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Dal nostro inviato
Pablo Trincia
Almaty, Kazakistan - Tra le bancarelle di frutta secca, una signora tartara contratta con un cliente
kazako il prezzo di alcune albicocche appena arrivate dal Kirghizstan. Poco più
avanti, un gruppo di caucasici discute animatamente davanti alle macchine parcheggiate
in doppia fila. Sul cofano di una di esse, una scacchiera focalizza l’attenzione
di due tizi, assorti in una partita di scacchi. Intanto, seminascosti dal buio
di una scalinata, un gruppo di giovani russi dall’aria poco raccomandabile si
scambia con aria furtiva mazzi di banconote rimediate chissà dove, chissà come.
All’orizzonte, verso sud, ghiacciai che superano i tremila metri ricordano a
tutti che la steppa è finita, e che da qui in avanti, fino al lontano Pakistan,
ci sono solo montagne. Siamo nello Dhzilionni Bazar, ad Almaty.
Per secoli è stata un punto di passaggio per i caravanserragli che percorrevano
la via della seta. Pochi anni fa non era che uno degli ultimi avamposti meridionali
dell’Unione Sovietica. Oggi industria del petrolio e investimenti stranieri fanno
di Almaty la più cosmopolita città commerciale dell’Asia Centrale.
Metropoli di due milioni di abitanti, crocevia di popoli, lingue e culture, fino
a 150 anni fa, la città della mela padre (questo il significato del nome originario,
Alma-Ata, località famosa per le sue mele di grandezza spropositata) non era che
un accampamento di nomadi ai confini meridionali della steppa kazaka. Il suo sviluppo
urbano è coinciso con l’affermarsi della dominazione russa, prima zarista e poi
sovietica, che ha lasciato un marchio pressoché indelebile nella sua fisionomia.
Con la caduta dell’Urss, Almaty si è ritrovata, nel 1990, capitale dell’indipendente
Kazakistan, uno stato grande quasi quanto l’Europa, ma con un quarto della popolazione
della sola Italia.
Nonostante nel 1998 l’anonima città di Astana sia poi diventata la nuova capitale
(per un problema di sicurezza, trovandosi Almaty in una zona sismica), Almaty
resta oggi la città più rappresentativa del nuovo Kazakistan. Nemmeno i due porti
sul Caspio di Atyrau e Aktau, centri nevralgici dell’industria petrolifera (e
quindi della crescita economica) del Paese, sono riusciti a togliere la scena
a questa città alle pendici dello Zailiysky Alatau, che negli ultimi anni è diventata un cantiere a cielo aperto.
Capita così di passeggiare per i quartieri meridionali di Almaty e accorgersi
che la città sta cambiando faccia. Dove prima sorgevano giganteschi palazzi (tanto
dispersivi da essere chiamati kvaartiera, quartieri) squadrati, monolitici e freddi, figli dell’epoca st aliniana, ora nascono banche, nuove abitazioni, residenze, che richiamano l’architettura
moderna occidentale. Le vie pullulano di megastore, bar, locali alla moda, ristoranti,
hotel di lusso. Segno che il Paese si è aperto al mondo, forte di una ricchezza
– l’oro nero – che gli consente, unico in tutta l’Asia Centrale, di girare a testa
alta fra i potenti del mondo.
Protagonista di questa rinascita è Nursultan Nazarbayev, primo e unico presidente
del Kazakistan, di recente rieletto per la terza volta dopo lo svolgimento di
elezioni aspramente criticate dall’opposizione e da alcuni osservatori internazionali.
Alla guida del suo partito, l’Otan, Nazarbayev ha lavorato per fare del Kazakistan un’economia emergente (“non
che sia difficile, quando hai un mare di petrolio e solo 15 milioni di abitanti”,
commenta sarcastico un uomo d’affari inglese di Almaty). Per questo, un’intera
ala del museo nazionale della città è dedicata a lui: il suo viso sorridente appare
su gigantografie in cui è circondato da fiori e bambini, oppure intessuto su tappeti
e arazzi nei quali è immortalato al fianco di altri vecchi dinosauri del panorama
politico centroasiatico.
Eppure, l’impressione che si ha girando le strade, curiosando nelle case, parlando
con la gente, è che questo favoloso boom economico di cui sono stati protagonisti
il Kazakistan e Almaty abbia investito solo pochi eletti.
“La crescita della nostra città e del nostro paese deve tutto al petrolio del
mar Caspio, che ha attirato così tanti investitori”, dice Talgat, un giovane impiegato
in una ditta di costruzioni locale, indicando i nuovi condomini a cinque stelle
che sorgono ai lati del Dostik praspekt e della Xajimugana Uliza, nei quartieri alti della città. “Con il mio lavoro guadagno più di quanto mia
madre e mio padre riescano a racimolare a fine mese. Ma quanti sono quelli come
me? Ben pochi. Basta andare nei quartieri bassi, a nord della città, per rendersi
conto del fatto che il tempo laggiù sembra essersi fermato ai tempi dell’Unione
Sovietica”.
“I quartieri nord? Meglio non andarci affatto”,dice Sasha, figlio di russi emigrati
in Kazakistan negli anni ’50, quando l’allora segretario del partito comunista,
Nikita Krusciov, invitò due milioni di contadini a popolare le ‘terre vergini
della steppa’. “Sono infestati dalla criminalità e da gente molto poco raccomandabile.
Molto meglio starsene nei quartieri ricchi, dove certe cose non si vedono”.
Più che pericoloso, il quartiere di Turksivskij Payòn, nell’estremo nord di Almaty, ha l’aria di essere un luogo alquanto triste.
Mano a mano che ci si avvicina si ha l’impressione di passare da una dimensione
all’altra. L’intera zona sembra rimasta ferma a cinquant’anni fa, con migliaia
di modeste case basse scolorite a correre lungo stradoni grigi.
A intervalli regolari, tra il fogliame degli alberi, compaiono spiazzi al cui
centro svettano statue, busti e simboli che ricordano l’era sovietica, ultimi
ma imponenti residui di un impero che non c’è più. Ad ogni angolo, un poliziotto
in uniforme militare ferma con una paletta le vecchie macchine Volga e Zigulì guidate da kazaki, uiguri, kirghisi, coreani, russi, caucasici. Non importa
chi sia alla guida: la scena è sempre la stessa. L’ufficiale controlla i documenti
con le sopracciglia inarcate in modo inquisitorio, borbotta qualcosa, verifica
la consistenza della carta, prendendosi tutto il tempo necessario. Meglio non
lamentarsi, dopotutto quell’uomo non è che uno dei milioni di mat oni di cui è composto il muro invalicabile della burocrazia. Dopo aver trovato
un’irregolarità qualsiasi, si passa alla seconda fase della prassi, quella in
cui qualche centinaio di tenghe (la valuta kazaka,ndr), passa dalle tasche malconce dello sventurato a quelle
piccole e dritte dell’uniforme verde militare.
Il cuore pulsante dei quartieri settentrionali di Almaty resta la stazione ferroviaria,
attorno alla quale si muove un’umanità di passaggio, precaria, clandestina. Vecchie
donne con il capo coperto da foulard vendono su cassette di frutta tutto quello
che hanno: qualche rosario, uno straccio, un barattolo di noccioline, tre melanzane,
due pugni di riso, poche sigarette.
”Vivo qui solo perché il mio popolo fu cacciato dai cinesi”, racconta indignato
Malik, uno delle centinaia di migliaia di uiguri che negli anni ’60 si rifugiarono
nel Kazakistan sovietico per sfuggire alla repressione di Pechino. “Quei maledetti
ci hanno schiacciati come formiche, ora ci tocca vivere di stenti in un paese
straniero”, continua con un’espressione di disprezzo dipinta sul volto, mentre
prepara shashlik (spiedini di montone) sul suo banchetto.
Poco più avanti, seduto sulla panchina in un giardino, c’è un vecchio immigrato
azerbaijano che si chiama Kassem. Ha lo sguardo perso nel vuoto, incurante dell’enorme
altorilievo che celebra la vittoria dell’armata russa sui tedeschi nel 1941. “Sono
arrivato qui molti anni fa, da Baku, in cerca di lavoro. Molte cose sono cambiate
da allora, in questa città e in questo paese. Prima, quando c’erano loro – fa
un cenno con il mento verso l’espressione squadrata e severa di un soldato russo
raffigurato sull’altorilievo – si stava male. Bisognava tacere, o si finiva in
Siberia. Oggi è diverso. C’è la democrazia, sembra di vivere in un altro mondo.
L’unica cosa che è rimasta uguale sono i soldi. Non ce n’erano prima e non ce
ne sono nemmeno ora”.
Muoversi per Almaty è ancora più facile che in una città europea. Basta fermarsi
al bordo di una strada e distendere appena un braccio, che tre o quattro macchine
quasi si scontrano, inchiodando per ‘offrire’ un passaggio. I conducenti non sono
tassisti, ma operai, commercianti, impiegati, che per arrotondare i magri stipendi
di fine mese si improvvisano chauffeur in cambio di qualche banconota. “Dove andate?
Almalikskij Payòn? Sulla Marcova? Alle saune Karasan? Fanno cento tenghe. Trecento.
Cinquanta”.
Uno di questi tassisti dell’ultimo minuto è Pajil. I suoi tratti sono marcatamente
asiatici, i modi gentili, adora Toto Cutugno, un vero idolo da queste parti.
Nato in Kazakistan da genitori provenienti dalla vicina Mongolia, insegna lingua
kazaka all’università di Almaty. Dopo l’indipendenza dall’Urss, in tutte le repubbliche
dell’Asia centrale i governi locali hanno deciso di ricostruire l’identità e la
cultura irrimediabilmente sovietizzate partendo proprio dalla rivalutazione della
lingua nazionale.
Eppure Pajil fatica a portare a casa la spesa per sua moglie e per il suo figlioletto
di due anni. ”Perciò è semplice, se qualcuno allunga un braccio lo porto dove
vuole, così arrivo a fine mese senza troppi patemi d’animo. Se anche il nostro
Paese è ricco, la maggior parte di noi, quei soldi non li vedrà mai”.
Pablo Trincia