06/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il ricordo della strage in Ruanda dieci anni dopo
GenocidioIl vecchio si appoggia allo stipite della porta e contempla le colline verdi in lontananza. A giudicarlo dall’espressione del viso, spezzata in due da una profonda cicatrice, si direbbe che non prova odio, né rabbia. Solo un’immensa, impenetrabile tristezza. Appena prima di chiudere la porta di una costruzione di mattoni per tornarsene a casa, l’uomo lancia un’ultima occhiata.Su ripiani di legno, mensole, scaffali e tavole di legno, decine, centinaia, forse migliaia di teschi bianchi sembrano fissarlo dalle cavità vuote. Alcuni recano segni di crepe, altri hanno ovunque evidenti spaccature e incrinature. In un’altra stanza, tibie, femori, omeri e ulne, di ogni lunghezza e dimensione formano vere e proprie piramidi di ossa. L’uomo chiude la porta con il filo di ferro. E’ il guardiano della memoria di uno dei luoghi in cui si è consumato il più atroce genocidio che la storia dell’Africa ricordi.

La sera del 6 aprile 1994, il presidente del Ruanda, Juvenal Habyarimana e quello del Burundi, Cyprien Ntaryamira, rientravano in volo nella capitale ruandese Kigali. Si erano recati ad Arusha, in Tanzania, per riprendere il dialogo con i ribelli dell'Rpf, il Fronte patriottico ruandese. Poco prima di atterrare, un missile illuminò il cielo, centrando l’aereo presidenziale. Habyarimana e Ntaryamira furono inceneriti assieme a tutto l’equipaggio. La tensione tra tutsi ed hutu nel Paese era da tempo latente e quell’attentato tra le nuvole ruandesi, del quale ancora oggi non si conoscono i mandanti, avrebbe fatto esplodere di lì a poco un’ondata di odio e follia senza precedenti. I membri hutu dell’opposizione furono subito additati come responsabili, assieme all'Rpf. Ma le autorità videro nell'attentato l'occasione più unica che rara di accusare e sterminare l'intera popolazione tutsi del Paese.

Nel giro di poche ore, a Kigali, migliaia di miliziani della famigerata Interahamwe (lett. ‘coloro che combattono insieme’), un organo paramilitare creato dallo stesso defunto Habyarimana, facevano irruzione nelle case e negli uffici dei dissidenti hutu e di molti tutsi, massacrandoli. Li guidava il Colonnello Theoneste Bagasora, che assieme ad altri alti ufficiali aveva assunto il controllo delle operazioni. Il giorno dopo l’attentato, un gruppo di soldati belgi del contingente di pace Onu (Unamir) veniva fermato da alcuni uomini armati che intimavano loro di gettare le armi. Furono torturati a morte.

Il personale delle Nazioni Unite nel Paese aveva intuito subito la gravità della situazione e l’aeroporto di Kigali aveva cominciato sin dalle prime ore a riempirsi di europei e statunitensi terrorizzati. Dagli uffici del Palazzo di Vetro a New York, gli alti ufficiali dell’Unamir ricevevano telefonate continue: “Ritiratevi. Evacuate la zona”. In poco tempo, degli oltre duemila caschi blu presenti nel Paese ne sarebbero rimasti poco più di duecento.

Dai microfoni della Radio-Televisiòn Mille Collines, alcuni reporter incitavano la popolazione ad uccidere i tutsi e i dissidenti hutu: “A tutti voi là fuori – armatevi e uccidete quei bastardi! Tramano contro di voi, vi spiano, vi vogliono morti! Sono i vostri vicini di casa, quelli con cui giocano i vostri figli. Uccideteli tutti. Calpestate gli inyenzi (‘scarafaggi’, in lingua kinyarwanda)!”.

Gli slogan cominciavano ad arrivare nelle case, nelle capanne perse tra la vegetazione. E dagli omicidi mirati si passò alla fase successiva. Presto le strade di Kigali, Butare, Gitarama, Kibungo, Byumba e Cyangugu, oltre ad innumerevoli paesi e villaggi divennero teatro di una carneficina. Migliaia di autoveicoli venivano fermati a posti di blocco improvvisati, dove uomini dell’Interahamwe e civili, il sangue agli occhi e sui machete, annebbiati da alcool e odio, controllavano i documenti dei passanti. Chi aveva scritto “tutsi” sul documento d’identità veniva fatto a pezzi sul posto e gettato nei canali di scarico ai margini delle strade. Uomini in preda a raptus di collera attraversavano i cortili dove abitavano i loro vicini, uccidendo quelli con cui fino a pochi giorni prima discorrevano allegramente. Uomini massacravano altri uomini, donne altre donne, bambini altri bambini. Centinaia di persone si affidarono alla pietà dei missionari, nascondendosi nelle chiese e negli istituti religiosi del Paese. Ma a volte furono i missionari stessi ad avvertire i miliziani assassini. Come nel caso della suora Julienne Kizito, accusata di aver svelato all'Interahamwe dettagli sul luogo dove si erano barricate migliaia di persone, morte nell'incendio appicato in seguito dai sicari.

Più a est, in Uganda e Tanzania, i pescatori e gli abitanti dei villaggi sul lago Vittoria cominciavano a rinvenire brandelli di carne portati dal fiume Kagera, una delle principali discariche dei massacri. Come loro, l’Occidente, informato attraverso vaghi notiziari radiotelevisivi e i trafiletti di alcune testate nazionali si stava facendo delle domande: cosa stava succedendo nel piccolo stato dell’Africa centrale? Perché nessuno se ne occupava? Le Nazioni Unite mantenevano ferme le loro posizioni non-interventiste: niente contingente in Ruanda finché non si fosse provato che si trattava di genocidio. Una decisione che in futuro avrebbe fatto sorgere molti dubbi sull’effettiva legittimità di un’organizzazione internazionale creata cinquant’anni addietro proprio per prevenire eccidi di massa e promuovere la pace universale. Solo il 22 giugno 1994, a due mesi e mezzo dall’inizio del massacro, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvava la proposta della Francia di inviare un contingente di 2.500 soldati francesi e senegalesi che occupasse una “zona di sicurezza umanitaria” nel sud del Ruanda. La cosiddetta “Operazione Tartaruga” (Operation Turquoise) non ebbe tuttavia gli effetti sperati, dal momento che le milizie hutu seguitavano a compiere scorribande assassine nella zona.

In tutto il Paese continuavano i massacri e l’esodo di massa verso i campi profughi di Tanzania e Zaire. Con lo scopo di attirare altri tutsi allo scoperto, Bagasora e l’Interahamwe parlavano già di pacificazione e riconciliazione nazionale, e molti di coloro che si riaffacciavano in strada speranzosi di aver superato il peggio venivano portati via e giustiziati in ogni modo e con qualsiasi mezzo.

A metà giugno, Kigali veniva liberata dai tutsi del Fronte patriottico ruandese guidato da Paul Kagame, attuale presidente del governo di transizione. Con l’entrata dei ribelli tutsi nella capitale si era concluso il genocidio, ma non le violente rappresaglie contro migliaia di hutu, tra i quali anche persone che non avevano commesso alcun crimine. Molti ufficiali governativi erano riusciti a far perdere le loro tracce tra i profughi diretti verso i Paesi confinanti, morendo di una delle tante epidemie scoppiate tra le tendopoli. Alcuni sarebbero stati trovati e processati presso il Tribunale Internazionale di Arusha, tra cui il Colonnello Bagasora. Altri restano tutt’ora impuniti.

Il 6 aprile 1994, il Ruanda contava sette milioni di abitanti. Solo cento giorni dopo mancavano all’appello tra gli ottocentomila e il milione di persone, oltre a due milioni e mezzo di profughi. In poco più di tre mesi, le strade, case e città del Paese si erano letteralmente svuotate. Metà della popolazione del Paese era scomparsa.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra, Storia
Luogo: Ruanda