04/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo le insurrezioni del 17 e 18 marzo i serbi sfollati dai villaggi si sono riversati in città
SfollatiNella palestra della scuola "Branko Radicevic ", la più grande della città, ci sono sacchi a pelo e coperte stese a terra. Decine di brande militari allineate occupano lo spazio che di solito ospita partite di basket e lezioni di educazione fisica. Ci sono i bambini e anche i loro genitori, assiepati in quello che a tutti gli effetti è divenuto un campo profughi. Da più di un mese questa Ë la nuova casa di trentadue famiglie serbe, le cui abitazioni sono state bruciate durante l'ondata di violenze che ha fatto temere un ritorno agli episodi del '99. Più di sessanta persone indossano ancora gli stessi vestiti di quel 18 marzo in cui furono costretti a fuggire dalle loro abitazioni in fiamme. Una volta al giorno consumano un pasto caldo nei locali della mensa scolastica, dopo che gli alunni regolari sono tornati a casa. Il cibo è uguale per tutti: ai bimbi di due anni vengono distribuite le stesse pietanze degli adulti, spesso con conseguenze negative per la loro salute.
 
Tra i tanti problemi, ne spicca uno fondamentale: non c'è acqua, e per tutto questo tempo lavarsi è stata un'impresa ai limiti del possibile. Bruno Maggiolo, volontario del Coordinamento Associazioni di Volontariato (Cav) in questi giorni in permanenza sul posto, racconta: "Le condizioni igieniche degli sfollati sono pessime. I bambini sono pieni di pidocchi. Da più di un mese la maggior parte di queste persone non si lava perchè non c'è acqua. Non dico acqua corrente, ma nemmeno un container per far fronte all'emergenza". La situazione dei serbi che hanno perso la casa durante le rappresaglie del mese scorso sembra essere di totale abbandono. Quasi tutti provengono dal vicino villaggio di Obilic, che è stato completamente raso al suolo. "Nessuno da' loro una mano, e sorprendentemente neanche i serbi residenti a Mitrovica nord fanno nulla per aiutare gli sfollati. Sono loro i primi ad ammetterlo" osserva Bruno.
 
E l'Unmik? I rappresentanti della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo hanno messo piede nella palestra sì e no qualche volta. "Di rinforzi speciali da parte dell'Onu o di altre Ong" - continua Bruno - "non se ne sono visti". D'altronde non si spara più. I cecchini che avevano fatto ritorno sui tetti delle case, in quei pochi giorni di fuoco, sono rientrati. E questo basta ai peacekeeper internazionali per decretare il caso chiuso, liquidando l'episodio come uno scoppio di follia, in sostanza archiviandolo. Questa è la percezione degli abitanti di Mitrovica, che continuano ad affollare le strade e i bar tentando di colmare il vuoto di un lavoro che non c'è.
 
La condizione dei serbi è precaria ovunque nella regione kosovara. Negli ultimi anni sono passati da carnefici a vittime: minoranza numerica all'interno della provincia, scontano sulla loro pelle le rivendicazioni di una popolazione albanese che preme per l'indipendenza e si sente trascurata dalla diplomazia internazionale. Tutti sanno che la presenza della Nato è esigua e non può realmente garantire loro la sicurezza. L'unica soluzione sembrerebbe un dispiegamento di truppe da parte di Belgrado, che potrebbe tuttavia scatenare una risposta immediata da parte degli albanesi. Il rischio è che per salvare pochi serbi allo sbaraglio si scateni di nuovo un conflitto esteso. Ipotesi impensabile, che il governo serbo-montenegrino ha tentato di allontanare approvando in questi giorni una legge per la cantonizzazione: il piano, che prevede la creazione in Kosovo di cinque cantoni serbi a larghissima autonomia, e' stato stigmatizzato a suo tempo dalla leadership albanese della provincia e non e' ben visto dalla comunita' internazionale.
 
Questa spinge per una soluzione multietnica, se pure con un certo grado di decentramento dei poteri. Nel migliore dei casi, il clima si può definire di attesa. Più schiettamente, gli abitanti raccontano che quella che si avverte è pura e semplice tensione, che cerca disperatamente un pretesto per esplodere. Il rischio di rappresaglie si Ë presentato di nuovo questa settimana, con l' arresto da parte della Kosovo Force (Kfor) dell'ex comandante della guerriglia albanese Sami Lushtaku. Operazione che molti vedono come una sorta di "contentino" dato alle vittime del pogrom di marzo, che non ha migliorato la vita ai serbi rimasti senza casa e ha avuto come effetto più evidente quello di fomentare le ire degli albanesi. Nel '99 Lushtaku, uno dei fondatori della Kosovo Liberation Army (Kla) era dapprima stato condannato e poi dichiarato libero dalle forze internazionali. La sua attuale detenzione, ci tengono a sottolineare i portavoce della Kfor, "non è motivata dai fatti del '99 ma dal coinvolgimento negli episodi di scontro che si sono avuti il 17 e il 18 marzo".
 
Il 29 aprile, la mattina successiva all'arresto, l'aria a Mitrovica sud era tesa: regnava un silenzio inusuale e la piazza centrale era circondata dalle forze di polizia locali. La popolazione albanese che abita in questa parte della città "divisa" aveva lanciato un ultimatum alla Kfor: liberare Lushkatu entro la mezzanotte. La promessa di scendere in piazza in caso della mancata liberazione dell'ex guerrigliero non è stata tuttavia mantenuta. E' stata una giornata tranquilla, ma la polizia rimane all'erta, sapendo che l'annunciata manifestazione avrebbe potuto riservare più di una sorpresa.

Francesca Micheletti 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Serbia