I boscimani contro il governo del Botswana, per restare dove hanno sempre vissuto

Sono una delle prime popolazioni ad aver abitato le regioni meridionali del continente
africano. Eppure oggi i boscimani del Botswana rischiano di essere cacciati dalla
terra in cui hanno vissuto per circa ventimila anni: una vasta riserva nel deserto
del Kalahari di cui, fino a pochi anni fa, erano i padroni incontrastati.
Potrebbe concludersi con una sconfitta, infatti, la battaglia legale intrapresa
dagli ormai pochi membri delle antiche comunità di cacciatori-raccoglitori Gana e Gwi per continuare a vivere nelle inospitali regioni centrali del Paese. Il governo
di Gaborone sembra tutto fuorché disponibile a trattare con loro, e probabilmente
li obbligherà a trasferirsi in alcuni ‘campi di re-locazione’ costringendoli così
a modificare per sempre i propri usi e le proprie abitudini millenarie. Una prospettiva
che ha scatenato, nel corso degli ultimi anni, numerose proteste da parte di gruppi
per la difesa dei diritti delle popolazioni tribali, tra cui Survival, secondo la quale, dietro alla decisione del governo del Botswana, si nasconderebbe
l’intenzione di setacciare la zona alla ricerca di giacimenti diamantiferi.
Segreto che luccica. “Abbiamo il forte sospetto che il governo voglia far sgombrare la zona per cercare
diamanti”, dice a
PeaceReporter Miriam Ross, portavoce dell’organizzazione da Londra. “D’altronde perché i politici
vogliono liberarsi a tutti i costi di una popolazione innocua che ha vissuto per
così a lungo in quell’area?”.
I problemi per i boscimani sono cominciati una ventina d’anni fa, quando entrò
in vigore un decreto legislativo che proibiva la caccia nelle riserve dove abitavano.
Pochi anni dopo il governo ha deciso inoltre di tagliar loro i rifornimenti idrici,
sostenendo che la spesa fosse troppo alta. Dal 1997 alcune migliaia di membri
della comunità dei boscimani sono stati obbligati a trasferirsi (c’è chi usa il
termine ‘deportati’) in alcuni di questi campi fuori dalla regione del Kalahari.
Le immagini e le testimonianze raccolte da Survival parlano di baraccopoli in mezzo al nulla, dove donne, uomini e bambini abituati
a cacciare e a vivere liberi su territori sconfinati, vegetano con il poco che
passa lo stato in uno snervante limbo burocratico, sociale e psicologico. “Questa
è gente che ha sempre vissuto portando avanti una cultura antichissima – continua
la Ross – e ora si ritrova costretta a vivere in baracche di lamiera in attesa
di non si sa che cosa. E’ facile immaginare cosa questo possa generare: nei campi
l’alcolismo causato dalla depressione è ormai un fenomeno sociale esteso, così
come la prostituzione, che in un Paese come il Botswana ha aumentato in maniera
preoccupante i casi di Hiv e Aids tra la popolazione. Il governo del Botswana
ha addotto le scuse più insensate: ovvero che i rifornimenti idrici costano e
che le specie animali vanno protette, quando in verità la vera causa sono i diamanti”.
L’accusa. Survival sostiene che il governo abbia ingaggiato, pochi anni fa alcune compagnie
di pubbliche relazioni internazionali per celare i propri intenti sul problema
dei boscimani. Tra queste figura la
Hill & Knowlton, una grossa multinazionale della comunicazione. Quest'ultima è additata dall’organizzazione
per aver ricevuto ingenti somme di denaro con lo scopo di mentire a favore del
governo, producendo materiale che ne dimostrasse il comportamento trasparente
sulla questione dei diamanti. Contattata da
PeaceReporter in una delle sue sedi a Bruxelles la compagnia, tramite un portavoce, ha respinto
ogni accusa: “Non lavoriamo per il governo del Botswana. Ci è solo stato chiesto
di dimostrare che il business dei diamanti di cui esso è produttore non reca danno
alla popolazione come è accaduto in altre parti dell’Africa (come Sierra Leone,
Repubblica Democratica del Congo e Angola,
ndt). Noi ci siamo limitati a questo”.

Ricatti. La questione rimane aperta, anche se le speranze che i boscimani riescano ad
ottenere le terre degli antenati sono poche. Alcuni di loro si rifiutano di lasciare
il Kalahari, costringendo le autorità a usare la forza o il ricatto. Sul sito
di Survival si legge la testimonianza di Losolobe Mogetse, uno dei membri della
popolazione che si è rifiutato di lasciare la propria terra per trasferirsi nei
campi. L’uomo racconta di essere stato avvicinato da un ufficiale di polizia che
gli ha intimato di andarsene. Ma poiché si rifiutava, il poliziotto gli ha annunciato
che suo padre, da tempo alloggiato in un campo, stava per morire. L’unica maniera
di rivederlo era lasciare per sempre il villaggio e trasferirsi nel campo una
volta per tutte.
Un problema africano. Come i boscimani, altre popolazioni antiche come l’Africa rischiano oggi di
essere cacciate dalle proprie terre e di dover dire addio alla propria identità.
I motivi sono quasi sempre gli stessi: lo sfruttamento delle risorse e l’appropriazione
di nuove terre da parte dello stato, spesso spinto al profitto da imprese o multinazionali
straniere. Uno dei casi più noti è quello dei Nuba, costretti a combattere per
cinque decenni contro il governo sudanese per il controllo del proprio territorio,
ma soprattutto della propria cultura. I pigmei nell’Africa centrale sono da tempo
in lotta per continuare a vivere nelle foreste pluviali dove oggi si disbosca,
si scava alla ricerca di petrolio o si costruiscono resort turistici. Lo stesso accade ai guerrieri-pastori Maasai, da alcuni mesi in guerra
contro il governo del Kenya per ottenere una terra concessa in prestito ai coloni
britannici un secolo fa, e mai restituita. O alle popolazioni Mursi, Bodi e Konso
nelle regioni meridionali dell’Etiopia, che si massacrano per l’accesso alle risorse
idriche. O ancora in Africa occidentale, dove lo scontro tra popolazioni nomadi
e stanziali destabilizza intere zone, generando profughi e sfollati di cui i governi
spesso non possono o vogliono occuparsi.