la tortura a confessare di essere terroristi. Lei è stata condotta in una cella. L’hanno fatta spogliare e l’hanno ammanettata per un giorno intero a un termosifone. L’hanno insultata, picchiata e minacciata di violenza carnale. Poi hanno fatto entrare i suoi due figli, ridotti in condizioni indescrivibili dalle torture subite, dicendo loro che se non firmavano una falsa confessione avrebbero torturato, stuprato e ucciso lei. Loro hanno firmato la loro condanna a morte. Darmon è stata rilasciata, tenuta per un mese agli arresti domiciliari, con cinque poliziotti armati in casa. Ora Darmon è libera, ma non esce di casa sia per paura di essere arrestata, sia perché tutti la evitano, credendola davvero un’estremista. I suoi figli sono stati giustiziati.

“Se in risposta agli ultimi attentati, che noi condanniamo, Karimov inasprirà ulteriormente la repressione indiscriminata contro la nostra comunità – ha dichiarato Husniddin Nazarov, figlio di un noto imam arrestato e sparito nel ’98 – ci sarà una reazione ancor più violenta. Molti fratelli sono già stati arrestati negli ultimi giorni, ma adesso il governo deve fermarsi per evitare di oltrepassare quel limite oltre il quale non può andare. Altrimenti coloro che sceglieranno il martirio non saranno più poche decine, ma migliaia”.

E anche le donne potrebbero sempre più optare per questa scelta, dato che ora la repressione governativa si sta accanendo contro di loro come non mai. “Il fatto che agli ultimi attentati abbiano preso parte anche delle donne – spiega con preoccupazione Alison Gill, ricercatrice di Human Rights Watch in Uzbekistan – sta producendo un nuovo, più aggressivo approccio delle autorità nei confronti delle donne musulmane, ora prese di mira dalla polizia non solo per estorcere informazioni o false accuse al fine di arrestare i loro parenti maschi, ma perseguitate in quanto potenziali terroriste esse stesse”.

Mahfuza Nosirova, sedici anni, ha già vissuto cinque anni fa l’arresto e l’uccisione in carcere di suo padre, Farhod Usmanov, un noto attivista per la difesa dei diritti dei musulmani uzbechi. La scorsa settimana il suo fidanzato, Diloram, è stato arrestato nel corso dei rastrellamenti che la polizia sta facendo in relazione ai recenti attentati. Mahfuza è andata alla prigione per fargli visita, ed è stata subito arrestata. Qualche giorno dopo la polizia è venuta a far visita a casa di Mahfuza, interrogando sua madre, Musharaf Usmanova, e le sue sorelline. “Mi hanno detto – ha raccontato la signora Usmanova – che mia figlia è stata arrestata perché lei è una di quelle pronte a mettersi una cintura esplosiva e farsi slatare. Ma non è vero! Non hanno nessuna prova! Non possono fare questo!”.

Enrico Piovesana 
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Uzbekistan