01/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dieci giorni di terrore per gli immigrati dal Myanmar in Thailandia
scritto per noi da
Eva Pedrelli
 
Immigrati birmani rimpatriati“Chi non ha un permesso di soggiorno sarà incarcerato o deportato”. Centinaia di cartelloni in lingua birmana attaccati ai muri delle cittadine tailandesi al confine con il Myanmar hanno avvertito in tempo molti dei birmani, che vivono e lavorano qui, di lasciare il Paese. Dal 16 marzo scorso le strade di molti villaggi avevano incominciato a svuotarsi. E solo da un paio di giorni l'allarme sembra essere rientrato.

Mae Sot, cittadina sul lato tailandese, è legata al Myanmar da un ponte attraversato ogni giorno da chi fa la spola tra i due Paesi. Circa i due terzi della popolazione del distretto di Mae Sot sono composti da birmani.

Il governo thailandese ha lanciato dieci giorni fa un programma sull’immigrazione. Decine di birmani senza permesso sono stati arrestati e molti di loro rimpatriati. Questa volta, però, il primo ministro tailandese Thaksin Shinawatra, la cui compiacenza nei confronti della giunta del Myanmar (Birmania fino all'89) è stata duramente criticata dalle organizzazioni internazionali, ha lanciato addirittura una serie di raid a tappeto. I governatori delle province di confine hanno istruito ufficiali locali, militari e polizia per andare in cerca dei profughi nelle case private, nei templi e nelle fabbriche.

Immigrati birmani in Thailandia Molti rifugiati sono stati costretti ad attraversare il fiume Moei per entrare in territorio birmano (o karen), rischiando di essere arrestati dai militari dell’SPDC (nome ufficiale del regime dei militari) e di venire torturati o utilizzati come portatori di equipaggiamenti militari. I portatori dell’esercito vengono di solito mandati in prima fila per tracciare il percorso attraverso i campi minati. Tutte pratiche che, secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, sono aumentate tra il 2003 e il 2004.

Nelle province di confine si concentrano centinaia di fabbriche di tessuti e ceramiche, negozi, bar, fattorie e numerosi bordelli in cui vengono impiegati soprattutto birmani. Qui ci sono le sedi dei partiti politici e delle organizzazioni umanitarie banditi in Myanmar. Nei campi profughi operano da decenni le francesi Medicines Sans Frontières, Aide Médicale Internationale e altre ong locali come Shoklo Malaria Research Unit che si occupa di monitorare la diffusione della malaria e la Women League of Burma, network di una serie di associazioni che assistono donne vittime di violenze e orfani. Anche la storica Assistance Association for Political Prisoners è attiva nella zona, insieme alle sedi di partiti vietati dal regime birmano, come il Democratic Party for a New Society. Sempre da queste zone di frontiera, il Committee for Internally Displaced Karen People lancia appelli per far conoscere al mondo la tragedia delle deportazioni che stanno devastando l'etnia karen, una delle minoranze più numerose dell'ex Birmania. Questo Paese è guidato da una giunta militare tra le più feroci al mondo.

Lavoratrici birmane in Thailandia “Sono improvvisamente rimasto da solo nell’ufficio dell’organizzazione per cui lavoro. Ogni attività è stata sospesa”, racconta Nathaniel che da tempo vive a Mae Sot. “Nei bar e nei negozi non c’è più nessuno a servire. I tailandesi che ospitano i clandestini corrono seri rischi. Ieri un uomo di religione musulmana è stato multato di 200mila baht (4mila euro circa) per aver concesso a cinque lavoratori birmani, senza permesso di soggiorno, di stare in casa sua”, spiega Moe Swe, portavoce dell’Associazione dei Lavoratori Birmani, Yaung Chi Oo.

La repressione del governo tailandese è estesa anche ad altre province. Due settimane fa, centinaia di esuli che lavoravano in una fabbrica, 30 chilometri a sud di Bangkok, sono stati arrestati. Gli imprenditori tailandesi rifiutano di regolarizzare gli operai, potendo contare su un ricambio sicuro di questi alimentato dalla loro disperazione.

Solo negli ultimi giorni si è avuta notizia che alcuni birmani hanno cominciato a rientrare in territorio tailandese. Gli squadroni della polizia hanno diminuito l'intensità dei rastrellamenti, alcuni operai sono tornati sul posto di lavoro e le ong hanno ripreso appieno le loro attività. Si è tornati, insomma, alla pericolosità di sempre, in attesa del prossimo attacco.
Categoria: Migranti
Luogo: Thailandia