scritto per noi da
Matteo Colombi

La radio starnazza alle mie spalle… “Warriors and Weapons Weekend sul Discovery
Channel.” Guerrieri e armi. Che bello. Per un weekend intero. Non avendo la tv
via cavo, per scelta e per fortuna, evito. Sennò, se fossi un invasato medio,
potrei anche guardare il nuovo Military Channel, ove tutta la storia del mondo
viene ridotta ai materiali filmati dal governo americano nelle sue varie guerre
e cose simili. Sostanzialmente, noioso. Del dolore della guerra, nulla. Però tante
immagini di cose che esplodono, cose che cadono a pezzi, tanta retorica patriottarda.
Qualche volta lo si potrebbe scambiare per la Cnn se non fosse che lì o sulla
Fox interrompono le marce militari per seguire lungamente le presunte disfunzioni
psicologiche e sessuali di Michael Jackson. La parte migliore della televisione
sono le notizie meteorologiche. E’ l’unico momento in cui l’incentivo a mentire
è minimo, inoltre noi siamo in grado di scoprire abbastanza in fretta chi è attendibile.
Per il resto, meglio guardare i cartoni animati (solo quelli per bambini fino
ai tre anni però, perché dopo comincia il nazionalismo-consumismo come pedagogia
centrale, corredata da più o meno paludati stereotipi di genere, classe e razza).
Non resta che guardarci la Pbs, la tv pubblica americana, che per almeno un terzo
degli show mostra fiction, notizie e documentari all made in Great Britain. Prova dell’esistenza dell’anglosfera. Una dose di Monty Python non sarebbe
male, tuttavia, ma non l’ho ancora vista. Invece ci si può sorbire la Bbc, un
po’ filo-governativa ma molto pacata e meglio informata dei nostri notiziari autoctoni.
Attenti al venerdì, però, perché Battlefield Britain è in onda, e invece di sorbirsi il nazionalismo-militarista americano uno deve
guardare la versione inglese. Che è anche un po’ più fastidiosa per il fatto che
i britannici ormai sono ridotti a fare le guerre altrui.

La guerra, questa guerra, altre guerre, passate e future, opportunamente rivista,
confezionata in un formato privo di vittime civili e amoralità è il sottofondo
costante del nostro vivere da americani. Ho parlato con un mio caro amico; ha
appena rivisto dei ragazzi che conoscevamo alle medie ed i primi anni delle superiori,
a Pittsburgh. Erano già tutti piccoli balilla, membri del ROTC (le scuole militari),
che ogni mercoledì vestivano la divisa, avevano i ranghi, e piccoli privilegi.
Se si fossero arruolati subito dopo il diploma avrebbero ricevuto un bonus, e
soldi per andare all’Università. Per loro era emozionante ed era un modo di stare
tra amici, per le forze armate erano un centro di reclutamento travestito da centro
sociale. Ce ne sono a migliaia. Io sono tornato in Italia, e poi da giovane adulto
sono ritornato in america. E li ho rivisti. Il mio caro amico non veste divise,
ma questi due ragazzi sono nei Marines e nell’esercito. “Hanno due prospettive
diverse sull’Iraq” mi dice di loro“il Marine sembra a posto”, poi aggiunge “…è
stato a Fallujah... dice che i Marines hanno raso al suolo la città”. “L’altro
opera a Baghdad, è un ufficiale, ha degli uomini sotto...”. “Hanno due idee diverse
degli iracheni...lui li evita...ha una visione più politica, più vasta della situazione”.

Gli americani, così diretti nel parlare, diventano sempre sibillini di fronte
a quello che importa davvero, classe, razza, impero, e non è chiaro se questo
commento, questo contrasto tra i due militari, il marine e l’ufficiale, sia di
biasimo o una semplice constatazione di fatto. Non ci sono e non ci saranno immagini
in televisione sulla distruzione di Fallujah. Solo frammenti di video qua e là,
e mercati pieni di pomodori, come ci hanno già mostrato, a simbolo di una ricostruzione
che è un’altra frottola da aggiungere alle altre. La verità affiora a brandelli,
da telefonate tra amici e conoscenti, testimonianze private, appartate, nel silenzio-assenso
pubblico. La guerra rimane il sottofondo musicale, il ritmo che detta la danza
dei pensieri, del vivere quotidiano e della politica di questo paese. Un paese
dedito alla guerra come modo d’essere, di fare, di pensare: the
american way of life.