13/07/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente sudanese dovrà difendersi anche dall'incriminazione per genocidio, accolta ieri dai giudici dell'Aja

Il cerchio della giustizia internazionale si stringe ancora di più attorno al presidente sudanese Hassan Omar al Bashir. Già accusato dalla Corte dell'Aja per crimini di guerra e contro l'umanità che sarebbero stati commessi nel corso del conflitto in Darfur, da ieri Bashir dovrà rispondere anche dell'accusa di genocidio, stralciata in prima istanza ma accolta in appello dai giudici della Corte Penale Internazionale (Cpi).

Il presidente sudanese Hassan Omar al BashirSecondo quanto stabilito ieri dalla Corte, le prove presentate dall'accusa sono sufficienti perché Bashirdebba rispondere di tre incriminazioni per genocidio nei confronti delle popolazioni Fur, Masalit e Zaghawa, tre fra le comunità più colpite da una guerra che, secondo le Nazioni Unite, avrebbe provocato almeno 300.000 morti dal febbraio 2003. Bashir è accusato di aver orchestrato il genocidio delle tre comunità mediante "l'uccisione, il ferimento, fisico e mentale, grave e l'imposizione di condizioni di vita ritenute causa della distruzione fisica di ciascuno dei tre gruppi", secondo quanto stabilito ieri dalla Corte. Sempre secondo l'accusa, Bashir avrebbe orchestrato il genocidio armando e addestrando, con l'aiuto dell'esercito sudanese, le milizie arabe Janjaweed, che da anni combattono contro i gruppi ribelli darfurini.

Il governo sudanese ha bollato come "ridicole" le accuse della Corte, mantenendo la linea che ha sempre tenuto durante tutta la guerra. Secondo Khartoum, quello in Darfur è un conflitto locale tra comunità in lotta per le limitate risorse naturali del luogo, a cui il governo sudanese non avrebbe mai preso parte. I gruppi ribelli darfurini, che nel 2003 presero le armi per rivendicare maggiori diritti e risorse per le proprie popolazioni nei confronti del governo centrale, hanno invece accolto come una "vittoria" le nuove accuse nei confronti di Bashir.

Le nuove accuse rischiano di rendere ancora più difficoltosa la soluzione della guerra in Darfur, il cui processo di pace continua da anni tra mille impedimenti. I mandati di cattura internazionali spiccati contro il leader sudanese stanno causando non pochi problemi a Bashir, impossibilitato a partecipare a meeting e summit internazionali per paura di essere arrestato e deportato all'Aja. Lo scorso anno, l'Unione Africana si offrì come mediatrice, chiedendo al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di ritardare di un anno l'applicazione dei mandati, in modo da dar tempo alla diplomazia di adoperarsi per risolvere il conflitto in Darfur. Una posizione però mai accettata da alcuni membri del Consiglio, in particolare da Usa e Gran Bretagna, e che ha provocato l'irritazione di molti Paesi del continente, i quali accusano la Cpi di concentrarsi solamente sui crimini commessi in Africa.

Secondo molti diplomatici occidentali, invece, sarebbe stata proprio la pressione della Corte a spingere Khartoum sulla strada delle trattative con i ribelli darfurini. Avviati nel 2005, i colloqui di pace si sono arenati per anni, complici anche le fratture interne ai ribelli che hanno portato alla creazione di una quindicina di gruppi armati, alcuni dei quali in lotta tra loro.

Matteo Fagotto

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