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Una città a ferro e fuoco. Questa la fotografia di Mogadiscio dopo gli ultimi combattimenti che hanno provocato la morte di dodici persone e il ferimento di altre venticinque. Il bilancio, tuttavia, è ancora provvisorio, visto che nella capitale somala proseguono gli scontri. Da un lato gli uomini degli Shabaab e dall'altra i soldati dell'esercito del Governo di transizione somalo che hanno potuto contare sull'appoggio di Ahlusunna wa al-Jamaà, gruppo islamico moderato. “La presenza dei miliziani di Ahlusunna - dice Matteo Guglielmo, ricercatore ed analista del Cespi per il Corno d'Africa – è un ulteriore segnale di debolezza delle istituzioni che non riescono a sostenersi da sole e devono ricorrere ad aiuti esterni”.
Dopo la crisi politica e istituzionale dello scorso maggio, la situazione somala è andata peggiorando. La compattezza di facciata con cui le autorità si sono presentate alla Conferenza internazionale di Istanbul è andata sgretolandosi e le istituzioni somale mostrano ora tutta la loro debolezza. Le voci di un'imminente caduta del Governo sono ormai all'ordine del giorno. Non è solo il progressivo avanzamento dell'opposizione islamica, che quotidianamente strappa lembi di territorio e si avvicina al cuore del potere a impensierire, ma anche le ripetute defezioni dei ministri che costringono il premier Omar Abdirashid Sharmarke a continui rimpasti e ne mettono a repentaglio la credibilità.
“Dopo la crisi – prosegue Guglielmo – lo scenario somalo è cambiato ed è ancora più incerto. Sono emerse le rivalità tra il presidente Ahmad Sharif e il premier Omar Abdirashid Sharmarke e tra quest'ultimo e Ahmedou Ould-Abdallah, il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la Somalia, che è stato rimosso. Altro segnale d'allarme per l'esecutivo è l'uscita dal governo di Jusuf Mohamed 'Indhadde', ex ministro di Stato, molto scaltro politicamente. 'Indhadde' si è sempre dimostrato pronto a salire sul carro dei vincitori, la sua defezione è molto sospetta”.
E mentre a Mogadiscio si combatte, la comunità internazionale rimane a guardare. Le truppe di Amisom, i soldati inviati dall'Unione africana, sono sempre più isolate e faticano a opporsi ai ripetuti attacchi sferrati dagli Shabaab e da Hizbul Islam. “Sembra – conclude Guglielmo – che la comunità internazionale provi disillusione per le sorti della Somalia. Anche gli Stati Uniti, specie dopo lo scandalo dei bambini soldato, hanno bloccato la vendita di armi e rimangono fermi. Anche i media, che prima erano soliti dipingere gli Shabaab come dei diavoli, ora tengono un atteggiamento più moderato, equidistante e iniziano ad attaccare il Governo transitorio. Di fondo, comunque, manca la volontà di stabilizzare un'area che politicamente e geograficamente non ha molta importanza e spesso si sceglie di adottare risoluzioni inadatte o inutili. La storia politica della Somalia è fatta di momenti di grande euforia a cui si accompagnano conferenze, convegni, che, col passare del tempo, si sgonfiano e mostrano la loro inadeguatezza”.
Benedetta Guerriero
Parole chiave: Somalia, Mogadiscio, Shabaab, Governo di transizione