
La sera di giovedì 21 aprile il Duomo di
Milano era talmente pieno da lasciare solo posti in piedi o sul
pavimento appoggiati alle colonne. Quale era il personaggio che aveva
attratto nella più grande e capiente chiesa milanese tutta
quella gente? Non era una persona sola, per fortuna.
L’avvenimento era la Resistenza, il momento
storico in cui viene a cadere questo ennesimo 25 aprile che ormai
compie sessant’anni dal primo fissato come giorno della
Liberazione.
I protagonisti erano tanti. David
Maria Turoldo, frate, partigiano, poeta e scrittore, e la sua
“Salmodia della Speranza”, un’opera teatrale che fu
rappresentata per la prima volta a Sesto San Giovanni, medaglia d’oro
della Resistenza, il 22 aprile 1965 in occasione delle celebrazioni
“unitarie” per il ventennale della Liberazione. E poi tutti i
deportati, i fucilati e quelli fatti morire di stenti con immagini
proiettate sulle colonne, sulle pareti, sugli archi e sui soffitti
dietro l’altare del Duomo.
Il riproporla a quarant’anni di
distanza è la risposta più concreta al tentativo
politico attuale di porre sullo stesso piano i protagonisti della
Resistenza e quelli che stavano dall’altra parte, gli amici di
Hitler, Mussolini e delle SS tedesche.
Il regista è lo
stesso sestese di allora, Giulio Mandelli, ideatore dell’Evento,
che abita a Roma da tanti anni, collaboratore di grandi registi
italiani e internazionali, direttore della Cineriz, dirigente in
Gaumont e Telemontecarlo, attuale consulente e collaboratore di Rai
Fiction e altre testate.
L’aiuto regista è Gigi
Saccomandi, laureato al Dams in Disciplina dello spettacolo e
specialista delle luci per i più importanti teatri europei. Di
alto e sensibile profilo l’idea di far parlare o piangere con il
loro silenzio le antichissime pareti del Duomo che hanno ricevuto,
come gigantesche lavagne, la bestiale lezione di storia degli elmi,
delle armi, delle marce, dei delitti fascisti e hitleriani, le
immagini dolci e terribili dei bambini ebrei che si denudano le
braccine per far vedere il numero di matricola del campo, i visi
morti e stravolti dei deportati, dei partigiani, le maschere
arroganti degli aguzzini.
La sequenza è quella della
Salmodia, che è il canto o la lettura recitata dell’Antico
Testamento, strutturata nei momenti liturgici della Messa (Introito,
Kyrie Eleison, Offertorio, Consacrazione, Comunione, Ite Missa Est).
E poi i due attori principali: Moni
Ovadia, creatore del teatro musicale in forma di cabaret, sempre
impegnato sui diritti civili e sul tema della Pace, un ebreo nella
più grande chiesa cattolica milanese che canta la disperata
bellissima invocazione creata e recitata dal rabbino Slomokatz
davanti a un grande campo di concentramento nel 1947. Integrata dal suono di
“Bella ciao” che ha ricordato i
partigiani italiani e il fastidio creato dalle sue note alla Tv di
stato.
E’ questo il senso della Speranza
dato dal testo di Turoldo, nessuna divisione di religioni, non cedere
alla violenza come allora, una Resistenza che deve essere attuale, in
un momento d'oblio per ciò che è veramente stato.
E Maddalena Crippa, dalla voce chiara
e potente, con tanti anni di teatro alle spalle, che assieme a Moni
Ovadia ci commuove e ci indigna leggendo le ultime lettere dei
condannati a morte. Gente dignitosa e coraggiosa che pensava alla
famiglia, rassegnata alla ultima notte della loro vita ma mai serva.
Ricordiamo i partigiani sestesi Umberto Fogagnolo, Giulio Casiraghi,
Libero Temolo, fucilati a Piazzale Loreto nel 1944, e tutti gli altri
giovani, italiani e stranieri, morti allora per noi.
E’ emersa inoltre la
professionalità e la misura recitativa di un attore come
Renato Scarpa, già protagonista nel 1965 alla prima di Sesto
San Giovanni, e notevole il contributo artistico di Alessandra
Faiella e Giorgio Ganzerli.
Un gruppo di ragazze in abiti chiari,
come gli altri protagonisti, forniva visivamente le posizioni dei
fucilati, dei morti giovani, adattandosi alla sequenza dei testi,
rendendo l’immagine della violenza.
A dare il senso della tragedia e
della speranza hanno largamente contribuito le musiche elettroniche
di Gaetano Liguori, un compositore leader dell’Idea Trio, che ha
fatto tremila concerti in teatri, fabbriche e scuole di tutta Italia.
E i video di Luca Scarzella, fondatore dello Stalker Video,
laboratorio di produzione visiva. I costumi di Elisabetta Gabbioneta
hanno dato pudore e visibilità discreta a tutti i protagonisti
vista la sacralità del luogo, l’Altare Maggiore.
I versi di Padre Turoldo danno la
sequenza dell’avanzare delle armate: “E’ caduta Oslo, è
caduta Praga, Budapest è sgozzata, Mosca è piena di
fango…”. Sembra di sentire il rumore degli stivaloni, il rotolare
dei carri armati, l’affluire lento del sangue versato. Ma anche la
voglia di urlare basta.
Di ricominciare da capo. Lui che era
andato a visitare tutti i campi di concentramento in Germania e
nell’Europa dell’est. E che nel dopoguerra era sempre stato, fino
agli ultimi giorni della sua vita, vicino al mondo del lavoro, della
pace, alla società degli ultimi, fuori dagli schemi di una
chiesa schierata e piuttosto chiusa.
L’assieme di tutto il lavoro è
stato registrato con equilibrio dal regista Giulio Mandelli, dalla
sua esperienza creativa. I blocchi degli attori, secondo
l’indicazione della responsabile Barbara Palumbo, Maddalena Crippa
ferma al suo leggìo sulla sinistra, da dove dirompeva o
dolcemente fluttuava la sua voce, Moni Ovadia sulla destra, mobile e
versatile, e il movimento dato dagli altri protagonisti, riempivano
gli spazi o li svuotavano al momento giusto, col fumo dell’incenso
dietro l’altare che dava il senso del sacrificio ma anche della
rinascita della vita.
Un’opera, la Salmodia, che è
stata rispolverata sempre giovane e incisiva come allora, sempre
attuale, un messaggio positivo come voleva David Maria Turoldo.
Paolo Lezziero