06/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il genocidio in Ruanda attraverso gli occhi di un giornalista che lo ha vissuto
Genocidio in Ruanda“Prima di raggiungere il cancello sono costretto a deviare per evitare un gruppo di cadaveri: il corpo decapitato di un bambino, e altri tre spiaccicati sul terreno…Oltre il cancello la traccia di morte continua. Su entrambi i lati del sentiero sono riversi altri corpi: una donna è coricata sul fianco, il volto atteggiato a sorpresa, la bocca spalancata e uno spacco profondo nella testa. Indossa un cardigan rosso sopra un abito blu, ma gli abiti sono lisi e lasciano intravedere un corpo in decomposizione. Per proseguire il sentiero devo scavalcare il cadavere di un uomo che sbarra orizzontalmente; sentendomi l’erba sfregare sulle gambe, guardo verso il basso e vedo , alla mia sinistra, il corpo di un bambino tranciato quasi in due da un colpo d’ascia” – Nyarabuye, aprile 1994

Il genocidio del Ruanda resta indelebile nella memoria di chi ne ha vissuto la follia e la drammaticità. Quasi un milione di morti in tre mesi, una media di diecimila persone al giorno: lo sterminio più rapido della storia.

Fergal Keane c’era. Il suo diario di quei giorni, scritto pochi mesi dopo la fine dei massacri, con la mente ancora affollata da pile di corpi orrendamente mutilati, è la testimonianza cruda delle sensazioni che si provano alla vista di un simile scenario: sconforto, paura, smarrimento.

Genocidio in Ruanda Un reportage, breve ma dettagliato, in cui l’autore unisce un resoconto dei giorni del genocidio e le sue sensazioni di europeo, catapultato nel cuore della regione dei Grandi Laghi, in una terra che non conosce e che lo accoglie con fiumi di sangue. “Perciò abbiate pazienza – scrive Keane nel prologo del libro – se qualche volta il filo del racconto s’inoltrerà nei sentieri del cuore, della mente e dell’anima. Perché questa è la cronaca di un incontro col male, un male che non ha paragone con nulla che io abbia conosciuto in passato. Benché avessi già visto la guerra e conoscessi il volto della crudeltà, il Ruanda mi è apparso calato in una dimensione di incubo, in cui la mia facoltà di capire, e ancora più di pensare razionalmente, venivano completamente travolte. Era un paese di cadaveri, di orfani, di terribili assenze. Era una terra in cui lo spirito perdeva la sua linfa vitale."

Il genocidio in Ruanda – sostiene Keane – è stato pensato, calcolato, pianificato mesi, anni prima del suo effettivo inizio. Ha avuto una fase di incubazione, l’odio tra due popoli che in molti – a cominciare dai coloni belgi – hanno voluto dividere e differenziare, categorizzandoli in base all’altezza, i lineamenti e il colore della pelle (piccoli, tozzi e scuri gli hutu, alti, slanciati e chiari i tutsi). Un atteggiamento che ha inevitabilmente portato a favoritismi verso i tutsi, ricchi proprietari terrieri, e la convinzione degli hutu di appartenere ad una razza subumana destinata ai lavori sporchi ed umilianti nei campi. Un terreno fertile per l’invidia, anticamera dell’ostilità aperta che nei casi peggiori – si sa – conduce alla violenza. Ne hanno colpa i colonizzatori belgi, per aver introdotto nel 1933 le carte d’identità con l’etnia di appartenenza indicata tra i dati personali, creando quelli che, sessant’anni dopo sarebbero stati passaporti per l’inferno. Ne hanno colpa i politici locali, che dopo l’indipendenza del paese, nel 1962, non hanno potuto o voluto riportare la stabilità e la pace tra le due popolazioni, mentre da entrambe le parti il numero di morti e profughi cominciava a lievitare. Ne ha colpa l’Occidente, Francia in primis, che ha appoggiato il dilagante estremismo hutu francofono contro i tutsi in rientro dall’esilio forzato nei paesi anglofoni (Uganda e Tanzania). Infine, conclude Fergal, ne ha colpa il presidente del Ruanda, Juvenal Habyarimana, che ha dato vita alla milizia assassina hutu dell’Interahamwe e fomentato l’odio attraverso la Radio-Television Mille Collines, oltre ad aver acceso con la sua morte, nell’attentato del 6 aprile 1994, la polveriera di odio da lui stesso creata.

Il viaggio in Ruanda porterà Keane tra gli orfani di Byumba, gli assassini di Butare e in uno dei luoghi più tetri del genocidio: Nyarubuye, il villaggio orientale dove migliaia di persone barricate dentro ad una chiesa e nelle capanne circostanti sono state fatte a pezzi dai miliziani dell’Interahamwe. Poi la corsa verso i sovraffollati campi profughi della Tanzania, alla ricerca di Sylvestre Gacumbitsi, sindaco di Nyarubuye che alcuni testimoni accusano di aver pensato e causato l’eccidio. E il successivo incontro con l'uomo, mimetizzatosi tra i fuggiaschi delle tendopoli.

Un viaggio che cambierebbe chiunque. Un viaggio da cui è nato un libro, Stagione di sangue – un reportage dal Ruanda, (Feltrinelli, 1995) che tiene viva la memoria di una delle pagine più nere della storia contemporanea. Perché, come scrive Keane, “gli abitanti di quelle regioni, che sembrano così remote appartengono come noi alla grande famiglia dell’uomo...gli eccidi di massa che avvengono in Africa ledono la dignità di tutti gli esseri umani”.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra
Luogo: Ruanda