Ricordo di Julio Augusto García, uomo di pace e fotoreporter, scomparso in Ecuador
Scritto per noi da
Valerio Gardoni

Dalle due tazze di caffé saliva
una linea di fumo che si perdeva nell’aria lasciando solo una scia
di aroma, sopra di noi il cielo era di un blu intenso, la polvere era
stata sciacquata via dal temporale, ora, oltre i profili della città
di Quito, si stagliavano all’orizzonte le imponenti sagome dei
vulcani. I caffé ce li aveva serviti una signora corpulenta,
dalla pelle color ocra e i lineamenti indios, poi con un’andatura
lenta e pacata era tornata a stravaccarsi sulla poltrona logora
all’ingresso del bar.
Julio fissava quella lieve linea di
vapore, le sue parole sembravano salire verso il vento come il fumo
caldo, ma venivano da un ricordo nero, cupo, come il fondo di quella
tazza di caffè.
Eravamo di ritorno da un viaggio di tre
giorni, i nostri vestiti erano impolverati dalle strade sterrate che
cavalcano vertiginosi passi andini; erano stati giorni stupendi, io
dovevo fare un servizio fotografico per un quotidiano italiano a
Salinas, un villaggio perso sulla cordigliera d’Ecuador, simbolo
del riscatto campesinos, dove le cooperative guidate da padre Polo
avevano cancellato lo spettro della miseria e ridato speranza ai
poveri. Julio, in una valle lungo la strada, doveva fotografare i
coltivi, sudore delle schiene dei campesinos, bruciati dalla cenere
di un vulcano che in quei giorni era in eruzione e aveva compromesso
il raccolto di quella vallata già segnata dalla povertà;
avrebbe poi scritto e fatto appello per convogliare soccorsi e aiuti
per quella gente.
Ora, senza togliere lo sguardo dalla
linea di vapore del caffè, mi stava raccontando della sua
vita, io ascoltavo in silenzio, prendendo appunti sulle ultime pagine
pulite di un taccuino. Era nato nel 1947 in Cile, quel lungo paese
stretto tra la cordigliera delle Ande e l’oceano Pacifico per mille
e mille chilometri, con paesaggi di estrema bellezza dal deserto
dell’Atacama alle fredde terre della Patagonia. Il padre e i
fratelli erano rimasti aggrappati alle pendici delle Ande a coltivare
viti da vino; Julio, dopo gli studi di ingegneria, aveva trovato
posto alla Citroen cilena. Sin dai tempi dell’università
aveva lottato per l’uguaglianza sociale, i diritti umani, molte e
troppe volte calpestati nei paesi dell’America Latina, terra
fertile per dittature sanguinarie al guinzaglio delle multinazionali
dei paesi paladini della “democrazia”.
Strinse con disinvoltura la tazza con
le sole due dita che gli rimanevano e bevve un sorso di caffè
bollente
-
Il sogno socialista di Allende
durò poco, in un mattino i nostri valori di democrazia
scomparvero e sprofondarono nel fango dell’ingiustizia e della
violenza, come la polvere dopo il temporale; non trovammo il tempo
per renderci conto di quello che ci stava accadendo, del valore
della libertà che avevamo costruito con fatica e che di colpo
ci crollava addosso con tutto il suo dolore -
Entrarono una mattina di settembre del
1973, Santiago era in fiamme, il Cile viveva nella paura del terrore,
lo stadio si riempiva di innocenti; le foto dei loro occhi sbarrati a
migliaia dietro la recinzione metallica o sulle gradinate fecero il
giro del mondo, ma il mondo fece finta di non vedere o decise
volutamente di tacere mentre nello stadio maledetto si consumavano
torture e morte. Quei volti, anni dopo, entreranno nella storia cupa
dell’uomo come “desaparecidos”.
-
Entrarono senza bussare nella
nostra vita, le bambine piangevano disperate, non capivano, cercai
come potevo di difenderle, mi schiacciarono a terra, sentii il
dolore acuto dei colpi del calcio dei mitra, poi con violenza mi
massacrarono la mano…guardavo le bambine e…mia moglie…-
Ci fu un lungo, interminabile silenzio,
io rimasi impietrito, il male sembrava avvolgerci denso, quasi reale,
Julio continuava a fissare quella lieve linea di vapore che saliva
dal nero della tazza del caffé, nessuno ruppe quel silenzio,
quel senso di vuoto, di disperazione, di impotenza, di dolore…
Non rivide mai più sua moglie,
le due figlie le abbracciò solo quando il sanguinario
dittatore Augusto Pinochet Ugarte, nelle prime elezioni pubbliche
dopo anni di dittatura e morte, nell’ottobre del 1988, perse il
referendum. Il dittatore fiero del suo “buon” operato disse ai
suoi fidi, dopo la sconfitta elettorale:
Gli anni che seguirono la rocambolesca
fuga di Julio dal Cile, aiutato dalla Croce Rossa Tedesca, furono di
continua crescita interiore, maturata verso un’idea profonda di
giustizia e di pace; in Nicaragua sostenne con la sua militanza il
Fronte Sandinista di liberazione nazionale, ne uscì con la
convinzione che la giustizia sociale si conquista lottando senza
armi. Per quasi dieci anni di latitanza divise un piccolo
appartamento con l’amico scrittore Luis Sepulveda
- - Luis usava la
penna, io la macchina fotografica e la cinepresa, per raccontare la
realtà umana, l’indigenza della gente latino-americana, per
dare voce ai poveri, schiavi innocenti dell’ingiustizia sociale
del mondo –
Ma la giustizia non è di questo
mondo, il dittatore cileno vive beato e scusato; la storia né
condanna né perdona, dimentica e puntualmente cade nella
banalità del male.
- - Dentro di me
porto sentimenti di rabbia e perdono, un poco e un poco, momenti duri
della vita che non vogliono passare e speranze che si accendono. In
Ecuador ho ritrovato un equilibrio, una famiglia; lavoro per i
poveri, per dar risalto ai loro mille problemi, per riscattare la
loro cultura e dignità. Ora mi sto impegnando per il popolo
della selva amazzonica, per i campesinos delle Ande, per gli ultimi;
combatto una battaglia senza armi e sogno giustizia e pace per il
mio popolo. Non ho un’automobile, non ho una casa, ho però
la soddisfazione di servire la causa dei poveri e costruire una
coscienza sociale –
Nelle parole di Julio che ascoltai in
un religioso silenzio, lessi il coraggio del vivere il presente; nel
ricordo del passato non c’era rabbia, ma indignazione come stimolo
per lottare e credere in un mondo migliore.

Restammo insieme altri giorni a Quito,
parlammo a lungo, avevamo entrambi una passione per le montagne e
l’avventura, ci scambiammo una promessa: sarei ritornato per
legarci in cordata e salire le altissime cime ghiacciate che bucano
le nuvole dei vulcani d’Ecuador.
Non ho fatto in tempo a mantenere la
mia promessa, la sorte lo ha strappato dalla vita mentre era là
in mezzo alla sua gente, mentre filmava in piazza a Quito volti e
voci che chiedevano giustizia. Ricevo la notizia da un articolo di
“PeaceReporter”, subito confermata da una e-mail: «Un clima da guerra civile sta caratterizzando
Quito in queste ore. Negli
scontri é morto un giornalista cileno, Julio Agusto García,
fotoreporter di 58 anni, che da vent’anni viveva in Ecuador,
costretto a fuggire dalla dittatura cilena di Pinochet.»
Perdere un amico è provare il dolore di una ferita
profonda difficilmente curabile dall’illusione che sia solo sorte o
destino.
Rimane il ricordo
del nostro abbraccio all’aeroporto e poi da lontano delle sue
braccia alzate, del sorriso solare tra la folta barba bianca –
Feliz viaje, amigo mio – e di me che alzavo le braccia per
gridare – Suerte Julio – (Buona fortuna Julio).
Vorrei gridarlo,
ora, ancora al suo spirito.