I fili d’erba vengono calpestati quando gli elefanti combattono, ma anche quando
questi si amano. Perchè adesso che Pakistan e India parlano di pace come non facevano
da decenni, la popolazione del Kashmir è cauta e sospettosa? La storia forse spiega
questo atteggiamento? Pakistan e India non hanno consultato i kashmiri sulla sorte
del loro Paese quando si sono dichiarati guerra. C’è la possibilità che lo facciano
ora, mentre nell'aria si diffondono discorsi di pace?
La dichiarazione congiunta resa nota a New York dopo l'incontro tra il primo

ministro indiano Manmohan Singh e il generale Pervez Musharraf, dice che i due
leader "hanno risolto la questione del Jammu Kashmir e sono intenzionati a esplorare
con animo sincero e in modo costruttivo le diverse opzioni per raggiungere attraverso
i negoziati una soluzione pacifica."
I “dotti” di entrambe le parti hanno salutato questa formula - dell'esplorazione
di diverse opzioni - come un passo in avanti. Ma resta questo interrogativo: anche
nel caso in cui India e Pakistan diano realmente inizio a questo viaggio esplorativo,
in quale stadio della loro odissea verranno coinvolti gli abitanti del Kashmir?
Saranno ancora destinati ad essere oggetto di conversazione, senza che nessuno
li interpelli mai direttamente?
Il Pakistan, oggi sostenitore della causa del Kashmir, un tempo appoggiò quella
dei Talebani (una decisione fatale che non avrebbe mai dovuto prendere), prima
di vendere questi ultimi sotto banco dopo che l’11 settembre 2002 furono colpite
le Twin Towers e Colin Powell e Richard Armitage cominciarono a fare pressioni.
Anzi no, addirittura prima che venisse esercitata una reale pressione: la leadership pakistana accettò tutte le richieste americane all'istante, senza negoziare
o chiedere nulla in cambio, una dimostrazione di disponibilità che, ad esclusione
di Powell e Armitage, sorprese tutta l'amministrazione Bush.
Si legga il libro di Bob Woodward “La guerra di Bush", Sperling & Kupfer
, per farsi un'idea del clima che c’era alla Casa Bianca dopo l'11 settembre.
Gli americani non speravano nella cooperazione pakistana. Nessuno all'interno
dell'amministrazione Bush si aspettava che i pakistani si sarebbero mostrati così
accomodanti. Non c'è da meravigliarsi se il generale Musharraf è tanto apprezzato
a Washington.
Come si possono convincere gli abitanti del Kashmir che il Pakistan non farà
di loro dei nuovi talebani? Dopo tutto, è proprio l'incitamento statunitense,
e non la saggezza locale, la forza trainante che sta alla base degli attuali tentativi
per la normalizzazione dei rapporti indo-pakistani.
Se avete dubbi, chiedete a Colin Powell. Dopo l'incontro di New York tra Musharraf
e Singh, ha dichiarato: "Le trattative sono state rese possibili grazie ai nostri
sforzi e quelli dei nostri partner”. Powell aveva già fatto simili dichiarazioni.
Dobbiamo dunque domandarci se, lasciati a se stessi, i due Paesi avrebbero alla
fine ritrovato la via del dialogo.
Ad ogni modo, cosa stanno proponendo gli americani a India e Pakistan? Mentre
c'è ben altra carne al fuoco (Afghanistan, Iraq, ecc.) gli Stati Uniti fanno volentieri
a meno di ulteriori distrazioni nel Subcontinente indiano, con l'esercito pakistano
rivolto a est e i cannoni puntati contro l’India, quando invece servirebbe un
intervento a ovest, per la pacificazione delle frontiere afgane.
India e Pakistan dunque sono stati invitati ad abbandonare la guerra in Kashmir
e ad occuparsi d’altro. Consiglio saggio. Ma cosa significa per la popolazione
del Kashmir?
La dichiarazione congiunta contiene affermazioni troppo vaghe. La realtà dei
fatti, invece, dimostra che l'unica possibile soluzione per il Kashmir, nell'immediato
futuro, è il mantenimento dello status quo. Per ora non sembra possibile altra
via d'uscita.
Poiché il plebiscito o l'arbitrato internazionale sembrano assolutamente fuori
questione - come hanno dimostrato il trascorrere del tempo e le guerre inconcludenti
– nella migliore delle ipotesi sembra fattibile una sistemazione territoriale;
nella peggiore, il mantenimento dello status quo.
E’ possibile che l’India, forza occupante, accetti di fare delle concessioni
territoriali? Se l'unica risposta realistica è ‘no’, allora di che soluzione stiamo
parlando, se tutto si riduce all'accettazione dello status quo da parte del Pakistan?
Perché si vuole dare l'impressione che ci troviamo di fronte a una soluzione di
portata storica? Accrescere le aspettative, quando gli astri non sono favorevoli,
non è una politica accorta.

Gli abitanti del Kashmir sono sempre stati lasciati fuori al freddo. L'India
non può permettere che siedano al tavolo delle trattative, mentre il Pakistan
non ha intuito che doveva fare delle loro aspirazioni il nucleo della propria
politica sul Kashmir. Tutti si sono detti disposti a morire per i kashmiri, ma
nessuno ha mai riconosciuto loro il diritto di esprimersi in prima persona.
Diffidando delle intenzioni del Pakistan e soffrendo per la repressione dell'India,
sono soliti dire: "Accidenti alle vostre due famiglie".
Il Pakistan rivela una cerca confusione quando dice di voler andar oltre lo status
quo. Questo contribuisce a sminuire, se non addirittura ad annullare, il principio
dell'autodeterminazione su cui si basa tutta la posizione pakistana sul Kashmir.
In ogni caso, dovrebbero essere i kashmiri e non i pakistani, a decidere se mantenere
le posizioni stabilite o superarle. Per una volta, il Pakistan dovrebbe seguire
e non guidare.
La posizione dell'India è ancora più seria, piena di contraddizioni. Da un lato,
ammette a denti stretti che lo status del Kashmir è una questione ancora in attesa
di soluzione. Dall'altro, si ostina a fingere che lo Stato himalayano sia parte
integrante dell'Unione indiana. Ma com'è possibile che il futuro di una parte
integrante dell'India venga discusso con il Pakistan? E se questo accadesse, che
cosa ne sarebbe di questa finzione?
L'India sostiene inoltre che la scelta di coinvolgere le popolazioni del Kashmir
rappresenta un problema interno. Se così fosse, se New Dheli avesse dimostrato
più tatto, la questione del Kashmir sarebbe stata archiviata molto tempo fa, lasciando
il Pakistan a bocca asciutta.
L'India conobbe una chance unica per eliminare le cause dell'alienazione del
Kashmir nel periodo tra la sconfitta militare del Pakistan per mano indiana (1971)
e l'inizio della rivolta indipendentista kashmira (1989): 17 anni sacrificati
alla negligenza e all'autocompiacimento.
La gente del Kashmir si trovò di fronte a una scelta difficile: convivere accettando
lo status quo, che molti trovavano intollerabile o cercare nuove forme di lotta.
È in questo clima che gli elementi più agitati della popolazione videro nella
lotta armata la salvezza. Il Pakistan sfruttò questa situazione: anche se avesse
voluto, non avrebbe potuto crearla dal nulla. Ma nello sfruttamento ci sono i
semi dell'equivoco. Un movimento di liberazione perde il proprio carattere quando
viene controllato da elementi stranieri. Come in Afghanistan, la rivolta del Kashmir
si ritrovò controllata dai servizi segreti pakistani (Isi) e il movimento nazionalista
si trasformò in un'impresa sospetta, sponsorizzata da Islamabad. Oggi la leadership
militare pakistana è passata da una posizione estrema all’altra: "procedere oltre
le posizioni già stabilite" senza avere idea di dove questa nuova flessibilità
possa portare o di che cosa si voglia ottenere.
Non facciamo la guerra per il Kashmir. Non ha e non ha mai avuto senso. Non sponsorizziamo
la jihad proveniente dal Pakistan perché, alla fine, non produrrà nulla, servirà solo
a deprimere le aspirazioni del Kashmir. Procediamo invece con la normalizzazione
e consolidiamola, ma non sacrifichiamo ad essa i kashmiri. Se veramente l'India
sta offrendo qualcosa – ma non è così - allora abbandoniamo con tutti i mezzi
le "posizioni acquisite". Ma se sul tavolo della trattativa non c'è niente di
simile, se l'India non accetta di parlare con gli abitanti del Kashmir, ha senso
che il Pakistan avanzi barcollando con disperazione verso un obiettivo che non
è altro che un miraggio all'orizzonte?
Ayaz Amir
Kashmir in pillole
Regione himalayana divisa in due: Kashmir indiano e Kashmir pakistano. India
e Pakistan hanno combattuto tre guerre per il controllo della provincia. Quarantamila
persone sono morte dal 1989, anno di inizio della rivolta armata condotta da vari
gruppi islamici. I colloqui di pace tra New Dheli e Islamabad sono iniziati nell’aprile
2003 con la proclamazione del cessate il fuoco nel novembre scorso. Nel Kashmir
indiano però gli scontri continuano tra ribelli islamici ed esercito di New Dheli.