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Testo e foto di
Antonella Sinopoli
Parlare di sicurezza alimentare, salvaguardia dei prodotti locali e rispetto delle tradizioni legate al cibo in un paese dove l'agricoltura incide solo per poco più del 7 per cento sul valore del PIL sembra una causa persa. Oppure rappresenta una speranza. È la Bulgaria il paese scelto per ospitare la prima edizione di Terra Madre Balcani (che si è svolto dal 16 al 18 luglio), meeting che unisce comunità del cibo provenienti da più nazioni di una stessa regione. L'iniziativa, lanciata da Slow Food, mira a fare incontrare piccoli produttori e comunità che condividono tradizioni alimentari e condizioni socio-economiche simili. Per tre giorni Sofia è stata un'esplosione di gusti, colori, sapori. Dalla stessa Bulgaria alla Bosnia-Erzegovina, dalla Macedonia alla Croazia, dalla Romania alla Serbia e all'Albania. Ma dietro il piacere degli incontri e delle degustazioni e al di là dei seminari e conferenze che hanno illustrato piccole iniziative e progetti tesi a difendere le culture eno-gastronomiche locali c'è un'altra realtà.
In Bulgaria, paese di terre e di foreste, il 71 per cento della popolazione vive nelle città. Città in cui sempre più giovani, ma non solo, mangiano da McDonald e Burger King e bevono il caffè da Starbucks o Costa Coffee. E nei supermercati è più probabile trovare frutta e verdura importata dai paesi confinanti (principalmente da Grecia e Turchia) che coltivata nel paese. Così come è impossibile trovare prodotti come yogurt, sìrene, banitza o il prosciutto di Elena che non siano industriali, visto che i piccoli produttori non hanno il permesso della vendita. E visto che, come ci è stato raccontato, sugli scaffali trovano posto marchi e prodotti le cui aziende si sono "raccomandate" alle catene di distribuzione.
In Bulgaria in sostanza le vere tradizioni sono conservate nella memoria degli anziani e nella buona volontà e passione di quei pochi che, spesso come attività parallela ad un lavoro ufficiale per garantirsi lo stipendio, portano avanti conoscenze e abilità che rischiano davvero di perdersi. Spesso si tratta di attività artigianali che potrebbero però dare grandi risultati se solo fossero sostenute da norme di tutela. E se solo si incentivasse la coltivazione delle terre. Ma è proprio qui che cominciano i problemi. L'avvento della democrazia, dopo 43 anni di comunismo, ha significato anche la possibilità per i piccoli proprietari che avevano subito le espropriazioni di ritornare in possesso delle loro terre. Dopo tanti anni però lo spopolamento delle campagne aveva già raggiunto cifre incredibili, come pure il tasso demografico (considerato tra i più bassi al mondo a partire dagli anni '50). Inoltre chi poteva andava all'estero e in molti non sono più tornati. Così una nuova generazione si è ritrovata tra le mani documenti di proprietà di appezzamenti di terra mai visti e gli anziani, che su quelle terre erano rimasti, non hanno più la forza o i mezzi per lavorarla. La transizione all'economia di mercato ha inaugurato di fatto un sistema di illegali compra-vendite e svendita del territorio. Persone senza scrupoli o semplicemente businessman alla ricerca dell'affare se ne sono andati in giro a scovare proprietari di terre parcellizzate e ormai incolte. Un gioco facile quello di acquistare, soprattutto da anziani, e definire un prezzo spesso irrisorio e stabilito a discrezione. Tra gli acquirenti di terreni, posti in luoghi strategici per realizzare investimenti commerciali o nel settore del turismo, si dice ci sia qualcuno che fa parte dell'establishment politico. Senza parlare della cessione delle foreste. Assai noto, soprattutto agli ambientalisti, è il caso del Parco nazionale delle montagne di Rila, dove il governo ha autorizzato lo scorso anno la costruzione di impianti sciistici e strutture turistiche a danno dell'ambiente e della fauna locale. Pare che dietro ci sia una grande Corporation fantasma guidata da imprenditori russi altrettanto difficili da identificare. E ancora, tiene banco recentemente la notizia della costruzione di impianti eolici su terreni agricoli, soprattutto nella fertile regione nordorientale della Dobrugia. Situazione che rischia di limitare ancora il già scarso spazio di terreno coltivabile.
Questo è in breve il retroscena di Terra Madre Balcani. Una bella iniziativa, un evento di speranza che però potrebbe trasformarsi in futuro in una sorta di museo di prodotti, luoghi, persone e attività in via di estinzione.
Parole chiave: Terra madre Balcani, Sofia, Slow Food, spopolamento campagne