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Fino a qualche anno fa, Abdul Nasser Ould Yasser era un padrone di schiavi. Membro
di un’importante famiglia aristocratica araba della Mauritania, i Bidanes, tra le varie proprietà possedeva un gruppo di Haratines, gli schiavi neri. Una vita da principe, fin da ragazzo, con decine di mani
e schiene a faticare per la famiglia di suo padre, un facoltoso burocrate della
città di Nouakchott.
Oggi Yasser difende i diritti di chi prima lo serviva: generazioni di persone
assoggettate, totalmente dipendenti dalla volontà dei loro padroni, senza alcun
diritto se non quello stabilito da questi ultimi.
E ha pagato con una condanna e con l’esilio in Francia le conseguenze della sua
scelta.
“Fino all’età di sedici anni ero il classico rampollo dell’aristocrazia – racconta
l’uomo dalla sua abitazione parigina – avevo ben cinque schiavi al mio servizio.
Poi qualcosa dentro di me è cambiato. Un giorno sono andato al centro di cultura
francese della capitale, Nouakchott.
Ho sfogliato alcuni libri. Un testo in particolare ha colpito la mia attenzione.
Si trattava di un testo sulla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino.
L’ho letta con attenzione e ho cominciato a capire quanto fino ad allora avessi
sbagliato. Poi ho letto altri libri che mi hanno ispirato: Solgenitsin e i suoi
scritti sui gulag sovietici, Primo Levi e le sue memo rie della Shoah, e molti altri.
Mi sono convinto del fatto che tutti gli esseri umani siano uguali. E ho co-fondato
un’associazione con alcuni altri attivisti. Tra loro ci sono anche degli schiavi”.
Nata nove anni fa con lo scopo di eliminare la schiavitù tutt’ora esistente in
Mauritania, la Sos-Esclaves è un’organizzazione clandestina in madrepatria. Malgrado
la servitù sia stata bandita più di 23 anni fa nel paese quasi interamente ricoperto
dalle sabbie del Sahara, sono molte le organizzazioni per i diritti umani che
continuano a denunciare un sistema feudale nelle aree rurali. Un numero incalcolabile
di persone, per la maggior parte di origine nera-africana, sarebbero alle dipendenze
di padroni che su di esse rivendicano il diritto di proprietà, rendendole oggetto
di una forte discriminazione.
Le forti differenze sociali che contraddistinguono i Bidanes di pelle chiara dagli gli Haratines di pelle scura esistono da secoli. E in passato hanno dato vita a violenze e
a violazioni sulle quali nessuno sembra sia ancora intervenuto.
Nel 1989 il governo dell’attuale presidente Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, in
carica da un ventennio, decise per la cacciata di decine di migliaia di neri di
etnia Wolof, Pulaar e Soninkè.
A oggi non si hanno stime esatte sul numero di persone che furono spedite nel
vicino Senegal con la colpa di “non essere cittadini mauritani”. Tuttavia si stima
che tra i 40 e i 70mila neri furono cacciati – spesso con la violenza – senza
il diritto di rientro e senza aver mai ottenuto lo status di profughi.
Da Boston, Jesse Sage, attivista statunitense di IAbolish contro lo schiavismo nel mondo, non usa mezzi termini per descrivere la discriminazione
a cui sono soggetti i neri della Mauritania.
”Sono ridotti in schiavitù, come lo erano i loro genitori e i loro nonni. Questa
condizione dura da secoli e se non era ammissibile ieri lo è ancor meno oggi.
Inoltre, le persone cacciate in Senegal più di quindici anni fa non sono mai state
fatte rientrare. Questo è un chiaro segno che il governo, o meglio la dittatura,
di Ould Taya sta commettendo atti di pulizia etnica”.
Da Roma l’ambasciatore mauritano,Yahyah Ngam, nega ogni accusa mossa ai burocrati
di Nouakchott. “Nel mio paese non esiste alcun tipo di schiavitù, come l’opposizione
vuol far credere per screditare il governo. L’abolizione é stata decisa nel 1981
e da allora non esiste più. Così come è assente ogni forma di discriminazione
nei confronti della popolazione nera che vive in Mauritania".
Con l’ambasciatore è d’accordo Isselmou Ould Moustapha, caporedattore del quotidiano
locale, Nouakchott Akhbar. "Parlare di schiavitù è sicuramente un’esagerazione. E’ possibile che persistano
alcuni focolai nelle aree rurali, ma da qui a dire che è ancora una realtà viva
e vibrante nel nostro paese ne corre”.
Pablo Trincia