06/04/2004
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Genocidio in Ruanda, storia del Tribunale Penale Internazionale di Arusha
Un edificio di cemento grigio si allunga anonimo verso la montagna più
alta del continente africano, il Kilimanjaro. Alcune bandiere azzurre
issate davanti all’ingresso danzano nel vento. Sulle jeep bianche con
il simbolo dell’Onu visibile sulle portiere c’è un continuo saliscendi
di alti ufficiali e magistrati
L’8 novembre 1994, quattro mesi dopo il genocidio, la
risoluzione 955, approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite, dava vita al Tribunale Penale Internazionale per i crimini in
Ruanda (Tpir) con sede ad Arusha, in Tanzania.
L'obiettivo era ed è quello di perseguire e condannare tutti coloro che
hanno avuto un ruolo attivo negli eccidi costati la vita a più di
800mila persone tra tutsi e dissidenti hutu nell’arco dell’intero 1994,
con particolare attenzione al periodo tra il 7 aprile e la metà di
luglio. Una decisione maturata al fine di giudicare anche i crimini
immediatamente anteriori e le rappresaglie posteriori ai cento giorni
di inferno che hanno trasformato il Ruanda in un cimitero a cielo
aperto.
Entrato quest’anno nel suo decimo anno di attività, lo Tpir è formato
da tre organi principali: le camere (tre di primo grado e una
d’appello), l’ufficio del Pubblico Ministero e un ufficio di
registrazione. Il tribunale è attualmente presieduto dal giudice
norvegese Erick Mose, eletto nel maggio dell’anno scorso, ed è l’unico
complesso nel suo genere ad avere annessa una struttura penitenziaria
di massima sicurezza. Tra le varie attività legali svolte, vi è anche
una sezione dedicata alla protezione e al supporto dei testimoni del
genocidio, per i quali è previsto un programma di assistenza,
riabilitazione psicologica e reintegrazione sociale.
Uno staff composto da esperti in diritto penale internazionale
provenienti da tutto il mondo mira a garantire l’imparzialità, la
neutralità e l’obiettività dei processi. I principali imputati sono ex
ufficiali e miliziani del gruppo paramilitare dell'Interahamwe, maggior
artefice degli eccidi. Ma sul banco degli imputati ci sono anche
semplici civili accusati di aver massacrato decine, centinaia, migliaia
di donne, uomini e bambini a colpi di machete, di bastone, di mitra. E
da qualche anno anche chi si è macchiato di stupro è ritenuto partecipe
attivo del genocidio. Un progetto ambizioso, dunque atto a fare luce su
una delle pagine più buie della storia dell’Africa e, paradossalmente,
delle stesse Nazioni Unite, incapaci di intervenire per evitare i
massacri.
Tuttavia, lo Tpir non è stato immune dalle polemiche nel corso degli
anni. E’ nota la generale ostilità del governo ruandese nei confronti
della struttura, soprattutto da quando l’ex Pubblico Ministero Carla
Del Ponte (sostituita nel 2002 dal gambiano Hassan Boubacar Jallow)
aveva dichiarato di voler indagare sulle attività dell’Rpf, il Fronte
patriottico ruandese a maggioranza tutsi che all’epoca del genocidio
era presieduto da Paul Kagame, attuale presidente del Ruanda. Si
sospettava e si sospetta tutt’ora, infatti, che dietro all’omicidio del
presidente ruandese Juvenal Habyarimiana e alle sanguinose rappresaglie
intraprese contro i presunti genocidaires hutu all’indomani del
genocidio ci sia l’ombra di quest’uomo magro e occhialuto, che di
recente ha lanciato pesanti accuse contro la Francia per la sua
responsabilità nell’eccidio.
Il governo ruandese aveva inoltre chiesto che la risoluzione 955 del
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvasse la condanna a
morte come massimo della pena (che è invece l’ergastolo), che i crimini
analizzati non fossero circoscritti al solo 1994, ma partire dal 1990 e
che la sede del tribunale fosse la capitale ruandese Kigali, non
Arusha. Approfittando delle critiche pronunciate dalle associazioni
ruandesi di difesa delle vittime del genocidio contro il tribunale per
il modo con cui i testimoni venivano trattati ad Arusha durante i
processi, il dissenso dei politici ruandesi verso il tribunale si è
concretizzato nel 2002.
Il grande punto debole dello Tpir resta comunque l’estenuante lunghezza
dei suoi processi, vero motivo dei continui attacchi da parte dei
principali critici del tribunale. In molti oggi si chiedono come mai,
in quasi dieci anni di attività e nonostante la nobiltà dell’impegno
assunto dai suoi fondatori, siano state emesse solo ventuno condanne
(le ultime due qualche mese fa contro i giornalisti della
Radio-Television Mille Collines, che fomentava l’odio contro i tutsi),
oltre a una assoluzione. Un numero esiguo, se si pensa che al massacro
di 8-10mila persone al giorno devono aver partecipato centinaia, forse
migliaia di persone. Un numero che non placa la sete di giustizia delle
famiglie delle vittime. E’ difficile oggi incontrare un ruandese che
non abbia perso almeno un familiare nel genocidio. Ma molti avvocati
difensori degli imputati sono di tutt’altro avviso, riguardo al numero
di condanne emesse. A inizio aprile, alcuni di loro hanno organizzato
uno sciopero di tre giorni per protestare contro processi che
considerano“non-regolari”.
Nel 2002-2003, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha assegnato un
budget di quasi 178 milioni di dollari per coprire le spese delle
attività della struttura. Ma per molti si tratta di una somma sprecata,
visti i risultati insoddisfacenti, e considerando che il mandato del
tribunale stesso scade nel 2008, tra appena quattro anni.
Nell’ultimo mese di maggio, un numero imprecisato di documenti
importanti, ricchi di testimonianze e prove inconfutabili è andato
perso in un incendio divampato nelle aule del tribunale. Il personale
Onu sta indagando sull'incidente, che getta nuove ombre sui processi
tutt'ora in corso. Insieme ai documenti sono spartite alcune cassette
audio che inchiodavano i giornalisti ruandesi colpevoli di propaganda
dell’odio.
Nel frattempo, sono ancora migliaia i detenuti nelle carceri ruandesi
in attesa di processo. Il governo ha indetto un programma di
riconciliazione nazionale, con lo scopo di sgonfiare l’odio tra vittime
e carnefici. Ma anche e soprattutto di svuotare le carceri
sovraffollate da genocidaires che da dieci anni attendono di essere
giudicati senza un avvocato che li difenda. Nel 2001, si è così deciso
di affidarsi ai cosiddetti gacaca, un sistema giuridico basato su
tribunali locali, a cui era stato affidato il compito di giudicare i
colpevoli del genocidio. Ma questa iniziativa del governo ruandese
potrebbe rivelarsi inefficace, se non rischiosa, considerando il fatto
che chi giudica non è immune da sentimenti di odio e di vendetta.
Dieci anni dopo il genocidio più veloce ed efferato che la storia
dell’Africa ricordi, il Ruanda spera ancora nell’arresto di molti suoi
i carnefici. Il Tribunale di Arusha si sta muovendo su un terreno non
facile. La ricostruzione storica di un genocidio è una lotta contro
pressioni politiche e giochi di potere che spesso non facilitano il
lavoro di giudici e avvocati. E il tempo consuma la memoria di chi lo
ha vissuto. Nella speranza che il ricordo di quei cento giorni si
preservi nella mente delle generazioni future.
Pablo Trincia