06/07/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage dal confine tra l'Egitto e la Striscia di Gaza. In coda tra un passato di assedio e un futuro sempre più incerto

scritto per noi
da Silvia Mollicchi

In spiaggia nel tardo pomeriggio, seduta di fronte al Mar Mediterraneo, mentre i bambini in vacanza giocavano a riva lungo la costa di al-Arish e un po' più a largo una flotta di navi sorvegliava le acque tra Rafah e Gaza. E' passato circa un mese da quando il varco è stato aperto, ma nulla sembra cambiato. Al-Arish, modesta meta di vacanze di mare per diversi egiziani si prepara ad accogliere i suoi turisti. Le camere d'albergo si riempiono -trovarne una disponibile non è stato banale- i ritmi rallentano e tutto sprofonda nel caldo di inizio estate. Il pezzo di terra desertica che va da qui fino al confine vive la sua vita, inconsapevole dell'importanza internazionale che riveste da circa trenta giorni.

Questa striscia di terra è da decenni un'area di confine in tutti i sensi. Qui convivono egiziani e palestinesi immigrati a diverse riprese. Come l'autista del mio taxi collettivo, quello che mi ha portato prima a Rafah città, un mucchio di case di mattoni costruite attorno ad un posto di blocco sorvegliato da vecchi tank e miriadi di soldati malarmati, e poi al confine vero e proprio. E' arrivato in Egitto tre anni fa, parte della sua famiglia viveva già qui, aveva una casa ad al-Arish, mentre a Gaza era rimasto ben poco, tanto valeva trasferirsi. In realtà ha continuato ad andare avanti e indietro, ma passando da sotto come direbbe lui, dal tunnel. Mentre guida mi indica anche l'area dove sbuca il cunicolo sotterraneo che collega Gaza all'Egitto e che ha permesso l'entrata di merci e persone nella striscia anche quando il confine era chiuso. Il posto di blocco di Rafah città è ancora invalicabile, quindi proseguiamo verso nord lungo una strada desertica, semi coperta di sabbia, qualche ragazzo per strada trascina un carretto di frutta. La calma, in realtà, è solo apparente, visto che il 29 Giugno la polizia egiziana ha sparato ad una donna eritrea che cercava di passare il varco di Rafah verso Israele, facendo così salire a 19 le vittime uccise al confine nell'ultimo anno.

Al varco, due famiglie attraversano il confine e portano con sé le loro valigie e le loro storie. Una signora di circa sessant'anni mi racconta di essere entrata in Egitto per una visita di due mesi, non più. Ha parenti al Cairo, vivrà a Madinat al-Nasr (uno dei nuovi sobborghi della capitale), poi, ci tiene a sottolineare, tornerà indietro a Gaza con i suoi nipoti. La seconda famiglia è decisamente più giovane: la madre e i due bambini sono già seduti nel taxi che li porterà ad al-Arish, mentre il padre contratta sul prezzo. Non hanno molta voglia di parlare e sembrano impauriti. Anche loro dicono di essere solo in visita; perché sono venuti in Egitto? Per prendere un po' d'aria, risponde lei sorridendo. Poi incontro Mazid, businessman cinquantenne, che mi racconta tutta la sua storia. Anche lui è appena uscito da Gaza, ma ha seguito il percorso inverso rispetto a quello della maggioranza dei palestinesi in fuga dalla striscia. Un mese fa si trovava in Arabia Saudita quando ha saputo dell'apertura del confine e ha deciso di tornare dopo sette anni per visitare la sua famiglia. Si è presentato a Rafah con il suo passaporto canadese ed è rimasto a Gaza per circa due settimane, nessun problema al confine: «nessuno fa storie se hai un passaporto canadese».

«Non c'è elettricità, non arriva acqua, come fai a mandare avanti una casa se manca elettricità per più di 16 ore al giorno? Gli israeliani dicono di voler alleggerire l'assedio, bhè, considera che a Gaza ora c'è più cibo di quanto ce n'era dieci anni fa. Quello che manca è il ferro, l'asfalto, il legno, i mattoni, quello che serve per ricostruire. Gaza ora è un paese che può sopravvivere, ma che non può rinascere» -mi spiega Mazid. «Soprattutto, chi vive a Gaza, ora, ha bisogno di uscire, di avere la libertà di muoversi, spostarsi. Anche qui, stessa cosa, non è vero che chiunque può chiedere un permesso e passare il confine. Se hai necessità particolari o famiglia in Egitto, magari ti rilasciano un permesso da 15 giorni a 2 mesi -come mi hanno confermato anche i militari egiziani che ho incontrato al confine- altrimenti concedono lascia-passare solo a chi è in transito dall'Egitto per altre destinazioni, ti accompagnano da Rafah fino all'aeroporto, una specie di deportazione. Le questioni da gestire con le guardie al confine sono diventate se possibile ancor più complicate.»

Che l'Egitto non sarebbe stato disposto ad accogliere tutti i palestinesi in uscita da Gaza e a prendersi carico per intero delle questioni della Striscia era chiaro, soprattutto per ragioni politiche. Il governo Mubarak fa l'equilibrista in punta di piedi su una corda sottile. Da un lato, la pace con Israele e i seguenti accordi hanno reso l'Egitto il secondo destinatario di finanziamenti statunitensi nella regione, soldi essenziali per mandare avanti l'apparato di polizia egiziano. Dall'altro lato, proprio le buone relazioni con Israele sono uno degli argomenti forti dell'opposizione interna e uno degli empasse politici più difficili da giustificare per il governo arabo di Mubarak.
La questione palestinese, anche nel caso di questa nuova apertura di confine, è più che altro argomento retorico per un governo che deve mantenere credibilità, allo stesso tempo, di fronte alla propria opinione pubblica e con gli alleati esterni. Già, una questione retorica, che tiene però incastrate le vite e le storie di migliaia di persone.

Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Israele - Palestina