15/07/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel Golfo del Messico inizia il conto alla rovescia per le nuove operazioni di contenimento. Obama perde consensi e su BP scoppia un altro scandalo politico legato alla vicende dell'attentatore di Lockerbie

Alle 2.25 ora locale di ieri Bp ha annunciato per bocca dal suo vicepresidente Kent Wells di essere riuscita a bloccare la fuoriuscita di greggio dalla falla sottomarina posta a 1600 metri di profondità nel Golfo del Messico. Per la prima volta dal 20 aprile scorso la percentuale di petrolio che viene vomitato in mare è pari allo zero. Tecnici e dirigenti ora chiamano alla calma: bisognerà aspettare ancora qualche ora prima di capire se il livello della pressione all'interno delle tubature non diventerà così potente da rischiare di danneggiare la campana o, cosa peggiore, provocare l'esplosione stessa del giacimento nel sottosuolo. Il presidente Barack Obama ha sostenuto che quello di oggi è un "segnale positivo" mentre a Wall Street il titolo Bp è passato dal 7 al 38 percento prima della chiusura della borsa.

 

Il dodicesimo tentativo di chiudere la falla petrolifera nel Golfo del Messico è ormai diventato una questione di "pressione". Pressione fisica della fuoriuscita di greggio che gli ingegneri di BP cercheranno di misurare per appurare se è possibile tappare, una volta per tutte, il buco sottomarino e pressione politica a cui l'amministrazione Obama è soggetta ormai da ben 86 giorni.

Nuovo tappo. Ha uno spessore di cinque metri e pesa 70 tonnellate ed è stato calato dai robot sottomarini direttamente sull'ex valvola di sicurezza del pozzo tre giorni fa. La potenza del getto e alcuni problemi dovuti alle correnti marine hanno danneggiato il macchinario, già riparato, compromettendone la sua efficacia. Da lunedì le operazioni di contenimento sono, perciò, in fase di test. Attualmente i tecnici hanno chiuso le valvole che dalla campana di raccolta fanno confluire una parte del greggio alle navi cisterne ancorate in superficie. L'operazione, di estrema delicatezza, permetterà di aumentare la pressione nelle tubature, misurarne la regolarità e, quindi, accertare la tenuta del tappo. In caso di riuscita del piano bisognerà, inoltre, sperare che non si presentino "anomalie" tecniche, come per esempio quella, temuta, che la pressione non faccia esplodere definitivamente il pozzo nel sottosuolo, intoppo che segnerebbe il punto di fallimento totale. L'ex ammiraglio Thad Allen, capo della supervisione sull'intervento, chiama tutti alla calma e all'attesa: "Solo dopo un arco di tempo compreso fra le 6 e le 48 ore - ha detto - si capirà effettivamente se il tappo sarà in grado di contenere la fuoriuscita petrolifera".

Da Washington. Tra dichiarazioni ufficiali e smentite la portata delle perdite è ormai accertata tra i 35 ai 60 mila barili al giorno corrispondenti a una cifra totale che va dai 2.3 ai 4.5 milioni di barili dallo scoppio del 20 aprile, secondo l'Agenzia Internazionale. E ancora l'ira delle organizzazioni ambientaliste che dai propri blog denunciano che oltre 3000 uccelli lungo le coste del Golfo sono morti e che almeno 300-400 pellicani sono rimasti intrappolati "dalla testa alla coda" nelle viscosità del petrolio. Perdite ingenti direttamente proporzionali a quelle del consenso elettorale verso il presidente Barack Obama il quale, dal giorno dell'inizio del suo mandato, avrebbe dilapidato il 18 percento dei propri consensi elettorali. Ormai sono 6 su 10 i cittadini statunitensi che hanno dichiarato di non aver più la minima fiducia nei confronti del leader dei democratici e il 62 percento del campione ha sostenuto che se dovesse votare oggi appoggerebbe un nuovo candidato.

Scandalo su scandalo. Dall'altra parte della barricata le cose non vanno meglio per BP che dopo aver perso centinaia di miliardi di dollari in capitali borsistici, e aver preso in considerazione l'idea di aprire a nuovi azionisti per evitare il fallimento, si trova ora a doversi difendere da nuove accuse politiche. Sono quelle che riguardano il presunto coinvolgimento del colosso energetico di Londra nella liberazione di Abdelbaset al Megrahi, il cittadino libico condannato in Scozia per l'esplosione nello spazio aereo di Lockerbie, del volo Pan Am 103 in seguito alla quale nel 1988 morirono 259 persone. Secondo un gruppo di senatori democratici guidati da Frank Lautenberg dietro l'estradizione di al Megrahi, avvenuta quasi un anno fa, ci sarebbe stata un'azione di lobby dei vertici di British Petroleum sulle istituzioni inglesi e scozzesi per ottenere diritti di estrazione in Libia. Sul piatto dell'accordo c'erano, per la Libia, il prestigio politico di aver riportato un proprio "eroe nazionale" in patria e, per BP, un piano, il suo affare più ricco, che inizierà tra tre mesi e porterà nelle ormai svuotate casse dell'azienda nuove entrate pari a 20 miliardi di dollari. Cifra che, in parte, potrebbe automaticamente rientrare in mano alla stessa Libia che starebbe seriamente considerando di entrare nell'azionariato di British Petroleum ancora considerata, da presidente della società petrolifera statale libica Shokri Ghanem, un'azienda di cui "avere fiducia".

Antonio Marafioti

 

Categoria: Diritti, Politica, Ambiente
Luogo: Stati Uniti