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Il vecchio si appoggia allo stipite della porta e contempla le colline
verdi in lontananza. A giudicarlo dall’espressione del viso, spezzata
in due da una profonda cicatrice, si direbbe che non prova odio, né
rabbia. Solo un’immensa, impenetrabile tristezza. Appena prima di
chiudere la porta di una costruzione di mattoni per tornarsene
a casa, l’uomo lancia un’ultima occhiata.Su ripiani di legno, mensole,
scaffali e tavole di legno, decine, centinaia, forse migliaia di teschi
bianchi sembrano fissarlo dalle cavità vuote. Alcuni recano segni di
crepe, altri hanno ovunque evidenti spaccature e incrinature. In
un’altra stanza, tibie, femori, omeri e ulne, di ogni lunghezza e
dimensione formano vere e proprie piramidi di ossa. L’uomo chiude la
porta con il filo di ferro. E’ il guardiano della memoria di uno dei
luoghi in cui si è consumato il più atroce genocidio che la storia
dell’Africa ricordi.