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Ucciso da una delle sfere sparate dall'agente di polizia Epaminondas Korkoneas, Alexandros Grigopoulos aveva quindici anni e pare che la sera della sua morte, il 6 dicembre 2008, avesse con sé un ciondolo a forma di cuore da regalare alla sua ragazza. Alexandros scriveva, nell'ultimo tema della sua vita, circa l'ineluttabilità di determinate fasi esistenziali: ‘'Sono stadi che nessuno può evitare, l'infanzia, l'adolescenza, il diventare adulti, la carriera, i figli ... e alla fine diventi un anziano''. E un'anziana è stata ad attirare l'attenzione all'udienza di venerdì 9 luglio: la nonna del giovane era presente in aula, per la prima volta dall'inizio del processo, nel giorno in cui Korkoneas ha iniziato a rendere la propria testimonianza, che continuerà oggi, 12 luglio, circa gli eventi che portarono alla morte del ragazzo. Una testimonianza ricca di contraddizioni, puntualmente fatte rilevare dalla Presidente della Corte, Angelita Papavasileiou. Korkoneas ha sostenuto che: ‘'Le vittime siamo io e lui, il ragazzo ed io, che muoio ogni giorno, ogni istante. Le nostre famiglie sicuramente soffrono'', per scoppiare in lacrime ed affermare la propria pena per quello che è successo.
Circa quella sera, Korkoneas ha ribadito che mentre lui e Vasilis Saraliotis, accusato di concorso in omicidio, si trovavano nella loro volante, avevano subito l'attacco, con pietre e bottiglie, di circa una decina di persone. Lasciarono la volante e a piedi, si diressero verso via Tzavela, a pochi metri di distanza dall'auto, dove furono soggetti ad un nuovo attacco da parte di 20-30 persone. Stando a Korkoneas, Saraliotis fece uso di un paio di scariche frastornanti e vollero tornare sui loro passi. Fu solo allora, stando al racconto di Korkoneas, che quest'ultimo si rese conto che, nella via adiacente, un gruppo di persone assisteva insultando gli agenti e gettando loro oggetti. ‘'Mi sono sentito intrappolato, ho estratto la pistola e ho sparato due volte - credo. Non ricordo molte cose, ho ancora in testa i rumori forti delle cose che venivano rotte e le grida. I miei sentimenti in quei momenti erano troppi. Scosso, mi resi conto di aver usato la rivoltella; dissi al mio collega di andare via. Ricordo che ci guardavamo senza parlare''. E aggiunge di essere rimasto incredulo quando alla centrale lo informarono circa la morte di un ragazzo colpito al petto da una pallottola. Sparata per aria.
Angelita Papavasileiou è implacabile, sono decine le domande che pone ad Epaminondas Korkoneas che, in fase istruttoria, aveva deposto circa un attacco subito con bombe molotov, non con pietre e bottiglie d'acqua, che non convince circa la spiegazione del perché i due agenti lasciarono la volante e si avviarono a piedi (racconta dell'intento di procedere a fermi), che riporta tempi che non coincidono con quelli registrati dalla Centrale di polizia, né con le testimonianze rese dai testimoni oculari. La Presidente insiste nel chiedere perché l'accusato tardò così tanto, dopo l'accaduto, a comunicare con la Centrale. ‘'Ero confuso, avevo usato l'arma. Non sono avvezzo alla violenza e so che quando spari per aria, la pallottola può colpire qualcuno''. La risposta di Angelita Papavasileiou è stata che questa frase sarà tenuta ben presente dalla Corte. È così che entra nella sua fase finale un processo atteso, travagliato come pochi in questi ultimi anni, mentre la violenza assume connotati endemici in un paese sofferente.
Margherita Dean