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scritto per noi da
Milena Nebbia
Il 7 agosto si insedierà ufficialmente al governo il nuovo presidente colombiano, Juan Manuel Santos, uscito vincitore dal ballottaggio del 20 giugno nel quale si è imposto con un 69 per cento dei voti contro il 28 per cento del rivale, l'ex sindaco di Bogotà Antanas Mockus. La Colombia ha scelto nel segno della continuità rispetto al governo del presidente uscente Uribe, di cui sostanzialmente Santos è un "delfino". Santos, ex ministro della Difesa, artefice della politica del "pugno forte" nei confronti delle Farc, ha avuto vita facile rispetto all'avversario avendo potuto contare su un'imponente macchina elettorale che ha soverchiato quella del verde Mockus che aveva fatto soprattutto affidamento sui giovani che votavano per la prima volta, sperando che il loro entusiasmo riducesse il tradizionale tasso d'astensionismo. Invece i votanti si sono addirittura ridotti rispetto al primo turno ed è andato alle urne poco più del 30 per cento degli aventi diritto.
"In realtà sarà circa un 9 per cento dei colombiani che sentirà la mancanza di Uribe, insieme alla nostalgia per le vacanze protette da carri armati ed elicotteri, sinonimo di libertà e democrazia - ha dichiarato Efraim Medina Reyes, scrittore ed editoralista colombiano, che abbiamo incontrato a Vicenza, dove vive con la moglie italiana e la figlia Elisa di due anni - la realtà è che alla fine del suo doppio mandato Uribe lascia una scia di corruzione e un paese sottomesso come non mai a quelle forze oscure che fanno dell'intimidazione la vera anima di una falsa democrazia. Gli sfollati continuano ad ammucchiarsi nelle periferie delle grandi città, la disoccupazione non dà tregua, facendo aumentare la delinquenza".
Medina Reyes, nato a cresciuto a Cartagena, nel quartiere popolare di Getsemani, ha raccontato nei suoi romanzi (anche sottoposti a censura, come "C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo") una Colombia cruda e autentica, spinosa, quasi invivibile, totalmente priva dei fasti e delle magie che si trovano negli scritti di altri romanzieri sudamericani. Quella della città Immobile, Cartagena appunto, che dice essere "la più crudele e spietata città che io conosca", in cui il 70 per cento della popolazione è meticcia, l'86 per cento vive con meno di un dollaro al giorno e 7000 bimbi con meno di 13 anni sono nel giro della prostituzione. Aggiunge però di essere "rabbiosamente orgoglioso" di essere nato lì. Ed è una rabbia che deriva dalla considerazione che la politica di stato fa sì che la povertà in Colombia sia vista come un problema storico, una cosa che è così e deve rimanere così: "Quaranta famiglie controllano il paese, la terra è in mano al nove per cento della popolazione e nessun governo ha mai veramente pensato ad una ridistribuzione della terra - dice con amarezza - anche il governo di Uribe ha sostanzialmente avuto una mentalità schiavista, il disprezzo per il popolo, la volontà di non confondersi e quindi la necessità di mantenere una forte stratificazione sociale".
Mentre Uribe preparerà con molta probabilità la campagna come candidato sindaco di Bogotà, a Santos spetterà il compito di proseguire la lotta frontale nei confronti delle Farc, che gli ha dato tanta popolarità e che ha avuto nella liberazione di Ingrid Betancourt il momento di maggiore visibilità. Per Medina Reyes la liberazione della Betancourt da un punto di vista umano è stata un'ottima notizia, ma l'entusiasmo mediatico che l'ha accompagnata ha cercato di trasformare quella buona notizia nel lieto fine di un melodramma. "La realtà colombiana, però, disgraziatamente, non è un melodramma a lieto fine, ma un'interminabile tragedia - dice - Ingrid Betancourt non rappresenta il conflito colombiano ed è ben lontana dall'essere l'eroina che i mass media hanno cercato di creare: lei è stata un'altra delle figure della politica tradizionale colombiana. Chi rappresenta questo conflitto, le vere vittime, sono i medici di campagna, le "madri comunitarie" (le donne che si prendono cura degli orani di guerra), i maestri di scuola e tante altre persone umili e anonime che sono ancora prigioniere o sono morte durante il sequestro e per le quali nessun patetico Sarkozy muoverà un dito e nessun giornalista scriverà una riga".
"Quanto alla guerriglia - prosegue - all'80 per cento dei colombiani non interessa per niente. I problemi sono quelli del lavoro, della necessità di una maggiore equità sociale, di corsi di rieucazione per i giovani, della libertà di stampa...La violenza culturale e sociale può fare più vittime dei guerriglieri".