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Ilya non ha mai voluto fare il giornalista. Aveva possibilità di intraprendere una brillante carriera, ma è un mestiere che non gli è mai piaciuto. Non solo perché ha stroncato per sempre la vita di sua madre, che del giornalismo aveva fatto una missione, ma anche perché, mi spiega timidamente, "non è piacevole essere sempre additato come ‘il figlio di'". E poi, aggiunge con una punta di insofferenza, "in casa, sin da quando ero piccolo, si è sempre parlato di giornalismo. E così, con entrambi i genitori giornalisti, è normale che un figlio, quasi di rigetto, scelga di intraprendere un'altra carriera". Ilya Politkovsky, figlio della giornalista russa uccisa nel 2006, non ha seguito le orme della madre e oggi, a 33 anni compiuti e dopo una laurea in economia e commercio, è un affermato consulente di un'importante azienda industriale russa. Nonostante i suoi diversi orientamenti professionali, non smette di girare l'Europa. Ma non per parlare di diritti umani e democrazia ("io non sono competente su questi argomenti"), ma soltanto per tenere vivo il ricordo della madre. E' questa l'unica cosa che conta perché, spiega concitato, "io ho perso la mamma, non la giornalista". Viaggiare è diventato un dovere morale a cui non si può sottrarre. E così i viaggi si susseguono. Uno dietro l'altro, a ritmo frenetico: Germania, Inghilterra, Francia, Norvegia, Belgio e, soprattutto, Italia. Noi lo abbiamo incontrato a Ostuni, dove Ilya si trovava per ricevere il premio Diritti Umani del Salento Finibus Terrae, il festival internazionale di cortometraggi in corso fino al 1 agosto in varie località salentine.
Ilya, da quattro anni giri l'Europa in lungo e in largo. Ogni volta il ricordo di tua madre riaffiora. Non è doloroso tutto questo? Hai mai pensato di rinchiuderti nel silenzio?
Assolutamente no. Non ci ho mai pensato perché è soltanto viaggiando e parlando di mia madre che la sua memoria può rimanere viva. Il governo russo, ufficialmente, vuole risolvere il caso, ma in realtà intende far cadere nell'oblio questa vicenda. Eppure le informazioni a disposizione dei servizi segreti sono tantissime, ma non vogliono comunicarcele. Io e la mia famiglia non permetteremo che si spengano i riflettori su nostra madre e continueremo a celebrare il suo lavoro in ogni luogo. Abbiamo tantissimi amici in tutta Europa, anche in campo istituzionale e mediatico e questo gioca a nostro favore.
Non hai paura ad esporti così tanto?
E' una domanda che mi viene posta spesso. Io non ho paura, perché dovrei? Non ho niente da temere, nessun motivo per essere impaurito. Non giro l'Europa per denunciare corruzione e diritti umani calpestati. Non chiedo di riportare denunce, ma di raccontare sentimenti.
Questa non è la prima volta che vieni in Italia per partecipare a un evento culturale. Questo paese sembra avere una sensibilità particolare nei confronti della vicenda Politkovskaja.
L'Italia è l'unico paese europeo in cui sono stati pubblicati ben cinque libri scritti da mia madre. Non mi so spiegare questo legame particolare, ma in nessuna altra parte d'Europa si parla così tanto di questa vicenda. Qui la maggior parte della gente sa chi era mia madre. Magari fosse così anche in Russia, dove soltanto una piccola minoranza è al corrente di quello che è successo e di quello che faceva. In Russia non era famosa come in Italia. Non appariva quasi mai in televisione.
Colpa della censura?
In parte si. Ma non è soltanto questione di censura. Il discorso è più sottile. La Russia è talmente grande che nel 70% del nostro territorio la gente non ha accesso ai mezzi di comunicazione. I pochi canali televisivi sono filo governativi e i giornali indipendenti sono pochissimi.
Com'era il rapporto con tua madre?
Avevamo un'ottima relazione ma io non la sostenevo molto nel suo lavoro. Per lei era una passione irrinunciabile ma per me, che ero il figlio, era una paura quotidiana. So che era importante per la Russia e per il mondo, ma il mio punto di vista era diverso. Sentivo che quello che faceva stava diventando molto pericoloso e le suggerivo di fermarsi.
Sapevi che stava rischiando la vita?
Certo. Ero impaurito perché era una cosa che sentivamo tutti come possibile. Prima di essere uccisa, qualcuno aveva tentato di avvelenarla ma mia madre riuscì a scamparla. Non dimenticherò mai il giorno dell'omicidio. Stavo tornando a casa e l'ho trovata stesa a terra dentro il nostro palazzo.
Durante il processo sulla morte di Anna, hai visto in faccia i presunti assassini di tua madre. Cosa hai provato?
Sono convinto che quelle persone siano coinvolte, ma non significa che siano loro i colpevoli. Sono d'accordo con il verdetto della magistratura, che non ha ancora individuato i colpevoli: non c'erano le prove. Noi sappiamo chi ha ucciso mia madre, adesso mancano i mandanti.
Jacopo Storni