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“Prima di raggiungere il cancello sono costretto a deviare per evitare
un gruppo di cadaveri: il corpo decapitato di un bambino, e altri tre
spiaccicati sul terreno…Oltre il cancello la traccia di morte continua.
Su entrambi i lati del sentiero sono riversi altri corpi: una donna è
coricata sul fianco, il volto atteggiato a sorpresa, la bocca
spalancata e uno spacco profondo nella testa. Indossa un cardigan rosso
sopra un abito blu, ma gli abiti sono lisi e lasciano intravedere un
corpo in decomposizione. Per proseguire il sentiero devo scavalcare il
cadavere di un uomo che sbarra orizzontalmente; sentendomi l’erba
sfregare sulle gambe, guardo verso il basso e vedo , alla mia sinistra,
il corpo di un bambino tranciato quasi in due da un colpo d’ascia” –
Nyarabuye, aprile 1994
Un reportage, breve ma dettagliato, in cui l’autore unisce un resoconto
dei giorni del genocidio e le sue sensazioni di europeo, catapultato
nel cuore della regione dei Grandi Laghi, in una terra che non conosce
e che lo accoglie con fiumi di sangue. “Perciò abbiate pazienza –
scrive Keane nel prologo del libro – se qualche volta il filo del
racconto s’inoltrerà nei sentieri del cuore, della mente e dell’anima.
Perché questa è la cronaca di un incontro col male, un male che non ha
paragone con nulla che io abbia conosciuto in passato. Benché avessi
già visto la guerra e conoscessi il volto della crudeltà, il Ruanda mi
è apparso calato in una dimensione di incubo, in cui la mia facoltà di
capire, e ancora più di pensare razionalmente, venivano completamente
travolte. Era un paese di cadaveri, di orfani, di terribili assenze.
Era una terra in cui lo spirito perdeva la sua linfa vitale."