13/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel sud del Senegal si trascina da 24 anni un conflitto di cui nessuno parla
mappa“Ci sono guerre dimenticate, guerre che dormono, guerre di cui non si sa nulla. Questa è la mia Africa”. Mamour, ha voglia di parlare del Casamance, la regione merdionale del Senegal.

Suo padre era nato li, fino a che un giorno non decise di andarsene via a piedi, fino in Gambia. Lì, poi, è nato questo ragazzone di trent’anni, alto, spiritoso e colto.

“La guerriglia è cominciata intorno al 1982, ormai sono passati 22 anni. A guidare i ribelli è il Movimento delle forze democratiche del Casamance (Mfdc). Io sono di Banjul, ma ho visto tanti profughi, povera gente che fuggiva dal conflitto. Il sud del Senegal è ricco, ma la maggior parte dei suoi tesori finiscono a nord e questo ha alimentato i sentimenti indipendentisti”.

Soldati Negli ultimi mesi la cronaca internazionale si è occupata poco di questo sperduto posto del mondo. E’ molto difficile capire la situazione reale, anche perché spesso i movimenti guerriglieri si mescolano con il banditismo e così analizzare i fatti diventa ancora più complesso.

Mamour continua il suo racconto: “I nordisti considerano gli abitanti del Casamance dei selvaggi. Eppure quella zona del Paese produce cotone e arachidi. La pesca è molto sviluppata e anche il turismo potrebbe essere una risorsa importante. Le flotte pescherecce, però, sono in gran parte straniere e stanno impoverendo il mare. Sempre dal sud arriva l’acqua al nord, mentre si sta danneggiando gravemente l’ambiente. Le foreste vengono abbattute e al ritmo attuale si rischia la loro scomparsa. Poi c’è il petrolio e il quadro della situazione appare chiaro. Nel Casamance non vogliono sentirsi colonizzati e derubati, offesi e umiliati”. Il conflitto ha coinvolto sia il Gambia che la Giunea Bissau, Paesi confinanti. In passato i separatisti si addestravano a Bissau dove ricevevano anche armi e sostegno. Il clan dei Diola, molto influente nel Mfdc, ha forti radici in Guinea.

Bambini “Improvvisamente i villaggi venivano attaccati, gli abitanti rapiti e uccisi – insiste Mamour – e certe volte ho pensato che potesse finire come in Algeria. Io vivo a Roma, ma il mio cuore è nella mia terra, con la gente che soffre non solo per la fame e per il sottosviluppo, ma anche per la guerra. Però, quando telefono a casa non posso chiedere esplicitamente qual è la situazione. E’ pericoloso per me e per i miei familiari. Da noi, non solo in Gambia, occuparsi di politica è considerato dal governo inopportuno. I giornali raccontano cose, ma leggo il più delle volte articoli superficiali, se non omissivi. La Cnn o le altre televisioni ci danno l’impressione di poter esser messi al corrente di tutto quello che accade nel mondo, ma non è vero. Io non credo che siano i senegalesi a volere il conflitto del Casamance. Gli interessi di Francia, Stati Uniti, Portogallo e Gran Bretagna certamente influenzano la crisi. Sono interessi economici e di controllo politico dell’area. Riuscire, però, a comprendere per davvero come quelle grandi potenze intervengono è impossibile”.

La questione della democrazia è al centro del dibattito internazionale. L’Occidente è orgoglioso delle proprie origini culturali e della sua civiltà parlamentare, ma non è raro che per difendere interessi economici e militari appoggi movimenti armati o governi corrotti. In Senegal, a parere del giovane gambiano, i militari sono addestrati da legionari francesi e i mercenari hanno un ruolo importante nella questione del Casamance. Non esistono naturalmente prove certe di questo, ma numerose testimonianze confortano questa tesi.

“Noi siamo società complesse – va avanti Mamour – tra Senegal e Gambia, oltre alle lingue coloniali, inglese e francese, si parlano almeno altri sette idiomi. I clan più importanti sono i Wolof, i Peul, i Serere, i Tacruri, i Diola, i Mandinka, tutti con una storia, una cultura e una tradizione. Ci sono stati da sempre problemi, a volte combattimenti o guerre. Per il controllo del territorio, tra villaggio e villaggio, per cento motivi. Però da noi esisteva ‘l’incontro degli anziani’. Quando la situazione era grave i saggi si riunivano e trovavano una soluzione. In Gambia oggi ci sono i campi profughi. Un europeo non deve credere che siano come li immagina. Sono miseri luoghi senza acqua, con capanne fatiscenti, malattie endemiche, una diffusione terribile dell’Hiv e nessun tipo di servizio. Chi fa qualcosa per quelle persone? Le nostre leggi sono state scritte da inglesi e francesi decine di anni fa. I nostri confini sono stati tracciati col righello su qualche mappa da generali e diplomatici occidentali. I governi dell’indipendenza africana hanno dovuto garantire gli interessi delle potenze coloniali e sono corrotti e violenti. Insomma, nessuno ci permette di essere intellettualmente e concretamente autonomi. Chi può sostenere che la democrazia, così come è organizzata in Europa, vada bene per l’Africa? E sarebbe lungo parlare di Banca Mondiale, di aiuti, di strategia dello sviluppo. Noi non produciamo armi, ma ce le vendono e dobbiamo usarle per consentire a chi ci ha derubato per secoli di continuare a farlo. Insomma, quando si capirà in Occidente che bisogna imparare a rispettare l’Africa?”

Mamour non è arrabbiato, non è deluso, non è risentito. Lui aspetta, con la sua cultura antichissima, che qualcosa accada. Non con la passività degli inconsapevoli, ma con la pazienza dell'immenso continente nero.

Il Casamance, intanto, nel suo silenzio vive, giorno per giorno, il mistero di un conflitto senza cronaca.

Roberto Bàrbera 
Categoria: Guerra
Luogo: Senegal