07/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Kigali, 7 aprile 2004. Migliaia di persone hanno commemorato i dieci anni del genocidio ruandese
BambiniDieci anni dopo la fine del genocidio che si è portato via quasi un milione tra donne e bambini, il Ruanda si volta indietro e ricorda in silenzio le proprie vittime: cento giorni di follia e morte che ancora oggi, a pensarci, fanno rabbrividire. Nei giorni immediatamente successivi agli eccidi, Kigali era la capitale spopolata di un Paese distrutto. Ieri, migliaia di persone provenienti da tutta l’Africa e dal resto del mondo si sono ritrovate per commemorare chi in quella tragedia perse la vita. Le strade della città erano piene di persone che volevano ricordare un evento che dieci anni fa è stato dimenticato e ignorato dalla gran parte della comunità internazionale. Dieci anni. Un numero simbolico, che tuttavia – ironia della sorte – punta i riflettori sulle responsabilità delle Nazioni Unite, e proprio in un momento in cui se ne nota l'assenza nella gravissima crisi irachena. Un numero che forse aiuterà i ruandesi a trovare insieme quel passato comune che è alla base dell’identità di un popolo unito.

Sta di fatto che le ferite apportate dai machete, dalle granate e dalle pallottole sono ancora visibili nella popolazione. E’ raro trovare un cittadino che non abbia perso qualche caro nello sterminio o nell’esodo di massa immediatamente successivo. Tutti hanno una storia da raccontare. “Ho lasciato il Ruanda nel 1959, quand’ero ancora una bambina”, racconta Teedi da Kigali. “Io e la mia famiglia facevamo parte della prima ondata di profughi tutsi che furono costretti a lasciare il Paese dopo la morte del nostro re. Ho vissuto in Kenya, a Nairobi. Poche settimane dopo la fine del genocidio tornai a Kigali. Quello che vidi – racconta con frequenti pause causate dall’emozione del ricordo - mi sconvolse e ancora oggi faccio grande fatica a raccontarlo. Il Ruanda era diventato un immenso cimitero. C’erano cadaveri ovunque: nei fiumi, nei fossati, sui marciapiedi. La maggior parte dei miei parenti non c’era più. E’ stato terribile. Ma ora stiamo facendo del nostro meglio per lasciarci tutto l'orrore alle spalle e ricostruire un Paese nuovo. Una volta fatto questo, potremo sorridere pensando al futuro”.

Bambini Beyatta ha ventiquattro anni. All’epoca del genocidio era solo un’adolescente. “Sono una donna giovane – racconta - ma purtroppo quei giorni resteranno per sempre nella mia memoria. Ricordo di essere uscita di casa e di aver visto decine di genitori uccisi e i loro bambini vagare perduti per le strade. Molti nella mia famiglia sono morti. Siamo rimasti solo mia madre, la mia sorellina ed io. Ho visto l’inferno, ma ho fiducia, perchè so che non ci saranno altri genocidi, qui in Ruanda. Tanti fra quelli che hanno partecipato alla strage si sono resi conto di quello che hanno fatto. Oggi le strade sono piene di miei concittadini e di stranieri venuti per non dimenticare. Sono tutti al memoriale, nella zona di Kisosi, e allo stadio comunale. La città si è concentrata laggiù a commemorare le vittime”.

Jean de Dieu non ha voglia di parlare di genocidio. Ha già visto morire tanti suoi amici e parenti in una guerra che lo ha segnato irrimediabilmente. Ha un tono della voce malinconico e roco “Basta con queste differenze etniche”, dice. “Basta con i tutsi e con gli hutu. Siamo tutti ruandesi. Vogliamo vivere in pace, riscattarci. Per questo oggi tutti sono  allo stadio. Per ricordare e ricostruire, riconciliarsi”.

Ricostruire. Eppure anche in una giornata di commemorazione come quella di ieri, non sono mancate le polemiche. Durante il suo discorso nello stadio di Kigali, il presidente del Ruanda, Paul Kagame, che all’epoca del genocidio guidava i ribelli tutsi del Rwandan patriotic front (Rpf), ha attaccato la Francia per il suo ruolo ambiguo durante il genocidio. L’affermazione ha provocato l’indignazione del ministro degli Esteri francesi, Renaud Muselier, che ha subito abbandonato la cerimonia. La polemica politica non è rimasta fuori neppure in un momento così grave.

Solo i bambini ruandesi non hanno conosciuto direttamente l’orrore di quello sterminio. Molti di loro sono i figli degli stupri che i miliziani hutu dell’Interahamwe o quelli tutsi del Rwandan Patriotic Front hanno commesso su migliaia di ragazze vedove indifese. Molti di loro sono sieropositivi, moltissimi orfani, perchè le madri, non riuscendo a superare la vergogna, si sono tolte la vita. Questi ragazzi oggi riempiono gli innumerevoli orfanotrofi del Ruanda. Ma sono loro il futuro e la speranza di questo Paese.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Ruanda