26/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Processo di pace in Kashmir: l'editoriale di The Dawn
I fili d’erba vengono calpestati quando gli elefanti combattono, ma anche quando questi si amano. Perchè adesso che Pakistan e India parlano di pace come non facevano da decenni, la popolazione del Kashmir è cauta e sospettosa? La storia forse spiega questo atteggiamento? Pakistan e India non hanno consultato i kashmiri sulla sorte del loro Paese quando si sono dichiarati guerra. C’è la possibilità che lo facciano ora, mentre nell'aria si diffondono discorsi di pace?
La dichiarazione congiunta resa nota a New York dopo l'incontro tra il primo vittime kashmir indianoministro indiano Manmohan Singh e il generale Pervez Musharraf, dice che i due leader "hanno risolto la questione del Jammu Kashmir e sono intenzionati a esplorare con animo sincero e in modo costruttivo le diverse opzioni per raggiungere attraverso i negoziati una soluzione pacifica."
I “dotti” di entrambe le parti hanno salutato questa formula - dell'esplorazione di diverse opzioni - come un passo in avanti. Ma resta questo interrogativo: anche nel caso in cui India e Pakistan diano realmente inizio a questo viaggio esplorativo, in quale stadio della loro odissea verranno coinvolti gli abitanti del Kashmir? Saranno ancora destinati ad essere oggetto di conversazione, senza che nessuno li interpelli mai direttamente?
 
Il Pakistan, oggi sostenitore della causa del Kashmir, un tempo appoggiò quella dei Talebani (una decisione fatale che non avrebbe mai dovuto prendere), prima di vendere questi ultimi sotto banco dopo che l’11 settembre 2002 furono colpite le Twin Towers e Colin Powell e Richard Armitage cominciarono a fare pressioni. Anzi no, addirittura prima che venisse esercitata una reale pressione: la leadership pakistana accettò tutte le richieste americane all'istante, senza negoziare o chiedere nulla in cambio, una dimostrazione di disponibilità che, ad esclusione di Powell e Armitage, sorprese tutta l'amministrazione Bush.
Si legga il libro di Bob Woodward “La guerra di Bush", Sperling & Kupfer , per farsi un'idea del clima che c’era alla Casa Bianca dopo l'11 settembre. Gli americani non speravano nella cooperazione pakistana. Nessuno all'interno dell'amministrazione Bush si aspettava che i pakistani si sarebbero mostrati così accomodanti. Non c'è da meravigliarsi se il generale Musharraf è tanto apprezzato a Washington.
 
Come si possono convincere gli abitanti del Kashmir che il Pakistan non farà di loro dei nuovi talebani? Dopo tutto, è proprio l'incitamento statunitense, e non la saggezza locale, la forza trainante che sta alla base degli attuali tentativi per la normalizzazione dei rapporti indo-pakistani.
Se avete dubbi, chiedete a Colin Powell. Dopo l'incontro di New York tra Musharraf e Singh, ha dichiarato: "Le trattative sono state rese possibili grazie ai nostri sforzi e quelli dei nostri partner”. Powell aveva già fatto simili dichiarazioni. Dobbiamo dunque domandarci se, lasciati a se stessi, i due Paesi avrebbero alla fine ritrovato la via del dialogo.
 
Ad ogni modo, cosa stanno proponendo gli americani a India e Pakistan? Mentre c'è ben altra carne al fuoco (Afghanistan, Iraq, ecc.) gli Stati Uniti fanno volentieri a meno di ulteriori distrazioni nel Subcontinente indiano, con l'esercito pakistano rivolto a est e i cannoni puntati contro l’India, quando invece servirebbe un intervento a ovest, per la pacificazione delle frontiere afgane.
India e Pakistan dunque sono stati invitati ad abbandonare la guerra in Kashmir e ad occuparsi d’altro. Consiglio saggio. Ma cosa significa per la popolazione del Kashmir?
La dichiarazione congiunta contiene affermazioni troppo vaghe. La realtà dei fatti, invece, dimostra che l'unica possibile soluzione per il Kashmir, nell'immediato futuro, è il mantenimento dello status quo. Per ora non sembra possibile altra via d'uscita.
 
Poiché il plebiscito o l'arbitrato internazionale sembrano assolutamente fuori questione - come hanno dimostrato il trascorrere del tempo e le guerre inconcludenti – nella migliore delle ipotesi sembra fattibile una sistemazione territoriale; nella peggiore, il mantenimento dello status quo.
E’ possibile che l’India, forza occupante, accetti di fare delle concessioni territoriali? Se l'unica risposta realistica è ‘no’, allora di che soluzione stiamo parlando, se tutto si riduce all'accettazione dello status quo da parte del Pakistan? Perché si vuole dare l'impressione che ci troviamo di fronte a una soluzione di portata storica? Accrescere le aspettative, quando gli astri non sono favorevoli, non è una politica accorta.
 
cartinaGli abitanti del Kashmir sono sempre stati lasciati fuori al freddo. L'India non può permettere che siedano al tavolo delle trattative, mentre il Pakistan non ha intuito che doveva fare delle loro aspirazioni il nucleo della propria politica sul Kashmir. Tutti si sono detti disposti a morire per i kashmiri, ma nessuno ha mai riconosciuto loro il diritto di esprimersi in prima persona.
Diffidando delle intenzioni del Pakistan e soffrendo per la repressione dell'India, sono soliti dire: "Accidenti alle vostre due famiglie".
Il Pakistan rivela una cerca confusione quando dice di voler andar oltre lo status quo. Questo contribuisce a sminuire, se non addirittura ad annullare, il principio dell'autodeterminazione su cui si basa tutta la posizione pakistana sul Kashmir. In ogni caso, dovrebbero essere i kashmiri e non i pakistani, a decidere se mantenere le posizioni stabilite o superarle. Per una volta, il Pakistan dovrebbe seguire e non guidare.
 
La posizione dell'India è ancora più seria, piena di contraddizioni. Da un lato, ammette a denti stretti che lo status del Kashmir è una questione ancora in attesa di soluzione. Dall'altro, si ostina a fingere che lo Stato himalayano sia parte integrante dell'Unione indiana. Ma com'è possibile che il futuro di una parte integrante dell'India venga discusso con il Pakistan? E se questo accadesse, che cosa ne sarebbe di questa finzione?
L'India sostiene inoltre che la scelta di coinvolgere le popolazioni del Kashmir rappresenta un problema interno. Se così fosse, se New Dheli avesse dimostrato più tatto, la questione del Kashmir sarebbe stata archiviata molto tempo fa, lasciando il Pakistan a bocca asciutta. 
L'India conobbe una chance unica per eliminare le cause dell'alienazione del Kashmir nel periodo tra la sconfitta militare del Pakistan per mano indiana (1971) e l'inizio della rivolta indipendentista kashmira (1989): 17 anni sacrificati alla negligenza e all'autocompiacimento.
 
La gente del Kashmir si trovò di fronte a una scelta difficile: convivere accettando lo status quo, che molti trovavano intollerabile o cercare nuove forme di lotta. È in questo clima che gli elementi più agitati della popolazione videro nella lotta armata la salvezza. Il Pakistan sfruttò questa situazione: anche se avesse voluto, non avrebbe potuto crearla dal nulla. Ma nello sfruttamento ci sono i semi dell'equivoco. Un movimento di liberazione perde il proprio carattere quando viene controllato da elementi stranieri. Come in Afghanistan, la rivolta del Kashmir si ritrovò controllata dai servizi segreti pakistani (Isi) e il movimento nazionalista si trasformò in un'impresa sospetta, sponsorizzata da Islamabad. Oggi  la leadership militare pakistana è passata da una posizione estrema all’altra: "procedere oltre le posizioni già stabilite" senza avere idea di dove questa nuova flessibilità possa portare o di che cosa si voglia ottenere.
 
Non facciamo la guerra per il Kashmir. Non ha e non ha mai avuto senso. Non sponsorizziamo la jihad proveniente dal Pakistan perché, alla fine, non produrrà nulla, servirà solo a deprimere le aspirazioni del Kashmir. Procediamo invece con la normalizzazione e consolidiamola, ma non sacrifichiamo ad essa i kashmiri. Se veramente l'India sta offrendo qualcosa – ma non è così - allora abbandoniamo con tutti i mezzi le "posizioni acquisite". Ma se sul tavolo della trattativa non c'è niente di simile, se l'India non accetta di parlare con gli abitanti del Kashmir, ha senso che il Pakistan avanzi barcollando con disperazione verso un obiettivo che non è altro che un miraggio all'orizzonte?
 
Ayaz Amir
 
Kashmir in pillole
Regione himalayana divisa in due: Kashmir indiano e Kashmir pakistano. India e Pakistan hanno combattuto tre guerre per il controllo della provincia. Quarantamila persone sono morte dal 1989, anno di inizio della rivolta armata condotta da vari gruppi islamici. I colloqui di pace tra New Dheli e Islamabad sono iniziati nell’aprile 2003 con la proclamazione del cessate il fuoco nel novembre scorso. Nel Kashmir indiano però gli scontri continuano tra ribelli islamici ed esercito di New Dheli.

Administrator SlampDesk

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità