30/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Terroristi islamici all'attacco anche in Asia centrale
Negozio distrutto da bombaDue donne kamikaze si fanno saltare in aria al mercato, sparatorie contro la polizia, bombe che esplodono. Risultato: 19 morti e 26 feriti. Dopo la Spagna, il terrorismo islamico colpisce anche nell’ex repubblica sovietica dell’Uzbekistan, principale alleato regionale degli Usa. Forse la rappresaglia del gruppo integralista del Miu, il cui leader, Tahir Yuldashev, è da giorni braccato in Pakistan. E questa mattina, le forze speciali uzbeche, che da ieri presidiano la città con centinaia di uomini armati e mezzi blindati, hanno ucciso almeno sedici militanti islamici (11 uomini e 5 donne) nel corso di un blitz condotto contro un presunto covo terroristico nella periferia della capitale Tashkent, non lontano dalla residenza del presidente Islam Karimov. Durante gli scontri sono morti anche tre agenti.

Odori di frutta e verdura fresca, di spezie e di agnello arrostito. Il vocio e l’affollamento di ogni mattina tra i banconi del grande mercato coperto di Chorsu, nel centro della capitale uzbeca, Tashkent: un misto tra un vecchio bazar orientale e un moderno centro commerciale occidentale. Tutto normale, come ogni giorno.

D’un tratto un boato e il pavimento che trema sotto i piedi come durante un terremoto. La gente presa dal panico inizia a urlare quando capisce che si è trattato di un esplosione, di un attentato. Davanti all’ingresso di un negozio di articoli per l’infanzia, “Il Mondo dei Bambini”, un donna sporca di sangue si dispera china sopra il corpo senza vita del suo bambino. Accanto a lei i corpi dilaniati di due poliziotti e di una donna: una kamikaze che si è fatta saltare in aria.

Poche decine di minuti dopo un’altra esplosione: un’altra donna si fa esplodere poco lontano, alla fermata dell’autobus che si trova davanti alla moschea Kukeldash. Altri due agenti di polizia uccisi. La capitale uzbeca piomba in piena sindrome attentati, la stessa provata dalla gente di Madrid l’11 marzo 2004, di Istanbul 15 novembre 2003 , di Casablanca 16 maggio 2003, di New York l’11 settembre 2001.

Islam Karimov Ma per gli abitanti di Tashkent il pensiero va al 16 febbraio del 1999, quando una serie di autobombe esplosero causando la morte di sedici persone. Quella volta l’obiettivo era il presidente uzbeco Islam Karimov, che si salvò per un pelo dal regalo di compleanno che quel giorno volle fargli il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (Miu), gruppo terrorista che persegue il rovesciamento del autocratico regime filo-americano di Karimov e l’instaurazione di un califfato in stile talebano in tutte le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale.

Mentre il paese aspetta con ansia che il presidente appaia alla televisione di stato, altri esponenti del regime rivelano ai già scossi uzbechi che questi due attentati sono stati preceduti da altri gravissimi fatti avvenuti nella ore precedenti.

Durante la notte altri tre poliziotti sono stati uccisi in due sparatorie. Una all’alba, quando un uomo fermato a un posto di blocco alla periferia di Tashkent ha freddato due agenti. L’altra la sera prima, quando un agente è stato ucciso da un uomo cui aveva chiesto i documenti fermandolo a piedi per strada, sempre nella area urbana della capitale.

E la sera prima, attorno alle 22, dieci persone sono rimaste uccise in una potentissima esplosione che ha devastato un’abitazione del villaggio di Kahramon, nel distretto di Romitan, una quindicina chilometri ad ovest dell’antica città di Bukhara. Secondo le autorità uzbeche l’edificio era utilizzato dai terroristi islamici per fabbricare bombe, e l’esplosione sarebbe stata un incidente causato dagli stessi estremisti.

Polizia uzbeka Karimov appare sugli schermi. “Queste azioni – dichiara con aria cupa – fanno parte di un piano terroristico preordinato e pianificato nei minimi particolari, un’azione volta a colpire il principale alleato regionale degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo islamico”. Karimov punta il dito contro gli adepti della setta panislamica Hizb ut-Tahrir (Hut), ferocemente perseguitati dal suo regime nonostante il carattere dichiaratamente non-violento di questo movimento. Da Londra, dove l’Hut ha il suo quartier generale, arrivano subito smentite e prese di distanza.

Le fonti di polizia e gli analisti sono infatti più propensi a ritenere che sia stato il Miu a rifarsi vivo dopo quattro anni di sonno. Una conclusione basata anche sull’analisi del tipo di esplosivo utilizzato ieri: un misto di nitrato d’ammonio e polvere d’alluminio, la stessa miscela usata per le bombe del ’99. Ma non solo su questo.

C’è anche un contesto internazionale che può suffragare la pista del Miu. L’attuale leader del Miu, Tahir Yuldashev è braccato in Pakistan da due settimane dall’esercito pachistano, impegnato in una massiccia offensiva contro militanti talebani e di al Qaeda asserragliati nelle aree di confine con l’Afghanistan. Quest’azione, sostenuta dagli Stati Uniti e, in quanto diretto interessato, dall’Uzbekistan, potrebbe aver indotto il Miu ad un’azione di rappresaglia contro l’odiato regime di Karimov.

Il dittatore di Tashkent, che governa il paese con metodi polizieschi accanendosi in modo particolare contro la popolazione islamica (migliaia di musulmani sono stati incarcerati, torturati e uccisi), ha suscitato le ire dell’opposizione islamica (pacifica e non) per la decisione di concedere agli Stati Uniti la base aerea di Khanabad, nel sud del Paese, per condurre la guerra in Afghanistan. Ma dopo gli attentati di ieri, l’alleanza tra Bush e Karimov in nome della guerra al terrorismo non potrà che rinsaldarsi e le accuse delle associazioni internazionali per le gravi violazioni dei diritti umani in Uzbekistan rimarranno sempre più inascoltate. E soprattutto quanto accaduto è l'ennesima dimostrazione che la guerra al terrorismo di Bush e dei suoi alleati non lo sconfigge ma, al contrario, provoca la sua diffusione in paesi in cui esso non era mai arrivato o era da tempo sopito.

Enrico Piovesana 
Categoria: Guerra
Luogo: Uzbekistan