La minoranza araba del Khuzestan si ribella, ma il suo destino dipende dalle elezioni
scritto per noi da
Hamed Rouzbehani
Il conflitto sembra finito. A una settimana dalle tensioni, la caldissima provincia
del Khuzestan gode di una relativa pace. A scatenare la popolazione è stata la
notizia, diffusa da al Jazeera, dell'esistenza di un ordine per la deportazione
della popolazione araba presente nella regione. I personaggi politici che l'emittente
qatariota ha indicato come repsonsabili negano ogni coinvolgimento.
In un primo tempo si è parlato di 200 arresti tra i dimostranti, ma il ministro
della Difesa, di origine araba, lo fa salire a 310. A una squadraccia di cinque
persone sono stati dati da ignoti 20 milioni di rial, meno di duemila euro, per
infliggere danni alle banche e ai luoghi pubblici. Le autorità iraniane hanno
annunciato di aver liberato 205 persone.

Tutto è cominciato quando una lettera falsificata da Mohammad-Ali Abtahi, ex
segretario e consigliere del presidente Khatami, inviata a Mohammad-Ali Nadjafi,
capo dell'organizzazione del bilancio e dei piani amministrativi, viene pubblicata
su un sito internet. La lettera annuncia lo spostamento in massa della minoranza
araba dalla provincia del Khuzestan e la trasformazione dei nomi di alcune città
arabe in persiano. Obiettivo: cambiare gli equilibri demografici di una regione
che è attualmente più araba che persiana. Il governo non ha smentito la lettera
se non dopo l'inizio della rivolta, per non diffondere una menzogna che si pensava
conoscessero in pochi. Ma la circolazione del gossip era più vasta di quello che
si credeva. La furia della gente ad Ahwaz, Hamidiyeh e Mahshahr non si è spenta solo
dopo la morte di otto persone negli scontri armati con la polizia. La gente ha
assaltato le questure e le amministrazioni, rotto le vetrine delle banche e dei
negozi, bruciato bazar e case. Ora, anche se la polizia ha ripreso il controllo
della città di Ahwaz, il capoluogo della provincia, è difficile pensare che non
ci saranno altri scontri. La questione dei due milioni di arabi che vivono nel
sud, e che parlano un dialetto arabo che somiglia a quello iracheno, è infatti
una bomba ad orologeria. La presenza della minoranza si è sentita quando, nelle
elezioni presidenzali di quattro anni fa, l'ammiraglio Ali Shamkhani, ministro
della Difesa, di origine araba e uno dei protagonisti della guerra contro l'Iraq
di Saddam Hussain, ha ottenuto la maggioranza di voti nella regione araba di Dasht
Azadegan.

In un Paese come l'Iran, dove vivono persiani, curdi, turchi (azeri), arabi,
turkmeni, Bakhtiari, Beluchi, e Lor, non si sottovaluta un risveglio di sentimenti
separatisti. Alcuni candidati delle elezioni presidenziali del 17 giugno prossimo
battono quelle province per cercare di avvicinarsi alle minoranze e accreditarsi
come sostenitori della popolazione araba, sperando di guadagnare i voti che faranno
la differenza. Ovviamente questo non piace al governo centrale che sente già la
minaccia del pan-curdismo nell'ovest del paese. E gli arabi, che secondo la BBC
sono già scontenti della confisca di fattorie ed orti riconosciuti come terreni
destinati ai veterani della guerra contro l'Iraq, non aspettano che una scintilla
per infiammarsi. Alla vigilia delle elezioni, il problema del sud ha fornito un'altra
occasione
alle due fazioni principali della scena politica iraniana, cioè i conservatori
ed i riformisti, per accusarsi l'un l'altro. Non volendo perdere nessun pretesto
per demonizzare i rivali, i conservatori hanno considerato il partito Mosharekat
(Partecipazione), il cui capo è il fratello del presidente Khatami, come responsabile
di provocazioni. Dall'altra parte i riformatori sospettano che la lettera sia
stata scritta dagli stessi conservatori per distruggere la fama di Mostafa Moeen,
il candidato del partito riformista che sembra essere il più popolare tra i giovani.

Le elezioni di giugno segneranno le sorti del Paese. La sconfitta dei riformisti
appare molto probabile: sia perchè la candidatura di Moeen sarà forse rifiutata
dal Consiglio di Guardiani sia perchè la gioventù, delusa da otto anni della presidenza
di Khatami, paralizzato dall'ostruzionismo dei conservatori, non sembra voler
andare a votare.
Intanto l'unico risultato certo del conflitto in Khuzestan è la chiusura dell'ufficio
della tv araba Al Jazeera a Teheran, accusata di provocare la minoranza araba
diffondendo interviste con gli oppositori espatriati. Non solo: Al Jazeera è accusata
anche di aver ironizzato sulle proteste degli iraniani contro il nome dato al
Golfo Persico dal National Geographic, cioè "Golfo arabo". Fonti vicini al regime
sostengono che la tv del Qatar sia stata pagata dagli Stati uniti per far scoppiare
il caso.