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Dal nostro inviato
Pablo Trincia
18 ottobre 2004, Almaty (Kazakistan) - Sono le 7 e l’Avtovasal Gardan, la stazione dei tassì abusivi di Almaty, è semivuota. La notte se n’è andata
lasciando nell’aria un freddo pungente, segno che l’autunno è ormai arrivato.
Tre kazaki battono i piedi e si scaldano i polmoni fumando sigarette. ”Andate
a Bishkek”?
“Non ci va nessuno, a quest’ora”, risponde secco uno di loro. “Torna più tardi,
quando arriveranno anche gli altri”.
Seduto dentro a una macchina parcheggiata al bordo di un marciapiede, un uomo
dall’aria intorpidita apre lo sportello.
”Ci vado io, a Bishkek. Per seimila tenghe”.
“Io dico quattromila”.
“Sta bene. Facciamo cinquemila (circa 30 euro, ndr) e non se parla più”, conclude
l’uomo con una stretta di mano e una risata fragorosa che lascia intravedere quattro
denti d’oro.
Si chiama Ablakhat e sembra uscito da un film surrealista del regista Emir Kusturica,
o fuggito dallo spartito di una musica gitana. Una cinquantina d’anni, mani grassocce,
occhi a mandorla, il russo segnato da un forte accento asiatico.
”Siediti davanti, accanto a me. Così se ci fermano penseranno che viaggiamo insieme.
Io non ho la licenza di tassista”, dice con una strizzata d’occhio.
Bishkek è a 250 chilometri da Almaty. Tuttavia, da queste parti, le strade presentano
talmente tanti imprevisti che l’unità di misura del viaggio non è la distanza,
ma il tempo.
Il suo tassì imbocca uno stradone che corre verso sud-ovest, in direzione del
confine tra Kazakistan e Kirghizstan. Almaty, con i suoi palazzi a forma di monoliti
grigi risalenti all’era sovietica comincia a scivolare via, lasciando il posto
alla steppa che, perdendosi verso nord, si infrange a sud contro la catena del
Tian Shan. Oltre ad essa c’è Bishkek.
Ablakhat rompe la noia e il silenzio del viaggio raccontando alcuni aneddoti
della sua vita e dei luoghi in cui è stato.
E’ un uiguro, fuggito da piccolo insieme alla famiglia dalla vicina regione cinese
dello Xinjiang, quando il governo di Pechino cominciò ad attuare una dura repressione
verso i sentimenti indipendentisti delle popolazioni musulmane della Cina occidentale.
”Mia madre mi portò in Kazakistan quando avevo due anni – racconta – attraversando di nascosto il confine
che separava la Cina dall’Unione Sovietica. Alcuni militari avevano portato via
mio padre e da quel momento nessuno della mia famiglia sa nulla di lui. Da allora
vivo qui”, conclude, con una scrollata di spalle e una grassa risata.
Dalla radiolina escono i lamenti amorosi di un cantante uzbeko. La steppa è ormai
padrona della scena, sulle colline si intravedono in lontananza sagome di uomini
che conducono cavalli e pecore al pascolo. Tra buche e sobbalzi improvvisi, la
storia del tassista uiguro continua.
”Quando arrivai a diciotto anni partii per il servizio militare. Mi mandarono
a Mosca, la grande capitale. Da lassù mi resi conto di quanto era grande l’impero
sovietico. I miei commilitoni provenivano dalle province e dalle repubbliche più
disparate. E capitava spesso di non capirsi, pur parlando tutti la stessa lingua.
Nessuno tra noi kazaki, kirghisi o uzbeki riusciva a capire gli ordini del nostro
comandante ucraino. Ricordo ancora quanto ce le dava quando si arrabbiava”, ricorda
ed esplode di nuovo in una risata incontenibile.
Dopo due anni di leva moscovita, Ablakhat torna ad Almaty e studia ingegneria
all’università. Appena laureato comincia a lavorare nelle acciaierie. Dopo qualche
anno, però, decide di diventare un commerciante di tessuti.
”Ho cominciato a girare l’Asia, comprando, vendendo, trattando in continuazione.
Viaggiavo parecchio. Turchia, Iran, Pakistan, India. Gli affari andavano bene.
Poi è successo un fattaccio”.
Il volto di Ablakhat si scurisce per un attimo. Poi, con un tono rassegnato continua:
“Circa sette anni fa stavo concludendo un affare di tessuti con alcuni azerbaijani.
Non so perché, ma mi fidai di loro. Finché sparirono, con tutti i soldi che avevo
investito: diecimila dollari. Un colpo troppo duro. Da allora, per sopravvivere,
faccio il tassista per l’Asia Centrale”.
Il tassì di Ablakhat corre a duemila metri d’altezza sull’altopiano del Kurdai, verso il confine kazako-kirghiso. Ogni tanto la macchina incontra alcuni vecchi
camion Kras e Kamaz sovietici. L’uiguro spiega che se ne trovano ancora molti in giro per le ex-repubbliche
sovietiche, e persino i giapponesi vengono fin qui per acquistarli e successivamente
fondere il loro ottimo acciaio nelle fabbriche automobilistiche del Sol Levante.
“Giro l’Asia portando chiunque” sospira stanco. “Operai tagiki, muratori kirghisi,
commercianti uiguri, sono le persone con cui in genere il viaggio diventa una
piacevole e cortese chiacchierata. In genere, più è bassa l’estrazione sociale
del mio passeggero, meno è pesante percorrere tutti questi chilometri. A volte,
però, salgono ricchi businessman kazaki ubriachi con prostitute al seguito. Urlano,
sbraitano, impartiscono ordini e puzzano di vodka. In questi casi il viaggio può
diventare un incubo. Devi sempre studiare la persona che stai per prendere a bordo,
controllare se ha con é i documenti, capire di dov’è. Io per esempio non mi fido dei caucasici”.
”Non è una questione di razzismo o che – si affretta a precisare – solo di esperienze
poco piacevoli, non ultima quella dei diecimila dollari. Meglio portare in giro
persone in regola. E poi ci sono delle città nelle quali preferisco non andare
con la mia macchina”.
Dopo anni passati in giro per steppe, laghi, valli e montagne, Ablakhat si muove
per l’Asia Centrale e tra le sue genti come a casa sua. Conosce scorciatoie, mulattiere,
bettole, rocce e colline. Sa dove si può andare e dove è meglio non avventurarsi.
“Questi luoghi sono disseminati di persone che creano problemi: burocrati di
frontiera particolarmente zelanti, poliziotti che chiedono mazzette, banditi.
Chi fa questo lavoro sa che nessuna persona sana di mente guiderebbe fino a Dushanbe
(capitale del Tagikistan, ndr), dove rischierebbe di trovarsi di fronte a un gruppo
di uomini armati e con pessime intenzioni. Le strade nei pressi di Taskent, Bukhara
e Samarcanda, in Uzbekistan, sono famose per la corruzione di cui sono impregnati
fino al midollo gli agenti della stradale. Se qualcuno ti deruba, è meglio non
rivolgersi a loro. Potrebbero completare l’opera dei ladri. Bishkek, invece, è
piuttosto tranquilla”.
Poco lontano c’è la frontiera kirghisa. Fino a 13 anni fa, a dividere Kazakistan
e Kirghizstan c’era solo un fiume, il Chu. Tutta quest’area faceva parte delle
regioni meridionali dell’Unione Sovietica. Non c’erano militari, dogane, moduli
da riempire, mazzette da pagare. Da dopo il crollo dell’Urss, invece, uomini in
divisa pattugliano il ponte, controllano i documenti, si arrabbiano, scuotono
la testa di fronte a vecchie contadine senza la carta d’identità.
”E’ tutto cambiato, rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica”, commenta secco
Ablakhat. “Anche se allora la nostra libertà era senza dubbio più ristretta, se
non altro, avevamo assistenza medica, lavoro, università, assicurazione, tutto
gratis. Oggi bisogna pagare. E molti non se lo possono più permettere. Per questo
ho mandato mio figlio in Corea del Sud, a fare il cuoco. Là si sta molto meglio.
Ci sono più possibilità, meno discriminazione verso le minoranze, come la nostra”.
Bishkek è a pochi chilometri dal confine. Prima di arrivarci si attraversano
vere e proprie bidonville di fango, lamiera e ruggine, costruite da Kirghisi rientrati
in patria dai paesi vicini, con la speranza di trovare lavoro. Vecchi venditori
trasportano sacchi di patate su carrette trainate da muli, all’ombra delle baracche
di legno gruppi di donne vendono cocomeri e pomodori, ai bordi della strada centinaia
di cani randagi cercano avanzi.
”Beh, siamo arrivati”, dice Ablakhat, “benvenuti a Bishkek. I kazaki e i grossi
commercianti di tutta l’Asia Centrale vengono qui a fare la spesa, costa tutto
meno. Io, invece, ci vengo a trovare mia madre”. Ed esplode in una grassa risata,
prima di sparire per sempre nel traffico della capitale kirghisa.
Pablo Trincia