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Li chiamano i "silent raids", le retate silenziose, e sono gli ultimi ritrovati del governo di Washington in materia di immigrazione illegale. In teoria sono controlli compiuti all'interno delle aziende sospettate di dar lavoro agli "irregolari", in pratica rappresentano il paradosso più lampante dell'amministrazione Obama che solo una settimana fa aveva parlato di "immigrati come risorsa degli Stati Uniti".
Come ti licenzio. Invece oltre i proclama mondiali avviene quotidianamente che gli agenti del Immigration and Custom Enforcement, agenzia federale per l'immigrazione, entrino all'interno delle fabbriche e delle aziende agricole statunitensi per identificare gli "aliens": i clandestini. La novità, rispetto al passato, è che coloro che vengono trovati senza regolare permesso di soggiorno o di lavoro, non vengono espulsi dal Paese ma fatti licenziare dall'azienda che, contemporaneamente, subisce pesanti multe. Solo lo scorso anno sono stati studiati i casi di 2900 compagnie che hanno portato a sanzioni amministrative per oltre 3 milioni di dollari e a migliaia di licenziamenti di massa. "Non c'è alcun dramma, alcun trauma, alcuna famiglia dilaniata, non ci sono manette" ha dichiarato al New York Times Mark K. Reed, presidente della Border Management Strategies, azienda di consulenza per le aziende in materia di immigrazione. A lui hanno risposto le migliaia di lavoratori che, pur non finendo in carcere, sono costretti a dover provvedere alle loro famiglie senza uno stipendio. Ed è questo il caso di diversi ex impiegati della Gebber Farms, azienda con sede a Washington, che lo scorso dicembre si è vista costretta a chiudere le porte a oltre 500 lavoratori, per lo più immigrati messicani, trovati senza permesso. Uno di questi, M. Garcia di 41 anni, ha detto: "Molta gente sta ancora piangendo per una situazione che è molto dura da affrontare".
Stati divisi. E il quadro legale sull'immigrazione non preoccupa solo coloro che lo subiscono ma anche chi dovrà darne attuazione. Si tratta dei governatori dei cinquanta stati che compongono la federazione. Ieri una rappresentanza di amministratori democratici si sono recati alla Casa Bianca per incontrare alcuni funzionari e discutere del tema che ormai divide gli States sulla linea di confine dell'Arizona. C'è chi appoggia, fra società civile e politici, l'operato della governatrice repubblicana Jan Brewer, ideatrice del disegno di legge che tra poco più di due settimane potrebbe dare avvio ad una vera e propria caccia all'immigrato. C'è chi invece, tra obamiani e moderati in generale, cerca una via d'azione diversa che permetta un controllo meno aggressivo e più in linea con le politiche future annunciate dal presidente. La preoccupazione primaria dello stato maggiore del partito dell'asinello è che l'entrata in vigore della legge in Arizona, previsto per il prossimo 29 luglio, possa compromettere definitivamente una materia le cui linee guida sono dettate per lo più a livello federale. Ciò indebolirebbe ancor di più agli occhi dell'elettorato l'immagine di Obama già duramente compromessa dalla gestione del disastro petrolifero nel Golfo del Messico. E questo tanto il presidente quanto i suoi governatori sanno di non poterselo permettere tanto in vista del rinnovo del Congresso, previsto per il prossimo novembre, quanto per quello di diciannove governatori democratici in scadenza di mandato quest'anno.
L'importanza della sfida contro l'Arizona e, soprattutto, l'importanza di vincerla è ora il punto principale sull'agenda di democratici, che fanno pressing sul presidente, e repubblicani, ormai certi dell'entrata in vigore del provvedimento.
Proprio la governatrice Brewer al termine di un incontro riservato avuto ieri con Janet Napolitano, Segretario di Stato per la Sicurezza Interna, ha ostentato una fiducia e rilasciato dichiarazioni forti: "Penso che vincerà l'Arizona e che la nostra posizione sarà quella di tutta l'America".
Antonio Marafioti