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Si avvicina la fine della Coppa del Mondo, e con essa il ritorno alla normalità per milioni di sudafricani. L'eliminazione dei Bafana Bafana, avvenuta la scorsa settimana nella fase a gironi, è stato un duro colpo da digerire per tutti, ma pochi si sarebbero immaginati che la mancata qualificazione avrebbe portato a violenze e minacce di morte. Eppure è quello che è avvenuto a Khayelitsha, una delle township di Città del Capo, dove un evento sportivo è diventato il pretesto per una nuova ondata di violenze xenofobe. L'ennesima, qui in Sudafrica.
La denuncia è arrivata dalla Social Justice Coalition, una delle Ong che operano nelle township della città. Alcuni membri della comunità somala di Khayelitsha avrebbero subito minacce di morte e assalti ai propri negozi da parte di gruppi di giovani ragazzi sudafricani. Nessuna vittima, per fortuna, ma la situazione delle township sta comunque diventando sempre più allarmante: un numero sempre maggiore di immigrati denuncia un crescendo di violenze e intimidazioni nei propri confronti che, secondo alcuni, potrebbe portare a una nuova ondata di violenze xenofobe subito dopo la fine della Coppa del Mondo. E' quello che raccontano tassisti, negozianti, semplici operai. Per gli immigrati che vivono nelle township, il ricevere minacce è ormai diventata la norma, più che l'eccezione.
Due anni fa, le violenze xenofobe che scoppiarono in tutto il Paese portarono alla morte di decine di immigrati e alla fuga di centinaia di migliaia di persone. Da allora, la situazione non è migliorata perché i problemi non sono stati affrontati. Governo e autorità hanno sostanzialmente ignorato lo stillicidio di omicidi, saccheggi e pestaggi di cui sono periodicamente vittime gli immigrati qui in Sudafrica. Episodi che possono essere scatenati da qualsiasi pretesto: una falsa accusa di stupro, una manifestazione per la mancata erogazione di servizi, perfino l'uscita dei Bafana Bafana dalla Coppa del Mondo. Gli stranieri, o amakwerekwere, come sono chiamati spregiativamente in Sudafrica, sono diventati le vittime sacrificali della rabbia dei locali.
I motivi alla base di queste violenze sono molteplici, ma quasi tutti riconducibili a una singola causa: la percezione dello straniero come un concorrente per la corsa a posti di lavoro che, per circa un terzo della popolazione sudafricana, rimangono un'utopia. Stanchi e sfiduciati da 16 anni di attesa post-apartheid, in cui spesso non hanno visto migliorare sostanzialmente le proprie condizioni di vita, alcuni abitanti delle township si sfogano su quello che percepiscono come l'unico anello più debole di loro: gli immigrati. Negli ultimi anni, sono state numerose le iniziative di associazioni e Ong per tentare di risolvere il problema attraverso il dialogo e la conoscenza reciproca, ottenendo risultati brillanti. La scorsa settimana, i negozi somali di Khayeltisha si sono salvati anche per l'intervento di alcuni sudafricani (soprattutto donne) che hanno organizzato un servizio di pattuglia per proteggere gli immigrati.
Se affrontato nella maniera giusta, il problema si può risolvere o, almeno, ridurre di molto. Il problema è stata finora anche la scarsa volontà politica delle autorità, che hanno lasciato degenerare la situazione nonostante gli eventi del 2008. Al momento, il fuoco cova sotto la cenere, per riesplodere periodicamente in violenze circostanziate. Ma i segnali di una nuova possibile ondata di violenze ci sono tutti: numerose fonti, in diverse parti del Paese, parlano di minacce relative al periodo immediatamente successivo alla Coppa del Mondo, quando gli occhi del mondo si distoglieranno dal Sudafrica. E quando gli immigrati si ritroveranno ancora più soli e indifesi di ora.
Matteo Fagotto