Sembra essere caratterizzata dalla candidatura selvaggia la campagna
elettorale in corso in Serbia per eleggere il nuovo presidente della
Repubblica. Finora gli aspiranti sono una ventina, ma secondo gli
analisti molte proposte sono dettate da puro esibizionismo.
Srboljub Bogdanovic, editorialista del settimanale Nin, spiega che si
tratta di una tendenza iniziata con le prime elezioni presidenziali
multipartitiche del 1990, quando gli spin doctor del futuro vincitore
Slobodan Milosevic avevano incoraggiato candidature di massa per
screditare l'immagine del sistema democratico.
In mezzo a quello che appariva come "un circo" sarebbe stato facile far
emergere il candidato Milosevic come l'unico candidato credibile.
Alcune Organizzazioni non governative presenti nel Paese hanno lanciato
l'allarme, chiedendo che venga innalzato il tetto di firme necessario a
presentare la propria candidatura.
Amara è la conclusione di Vladimir Goati, dell'Istituto di Scienze
sociali di Belgrado: "La vittoria di un candidato democratico
richiederebbe una
serie di miracoli" ha dichiarato in un'intervista al quotidiano Gradjanski List
di Novi Sad.
"Non c'è un oppositore che si presenti come valida alternativa a
Tomislav Nikolic". Tra i candidati in lizza spicca infatti
l'ultra-nazionalista radicale Tomislav Nikolic, con i suoi proclami
nostalgici di un ritorno alla "Grande Serbia" uniti alla promessa di
stupire tutti con una politica filo europea.
Nikolic, soprannominato "il becchino" per via di un passato impiego al
cimitero comunale, è in testa ai sondaggi, ed è considerato il delfino
dell'ex leader del partito Vojislav Seselj, impossibilitato a
partecipare perchè detenuto all'Aja dove è processato dal Tribunale
Penale Internazionale per crimini contro l'umanità.
A dicembre Nikolic ha registrato la maggioranza dei voti nelle
presidenziali fallite, e anche le politiche di fine mese hanno visto il
trionfo del suo Partito Radicale serbo (Srs). Gode di notevoli consensi
anche Boris Tadic, esponente del Partito Democratico (Ds) del defunto
premier Zoran Djindjic, assassinato nel marzo del 2003. La concorrenza
con l'altro esponente democratico, Dragan Marsicanin del Partito
Democratico Serbo di Vojislav Kostunica, è spietata, e si sta giocando
proprio sul delicato terreno del processo al principale imputato per
l'omicidio.
Pesanti accuse di collaborazionismo sono partite da Marsicanin verso il
Ds: "Djindjic ucciso dalla sua stessa gente" recitavano i titoli dei
quotidiani qualche giorno fa, citando un giudizio espresso da Dejan
Mihajlov, manager della campagna elettorale Ds, : "Hanno taciuto quando
il primo ministro è stato ucciso" ha dichiarato il Mihajilov,
riferendosi ad ufficiali di governo e figure chiave del Ds, "sapevano
chi aveva preso la decisione di uccidere e sapevano chi è stato".
La vera novità di questa tornata elettorale è la discesa in campo di
Bogoljub Karic, magnate delle telecomunicazioni, della finanza e
dell'imprenditoria. L'imprenditore Karic, uno degli uomini più ricchi
della Serbia, è a capo del Gruppo Bk, che controlla tra l'altro
un'emittente televisiva nazionale e un'università privata.
Con il suo slogan "se sarò eletto, bloccherò le importazioni di
insalata" si è guadagnato un posto d'onore agli occhi dell'opinione
pubblica nazionale e internazionale. Karic ha spiegato che
l'agricoltura rimane la principale risorsa economica del Paese. Pur
avendo la potenzialità per esportare i suoi prodotti, continua ad
importarli. "La nostra arretratezza è un vantaggio, la terra serba e'
ancora incontaminata. E abbiamo ciò che l'Europa tenta di ricreare, una
produzione non di massa, ma di qualità'' è stata la spiegazione del suo
motto.
Karic è tra l'altro un grande emulo di Silvio Berlusconi, da cui
sostiene di aver tratto esempio e ispirazione. Anche per la futura
fondazione di un suo partito: ''Ma non credo che lo chiamerò 'Forza
Serbia', come ha scritto qualche giornale. Non voglio copiare la pur
ottima idea di Silvio Berlusconi''.
Non solo Karic si è distinto per l'originalità degli slogan. Nella rosa
dei candidati figura anche un membro di sangue blu: è la principessa
Jelisaveta Karadjordjevic, cugina dell'erede al trono principe
Aleksandar Karadjordjevic, che dopo una vita passata all'estero è
tornata per "rendere la Serbia più bella". La principessa è attualmente
impegnata in una campagna elettorale-umanitaria portando aiuti ai serbi
rimasti senza casa in Kosovo, e non ha intenzione di rinunciare ai suoi
obiettivi nonostante i tentativi di dissuaderla da parte della famiglia
reale.
A lei si affianca il belgradese Radivoje Milutinovic, detto "Mujo il
ladro", soprannome affibbiatogli da alcuni esponenti del passato regime
comunista. Mujo, alla sua seconda volta in lizza per le presidenziali,
ha inserito nel suo programma elettorale l'introduzione dell'euro al
posto del dinaro e la legalizzazione della prostituzione "per portare
avanti una rivoluzione sessuale".
Nella sua precedente campagna aveva avanzato proposte di matrimonio al
procuratore capo del tribunale dell'Aja Carla Del Ponte, e non molto
tempo dopo, alla Consigliere nazionale per la sicurezza statunitense
Condoleeza Rice.
Non poteva infine mancare un amarcord verso gli anni del regime: Ivina
Dacic, vice del capolista Slobodan Milosevic alla guida del Partito
socialista serbo (Sps), sta compiendo un tour del Paese accompagnata da
una serie di sostenitori "duri e puri". Si definisce "l'unico
concorrente di sinistra delle elezioni".
Temi caldi, come di consueto, le questioni del Kosovo e del Montenegro.
Anche qui non mancano le proposte singolari: Karic promette che
risolverà lui lo status della travagliata provincia kosovara. Essendo
nato a Pec dice di essere in grado di ''aprire immediatamente il
dialogo con la leadership albanese'', e di avere ancora buoni amici
nella provincia, dato che nel pieno del conflitto del '98-'99 aveva
messo a disposizione dei profughi albanesi le sue proprietà in
Montenegro e in Macedonia.
Il concorrente Jezdimir Vasiljevic, conosciuto anche come "Gazda (Boss)
Jezda", è invece un fermo sostenitore della separazione fra Serbia e
Montenegro. "Tutti gli uomini montenegrini dovrebbero ritornare nel
loro paese" ha sentenziato "ma le donne no, loro dovrebbero rimanere".
Nonostante l'apparente originalità della comunicazione politica serba,
i risultati sembrano non riservare sorprese. Tra gli elettori serpeggia
una sostanziale sfiducia nelle istituzioni, che ha portato ai
significativi fallimenti elettorali degli scorsi anni.
La tendenza al voto ultranazionalista è sempre in agguato, e come ha
osservato anche in altre occasioni Padre Sava Jannjic, esponente
religioso della comunità serba ortodossa in Kosovo, "il supporto
travolgente a Vojislav Seselj è più un indicatore di disperazione che
di sostegno alle sue politiche retrograde".
Francesca Micheletti